La mia poesia è alacre come il fuoco trascorre tra le mie dita come un rosario Non prego perché sono un poeta della sventura che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore, sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida, sono il poeta che canta e non trova parole, sono la paglia arida sopra cui batte il suono, sono la ninnanànna che fa piangere i figli, sono la vanagloria che si lascia cadere, il manto di metallo di una lunga preghiera del passato cordoglio che non vede la luce.
La verità è sempre quella, la cattiveria degli uomini che ti abbassa e ti costruisce un santuario di odio dietro la porta socchiusa. Ma l'amore della povera gente brilla più di una qualsiasi filosofia. Un povero ti dà tutto e non ti rinfaccia mai la tua vigliaccheria.
MILANO - «La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana. Il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini in una nota annuncia che «il governo ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo». Se la Corte accoglierà il ricorso, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera (organo della Corte chiamato a pronunciarsi su un caso che solleva una grave questione relativa all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione o dei Protocolli, oppure un’importante questione di carattere generale). Qualora invece il ricorso non dovesse essere accolto, la sentenza diverrà definitiva tra tre mesi, e allora spetterà al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa decidere, entro sei mesi, quali azioni il governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni.
Il 31 ottobre a Parigi è morto il grande antropologo CLAUDE LEVI STRAUSS, nato a Bruxelles nel 1908, uno dei più grandi personaggi della cultura del Novecento.
L’accademico transalpino aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli "primitivi"
"Il pensiero selvaggio non è per noi il pensiero dei selvaggi, né quello di un'umanità primitiva e arcaica, bensì il pensiero allo stato selvaggio distinto dal pensiero educato e coltivato" DAL SAGGIO "IL PENSIERO SELVAGGIO"
Per Lévi-Strauss i cosiddetti selvaggi sono più vicini a noi di quanto non si creda. Nel segno del distacco dall'etnologia tradizionale, queste ricerche scelgono come tema un attributo universale dello spirito umano: il pensiero allo stato selvaggio presente in tutti gli uomini, contemporanei e antichi, vicini e lontani. Il grande antropologo si avvicina ai miti, alle credenze e agli altri fatti di cultura accantonando ogni idea di esotismo e portando alla luce un pensiero dai tratti sorprendentemente moderni, in cui l'analogia e la forza espressiva dei simboli giocano un ruolo essenziale. Pubblicato alla metà degli anni cinquanta, il saggio IL PENSIERO SELVAGGIO è oggi considerato un classico dell'etnologia e ha esercitato un'influenza decisiva su tutte le discipline che formano il campo delle scienze sociali.
RIPORTIAMO DAL CORRIERE DELLA SERA DEL4 NOV 2009
Francia: è morto Claude Levi-Strauss
Il grande antropologo ed etnologo francese è scomparso a Parigi all'età di 100 anni
Claude Levi-Strauss (Afp)
PARIGI (FRANCIA) - Lutto nel mondo della cultura francese. Il grande antropologo ed etnologo Claude Levi-Strauss è morto nella notte fra sabato e domenica a Parigi all'età di 100 anni. La notizia però è stata diffusa solo oggi dall'«Ecole des hautes etudes en sciences sociales». CHI ERA - Divenuto noto al grande pubblico per la sua opera «Tristi Tropici», l’accademico francese aveva consacrato la sua vita allo studio dei popoli "primitivi", ai simboli e alle strutture di gruppo. Sul piano teorico era considerato in antropologia il massimo teorico dello strutturalismo, corrente di pensiero che sostiene che tutti gli aspetti culturali di una società siano riconducibili a strutture fondamentali. LA VITA - Nato a Bruxelles, ma da genitori francesi, nel 1908, Levi-Strauss avrebbe compiuto 101 anni il 28 novembre. Levi-Strauss studia legge e filosofia alla Sorbona di Parigi non concludendo gli studi in legge, ma laureandosi in filosofia nel 1931. Inizia ad insegnare in un liceo di provincia condividendo questa sua esperienza con il grande filosofo francese Maurice Merleau-Ponty e con la scrittrice Simone de Beauvoir. Le sue posizioni filosofiche sono molto critiche nei confronti delle tendenze idealiste e spiritualistiche della filosofia francese del periodo fra le due guerre, soprattutto perchè egli riconosce in se stesso un'esigenza di concretezza che lo porta verso direzioni completamente nuove. Scopre presto nelle scienze umane, in particolare nella sociologia e nell'etnologia, la possibilità di costruire un discorso più concreto e innovatore sull'uomo. Decisivo l'incontro con Paul Rivet, che conosce in occasione dell'esposizione di Jacques Soustelle al Museo Etnografico, e con Marcel Mauss del quale fu allievo. Rimane affascinato dal forte senso del concreto che scaturisce dall'insegnamento di Mauss e dal metodo che egli utilizza per spiegare e analizzare i riti e i miti primitivi. Nel 1935 viene offerto a Lèvi-Strauss di andare ad insegnare sociologia a San Paolo in Brasile, dove una missione culturale francese aveva avuto l'incarico di fondare l'università. Questa sarà l'occasione per conoscere un mondo completamente diverso da quello europeo ma soprattutto per entrare in contatto con le popolazioni indie del Brasile che diventeranno l'oggetto delle sue ricerche sul campo.
Tornato in Francia nel 1939 viene mobilitato allo scoppio della seconda guerra mondiale ma nel 1941, subito dopo l'armistizio, a causa delle persecuzioni contro gli ebrei, è costretto a fuggire e riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. A New York conosce e inizia a frequentare molti altri intellettuali emigrati e ad insegnare presso «La Nuova Scuola per le Ricerche Sociali». Insieme a Jacques Maritain, Henri Focillon e Roman Jakobson, è considerato uno dei fondatori dell'École Libre des Hautes Études, una specie di università-in-esilio per accademici francesi. Gli anni trascorsi a New York sono per Lèvi-Strauss molto importanti per la sua formazione. La sua relazione con il linguista Jakobson gli è d'aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista. (Jakobson e Lèvi-Strauss sono infatti considerati le figure centrali dello strutturalismo). Lèvi-Strauss è anche considerato, insieme a Franz Boas, uno degli esponenti maggiori della antropologia americana. Insegna questa disciplina presso la Columbia University a New York e il suo lavoro gli fa ottenere un titolo che gli servirà per essere accettato con facilità negli Stati Uniti. Nel 1948 Lèvi-Strauss ritorna a Parigi e in quell'anno consegue il suo dottorato alla Sorbona con una tesi maggiore e una minore, come era tradizione in Francia, dal titolo «La famiglia e la vita sociale degli Indiani Nambikwara» (The Family and Social Life of the Nambikwara Indians) e le «Le strutture elementari della parentela» ( The Elementary Structures of Kinship).
«Le strutture elementari della parentela» viene pubblicato l'anno seguente e immediatamente considerato uno degli studi più importanti di antropologia sui rapporti di parentela fino a quel momento effettuati. Già Emile Durkein, aveva pubblicato un famoso studio, dal titolo «Forme elementari della vita religiosa», frutto di una analisi su come i popoli organizzano le loro famiglie esaminando le strutture logiche che vengono a formarsi nelle relazioni tra i vari componenti. Mentre, tra gli antropologi inglesi, Alfred Reginald Radcliffe-Brown sosteneva che la parentela era basata sulla discendenza da un comune antenato, Lèvi-Strauss sostiene che la parentela era basata sull'alleanza tra due famiglie che si viene a creare quando una donna proveniente da un gruppo sposa un uomo appartenente ad un altro gruppo. Tra gli anni 1940 e 1950 Lèvi-Strauss continua le sue pubblicazioni e ottiene sempre maggior successo. Al suo ritorno in Francia lavora come amministratore della CNRS, al Musèe de l'Homme e in seguito all'École Pratique des Hautes Études, alla sezione di «Religious Sciences», sezione precedentemente fondata da Marcel Mauss e rinominata «Comparativie Religion of Non-Literate Peoples». Nel 1955 pubblica «Tristi Tropici», essenzialmente un diario di viaggio nel quale annota le sue impressioni, frammiste a una serie di geniali considerazioni sul mondo primitivo amazzonico, che risalgono al periodo intorno al 1930 quando egli espatriò dalla Francia. Nel 1959 Lèvi-Strauss diventa titolare della cattedra di Antropologia sociale presso il Collège de France. Dopo qualche tempo pubblica «Structural Anthropology» che comprendeva una collezione dei suoi saggi con esempi e teorie strutturaliste. In quel periodo sviluppa un programma che comprende una serie di organizzazioni, come un Laboratory for Social Anthropology e un nuovo giornale, l'Homme, per poter pubblicare i risultati delle sue ricerche. Nel 1962 pubblica quello che per molti venne ritenuto il suo più importante lavoro, «Pensèe Sauvage». Nella prima parte del libro viene delineata la teoria della cultura della mente e nella seconda parte questo concetto si espande alla teoria del cambiamento sociale. Questa seconda parte del libro coinvolgerà Lèvi-Strauss in un acceso dibattito con Jean-Paul Sartre riguardo alla natura della libertà umana. Ormai diventato una celebrità, Lèvi-Strauss trascorre la seconda metà degli anni sessanta alla realizzazione di un grande progetto, i quattro volumi di studi dal titolo Mythologiques. In esso, Levi-Strauss analizza tutte le variazioni dei gruppi del Nord America e del Circolo Artico esaminando, con una metodologia tipicamente strutturalista, le relazioni di parentela tra i vari elementi.
03 novembre 2009
RIPORTIAMO DALLA STAMPA.IT
Ci sono molti motivi per rimettersi a leggere Lévi-Strauss, ma il principale forse è quello che riguarda la diversità: il contributo che essa fornisce al progresso umano è infatti essenziale nella globalizzazione, e stranamente è trascurato.
Gli scritti sulla razza (Razza e Storia nel 1952, Razza e Cultura nel 1971) sono preziosi per chiunque voglia capire l’attuale transizione e apprendere l’arte del pensare lungo.
Il progresso, dice Lévi-Strauss, non è qualcosa di continuo, necessario. Procede a balzi, per mutazioni e scarti, come la mossa del cavallo negli scacchi. Soprattutto non è appannaggio di genti privilegiate:
non esistono culture infantili, primitive, cui si contrappongono civiltà sofisticate. «Tutti i popoli sono adulti, anche quelli che non hanno tenuto il diario della loro infanzia e della loro adolescenza» (Razza e Storia).
La visione giornalistica fatica a comprenderlo: l’inviato arriva in terre inesplorate, e vede solo la coda d’una storia lunghissima che per mancanza di tempo non capisce. Il vizio s’è oggi esteso, rendendo giornalistica anche la politica estera: è significativo che Bush non sia ricorso - nei rapporti con Arabi, Asiatici, Russi - a esperti che queste culture le studiano continuativamente, senza mettere la propria al centro di tutto. Il giornalista in modo speciale deve pensare contro se stesso, perché le sue semplificazioni influenzano anormalmente le menti.
C’è una metafora con cui Einstein spiega la teoria della relatività, che Lévi-Strauss adotta spesso ma rovesciandola mirabilmente. È la metafora del treno in corsa. Per dimostrare che il movimento dei corpi nello spazio e nel tempo non è una verità assoluta, ma dipende dall’ottica dell’osservatore, Einstein racconta come il passeggero vedrà cose discordanti, a seconda che il treno parallelo guardato dal finestrino vada nella nostra direzione o in quella opposta. Se si sposta con noi, esso ci parrà immobile, molto più lungo del treno che va in senso contrario: solo quest’ultimo sembrerà muoversi. Tutt’altro accade nell’osservazione delle società, e nella suddivisione fra culture che si muovono e culture inerti. Solo quelle che camminano nella stessa direzione in cui camminiamo noi (essendo più visibili, condividendo costumi, valori) ci parranno in movimento. Le culture che corrono in senso opposto le vedremo appena: il treno «passa così rapido che ne conserviamo solo un’impressione confusa da cui persino i segni di velocità sono assenti». Sarà come immobile. «Non è più un treno, non significa più niente». Il viaggiatore al finestrino vede solo un segmento del mondo: «Noi appariremo l’uno all’altro come privi d’interesse, per il semplice motivo che non ci rassomigliamo». Lévi-Strauss evoca due figure - l’anziano, l’avversario politico - egualmente incapaci di vedere. Lontani dai centri di decisione, ambedue ritengono il mondo stagnante e vano anche quando non lo è (Razza e Cultura). Ambedue sono spesso incuriositi, meno ricchi di tempo, di spazio e di idee.
Studiare, scambiare informazioni, ascoltare: è uno dei rimedi, ed è il contrario dei conformismi che impregnano il pensiero sulle culture mondiali. La potenza di Lévi-Strauss è proprio qui: basta leggerlo, e lo scontro di civiltà che ha fatto la gloria di Samuel Huntington ingrigisce. Huntington passa, lui resta. Resta la sua idea fondamentale, secondo cui ogni progresso è una coalizione tra forze diverse che cercano una sintesi senza abbandonare la propria diversità. Se c’è una cosa aborrita dall’etnologo francese è il mondo unico, che cancella le differenze o soggiogandole con efferatezza coloniale, o ignorandole in nome di un antirazzismo falso perché disattento a forme di esclusione che penalizzano non solo le razze ma anche gli stili di vita. Il conformismo globale non è progresso: è «umanità ossificata, confusa in un genere di vita unico»; è entropia, energia che sfinisce. Il progresso non è nella difesa d’un particolarismo superiore ma in uno scambio col difforme che feconda il nostro pensiero trasformandolo. La divergenza non è scandalo: è la condizione perché la storia cessi di esser stazionaria, solitaria e diventi cumulativa, capace di combinazioni complesse. Ci sono epoche che Lévi-Strauss considera esemplari: il Neolitico, il Rinascimento, la Rivoluzione industriale. Edificando sulla differenziazione, esse avanzarono formidabilmente. Chi vede ovunque sovversivi s’adagia nell’inerzia storica.
Ogni coalizione con le diversità è minacciata da esiti paradossali. A forza di collaborare, le culture tendono alla consonanza, i particolarismi s’appannano, vivificano meno. L’omogeneità e il maggiore volume delle società accresceranno le diversificazioni interne, ma non subito né automaticamente.
La sfida consiste nel trovare un equilibrio fra integrazione e differenza, e nell’evitare il «pigro, comodo riposo» che garantisce «l’immagine della somiglianza migliorata»: la storia non è fatta di somiglianze crescenti; è «piena di avventure, rotture, scandali».
Quando le diversità non rifioriscono conviene cercarne di nuove, addirittura suscitarle, ridar spazio a minoranze, a avversari, anche a sistemi ideologici antagonisti.
«Barbaro è solo chi crede nella barbarie».
Se il progresso è sintesi fra culture occorre salvaguardare gli scarti, proteggendo quelle che l’antropologo chiama le micro-solidarietà, le società parziali; custodendo perfino le superstizioni. Uno dei più luminosi saggi è sul Babbo Natale Giustiziato, che narra l’intreccio sottile, involontario, tra cristiani e pagani. Ogni genitore o nonno, alla vigilia delle feste, ne scoprirà la delizia.
Lévi-Strauss è una mente veramente grande, e non solo per la visione cupa, dunque realista, che egli ha dell’occidente, delle sue crudeltà, delle sue megalomanie. È un grande perché, pur disperando, non cessa di pensare e credere. Tutta la vita l’ha spesa per dire che si può sempre scegliere un’altra via, che tutto poteva e può andare diversamente, solo che lo si voglia. La necessità è un muro, ma ha sue crepe. Il pianeta corre allo squasso, ma si può edificare un altro umanesimo, fondato non sull’uomo morale superiore ma sui diritti dell’essere vivente, sia esso uomo, pianta, specie animale. «I giochi non sono mai fatti. Possiamo ricominciare tutto. Quello che è stato fatto e mancato può esser rifatto», scrive in Tristi Tropici. Purché si ritrovi «l’indefinibile grandezza dei cominciamenti»: quella soglia in cui il nulla quasi non c’è più e già quasi iniziano l’essere, le parole per dirlo, l’azione per influenzarlo.
Il Bollettino della Vittoria (di cui, in realtà, fu autore materiale il generale Domenico Siciliani, capo dell’Ufficio Stampa del Comando Supremo) è il documento ufficiale emesso dal Comando Supremo dell'esercito italiano che annunciava la disfatta nemica e la vittoria dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale.
Il testo, fuso nel bronzo delle artiglierie catturate al nemico, è esposto in tutte le Caserme e i Municipi d'Italia.
Il testo
Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una czecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita.
La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.
L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.
I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Diaz
Tra i primi ad affrontare il tema da un punto di vista speculativo, sono forse i filosofi greci, in particolare Aristotele e gli stoici, che affermano l'esistenza di un diritto naturale, cioè di un insieme di norme di comportamento la cui essenza l'uomo ricava dallo studio delle leggi naturali. Questo pensiero, detto giusnaturalismo, ha origini antichissime, e di sovente viene suddiviso in vari tronconi storici. Il giusnaturalismo antico è riassumibile nel pensiero del grande filosofo greco espresso nella sua Etica Nicomachea:
« Del giusto civile una parte è di origine naturale, un'altra si fonda sulla legge. Naturale è quel giusto che mantiene ovunque lo stesso effetto e non dipende dal fatto che a uno sembra buono oppure no; fondato sulla legge è quello, invece, di cui non importa nulla se le sue origin sian tali o talaltre, bensì importa com'esso sia, una volta che sia sancito »
Nella pratica il concetto di diritti dell’uomo viene affrontato storicamente per la prima volta nel VI secolo a.C. da Ciro il Grande, sovrano dell'Impero Persiano (attuale Iran). Dopo la conquista di Babilonia (attuale Iraq) nel 539 a.C., il re fa emanare il testo scolpito sul "cilindro di Ciro", rinvenuto nel 1879 tra le rovine di Babilonia e conservato al British Museum a Londra. Questo documento è correntemente menzionato come la "prima carta dei diritti dell’uomo" poiché esprime rispetto per l’uomo in quanto tale e promuove una forma elementare di libertà e tolleranza religiosa. Esso afferma:
« Io sono Ciro, re del mondo, gran re, re legittimo, re di Babilonia, re di Sumer e Akkad, re delle quattro estremità (della terra), figlio di Cambise, gran re, re di Anzan, nipote di Ciro, gran re, re di Anshan, discendente di Teispe, gran re, re di Anshan, di una famiglia (che) ha sempre regnato. Non permetto a nessuno di spargere terrore nel Paese di Sumer e Akkad. Voglio fermamente la pace a Babilonia e in tutte le sue sacre città. Per gli abitanti di Babilonia (…) io abolisco i lavori forzati [...] Da Ninive, Assur e Susa, Akkad, Eshnunna, Zamban, Me-Turnu e Der fino alla regione di Gutium, restituisco a queste sacre città dall'altro lato del Tigri i templi di cui è stata fatta rovina per lungo tempo, le immagini che una volta vi erano conservate e stabilisco che essi siano i loro templi. Ho anche radunato gli abitanti di queste regioni e ho restituito loro le case che avevano. »
L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita
nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani hanno scelto a maggioranza, votando in un referendum, che l'Italia non fosse più una monarchia, con a capo un re, ma una Repubblica.
Questa Repubblica è democratica (e non oligarchica, dove comandano pochi), cioè il potere di comando (sovranità) è attribuito (appartiene) al popolo, che lo esercita direttamente (v. art. 75 sul referendum) o indirettamente (v. artt. 48, 60,61, 122, 128 sulle elezioni del Parlamento e dei Consigli regionali, provinciali e comunali).
Il popolo è formato dai cittadini, termine che, a partire dalla Rivoluzione francese, ha sostituito quello di sudditi, che aveva il significato di sottoposti al potere del re e dei nobili.
Illavoro è visto come fondamento della vita democratica, come diritto che rende l'uomo pienamente "cittadino" in quanto collabora al funzionamento della società
E' evidente che il potere del popolo si realizza tramite la votazione di rappresentanti. Si assisterà, durante le votazioni, ad una divisione in maggioranza e in minoranza, e la vera democrazia si realizzerà quando la maggioranza permetterà alla minoranza di poter esercitare liberamente la sua attività. - Chiunque può farsi portavoce d'idee politiche diverse da quelle della maggioranza, basta che non sia né violente né criminose.
DEMOCRAZIA
Parola composta dal greco demos ("popolo") e kratos ("potere"), indica la forma di Governo nella quale la sovranità appartiene al popolo (art. 1 della Costituzione italiana). Questa sovranità, cioè il potere di comandare, viene esercitata direttamente (per esempio mediante il voto espresso in un referendum) oppure indirettamente, eleggendo dei rappresentanti (i membri del Parlamento). In un regime democratico i cittadini devono, inoltre, godere di una serie di diritti, in mancanza dei quali la loro partecipazione al potere sarebbe puramente formale. Si tratta di quei diritti che sono contenuti nella nostra Costituzione e che si esprimono nella libertà personale, nell'inviolabilità del domicilio, nella libertà di riunione, di associazione, di parola e così via. www.pbmstoria.it/dizionari/dizcittadino/cost/001.htm
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Si riafferma che esistono diritti dell'uomo (come il diritto alla vita, all'onore, all'espressione del proprio pensiero, a formarsi una propria famiglia ecc.) che non vengono concessi dallo Stato, ma sono da ritenere originari. Nello stesso tempo, si considera che l'uomo non è mai vissuto da solo e che, fra l'individuo e lo Stato, esistono innumerevoli formazioni sociali (le famiglie, i partiti, le chiese ecc.), espressione di questi diritti inviolabili.
Proprio perché l'uomo è un essere sociale, però, accanto ai diritti sono richiamati anche i doveri di solidarietà (come il partecipare alle scelte comuni mediante le elezioni, il servizio militare e civile, pagare le imposte e così via: artt. 48, 52, 53 ecc.).
“La barriera non è la disabilità stessa, ma una combinazione di barriere sociali, culturali, fisiche che i bambini e gli adolescenti con disabilità incontrano nella loro vita quotidiana. La strategia per promuovere i loro diritti è adottare le azioni necessarie per rimuovere queste barriere.”
come “standard di valutazione e classificazione di salute e disabilità”.
LE TIPOLOGIE DELLA DISABILITA' SECONDO UNA VECCHIA CLASSIFICAZIONE ERANO:
·Menomazione: qualsiasi perdita o anormalità a carico di strutture o funzioni psicologiche, fisiologiche o anatomiche; essa rappresenta l’esteriorizzazione di uno stato patologico e in linea di principio essa riflette i disturbi a livello d’organo.
·Disabilità: qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a una menomazione) della capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano. La disabilità rappresenta l’oggettivazione della menomazione e come tale riflette disturbi a livello della persona. La disabilità si riferisce a capacità funzionali estrinsecate attraverso atti e comportamenti che per generale consenso costituiscono aspetti essenziali della vita di ogni giorno.
·Handicap: condizione di svantaggio vissuta da una determinata persona in conseguenza di una menomazione o di una disabilità che limita o impedisce la possibilità di ricoprire il ruolo normalmente proprio a quella persona (in base all’età, al sesso e ai fattori socio-culturali). Esso rappresenta la socializzazione di una menomazione o di una disabilità e come tale riflette le conseguenze – culturali, sociali, economiche e ambientali – che per l’individuo derivano dalla presenza della menomazione e della disabilità. Lo svantaggio deriva dalla diminuzione o dalla perdita delle capacità di conformarsi alle aspettative o alle norme proprie dell’universo che circonda l’individuo.
A differenza della precedente Classificazione l’ICF non è una classificazione delle "conseguenze delle malattie"
ma delle "componenti della salute".
In tal senso l’ICF non riguarda solo le persone con disabilità ma tutte le persone proprio perché fornisce informazioni che descrivono il funzionamento umano e le sue restrizioni.
Inoltre, essa utilizza una terminologia più neutrale in cui Funzioni e Strutture Corporee, Attività e Partecipazione vanno a sostituire i termini di menomazione, disabilità e handicap.
L’ICF è suddiviso di due parti principali:
Parte 1 - Funzionamento e Disabilità,
Parte 2: Fattori Contestuali.
Ogni parte è poi composta da due componenti:
Parte 1 - Funzionamento e Disabilità:
Funzioni e strutture corporee, comprende due classificazioni una per le funzioni dei sistemi corporei e una per le strutture corporee
Attività e Partecipazione, comprende la gamma completa dei domini indicanti gli aspetti del funzionamento da una prospettiva sia individuale che sociale.
Parte 2- Fattori Contestuali:
Fattori Ambientali, comprende l’ambiente fisico, sociale e degli atteggiamenti in cui vivono le persone che possono avere un’influenza sulla capacità dell’individuo di eseguire azioni o compiti, o sul suo funzionamento o sulla struttura del corpo.
Fattori Personali, sono il background personale della vita e dell’esistenza di un individuo che possono giocare un certo ruolo nella disabilità ma non vengono classificati nell’ ICF.
I DIRITTI DE BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI CON DISABILITA’
Milano, 5 febbraio 2008
Antonio Sclavi, Presidente UNICEF-Italia
L’UNICEF Italia ha deciso di dedicare quest’anno di attività al tema della non discriminazione, uno dei principi fondamentali della Convenzione sui diritti dell’infanzia.
La Convenzione dedica un intero articolo - il 23 -
al tema della disabilità,
ma qui mi preme sin da subito dichiarare che questa attenzione particolare non deve far dimenticare che i bambini e gli adolescenti con disabilità sono prima di tutto bambini e adolescenti, hanno quindi gli stessi diritti riconosciuti a tutti gli altri minori di diciotto anni.
Con la ratifica da parte dello Stato italiano la Convenzione è diventata una legge.
Dal custodialismo all’inclusione sociale delle persone con disabilita’
Varese, 28 Marzo 2008- Sintesi intervento Dr. Michele Imperiali
Evoluzione dei diritti e delle politiche sociali
La convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (2007) ha rivoluzionato l’approccio alla persona con disabilità,
proponendo un modello finalmente impostato secondo i valori universali dei diritti umani di tutte le persone
Integrazione ! No grazie
Vi sono 3 concetti per spiegare l’evoluzione del rapporto
tra rispetto dei diritti delle persone con disabilità e approcci della società nel garantirne la forma della loro
partecipazione alla vita sociale.
Concetti, su cui il dibattito internazionale ed i più recenti documenti delle Nazioni Unite hanno chiarito il senso:
•INSERIMENTO: è l’approccio che riconosce il diritto delle persone con disabilità ad avere un posto nella società, ma che si limita ad inserirle in un posto spesso separato dalla società (per es. un istituto o una classe speciale) o in una situazione passiva (quello che nel movimento delle persone con disabilità chiamiamo tappezzeria). La decisione su “dove” debbano vivere e “come” debbano essere trattate non è presa dalle persone con disabilità e dalle loro famiglie, nel caso non possano rappresentarsi da sole
•INTEGRAZIONE: è il processo che garantisce alle persone con disabilità il rispetto dei diritti all’interno dei luoghi ordinari, senza però modificare le regole e i principi di funzionamento della società e delle istituzioni che li accolgono. Vi è dietro questa impostazione ancora una lettura basata sul modello medico della disabilità (tali persone sono malate, invalide, limitate e la disabilità viene considerata una condizione soggettiva causata dalle minorazioni; le persone con disabilità vanno tutelate sulla base di un intervento speciale, vedi per es. insegnante di sostegno). Prevale l’idea che le persone con disabilità siano speciali e vadano sostenute attraverso interventi prevalentemente tecnici.
•INCLUSIONE: è il concetto che prevale nei documenti internazionali più recenti.
La persona con disabilità è considerata cittadino
a pieno titolo e quindi titolare di tutti i diritti
come gli altri cittadini.
Viene però riconosciuto che
la società si è organizzata in maniera tale da creare ostacoli, barriere e discriminazioni, che vanno rimosse e trasformate.
La persona con disabilità entra quindi nella comunità con pieni poteri e ha il diritto di partecipare alle scelte su come la società si organizza, sulle sue regole e sui principi di funzionamento
"Un'Italia a due velocità e tanta arretratezza culturale". Se la legge sull'inserimento lavorativo delle persone disabili "è buona, è l'applicazione pratica che non funziona, soprattutto al Sud". Il commento di Nina Daita, responsabile nazionale delle Politiche della disabilità di Cgil.
ROMA - All'Ufficio politiche della disabilità di Cgil arrivano, in media, 15 casi di discriminazione al giorno. A raccontare questa faccia del sindacato è Nina Daita, responsabile nazionale delle Politiche della disabilità di Cgil.
"In genere riceviamo una decina di e-mail più 4 o 5 telefonate al giorno. Si tratta di persone che arrivano sul posto di lavoro e vengono ‘emarginate' o a cui non viene dato nulla da fare - dice -. La situazione peggiore riguarda le donne. Allora, come sindacato, verifichiamo il caso, contattiamo le rsu dell'azienda ‘incriminata' e, se è necessario, intraprendiamo le vie legali. A volte basta che Cgil si muova per far capire alle imprese che al proprio interno hanno una persona che è in grado di lavorare".
"Non è la legge sull'inserimento lavorativo delle persone disabili ad essere sbagliata, anzi è una delle migliori d'Europa perché si basa su percorsi individuali, ma è la sua applicazione pratica che non funziona, soprattutto al Sud. E così, anche in questo settore, si crea un'Italia a due velocità. Laddove le risorse scarseggiano e le istituzioni latitano il collocamento mirato non può non seguire le sorti dei territori a cui è demandato - continua Nina Daita -. A tutto questo si deve poi aggiungere il discorso dell'arretratezza culturale del nostro Paese: ma questo vale nel lavoro, come nella scuola e nella vita di tutti i giorni".
Per informazioni sui diritti delle persone disabili nel mondo del lavoro: http://www.cgil.it/ufficiohandicap/ (Michela Trigari)
(22 febbraio 2009)
L'Organizzazione Mondiale della Sanità definì l'handicap come prodotto dal rapporto tra persone disabili ed il loro ambiente (1980).
Una persona, infatti, diventa "handicappata" quando incontra barriere culturali, fisiche o sociali che le impediscono l'accesso ai vari sistemi della società aperti agli altri cittadini.
In questa accezione l'handicap corrisponde alla perdita o alla limitazione di opportunità di prendere parte alla vita della comunità allo stesso livello degli altri.
Recentemente (1999) l'OMS ha rivisto le proprie classificazioni, sostituendo il termine "handicap" con altri meno discriminanti (vedi)
L’utilita’ della comunicazione multimediale per i diversamente abili
di Maria Maddalena Rubaltelli
Mi chiamano tutti Marilena, sono tetraplegica dalla nascita e ho 54 anni. Mi sono laureata in Psicologia nel 1982, presso l’Università di Padova, ho acquisito il titolo di sessuologa nel 1997 e sono iscritta al C.I.S..
Vivo a Padova, dove insegno presso i Corsi di Laurea in Fisioterapia e Neuro Psicomotricità dell’età evolutiva; in quest’ambito approfondisco l’evoluzione affettiva e sessuale delle persone diversamente abili, le diverse problematiche, i vissuti e le potenzialità. Ho pubblicato un libro di narrativa intitolato “Non posso stare ferma”, edito dal Messaggero di Padova.
Sono attenta a promuovere la cultura dell’inclusione e ho approfondito in diverse occasioni la tematica dei diritti nascosti che non vengono riconosciuti alle persone diversamente abili.
Utilizzo da poco tempo un sistema di comunicazione con il quale posso parlare e vedere attraverso il computer le persone, in più non ho alcun onere economico; sono a conoscenza che ne esistono altri e trovo che questi mezzi multimediali siano molto utili. La cosa bella è che in questo modo posso osservare l’espressione, cogliere il sorriso o la tristezza di qualcuno che non mi è fisicamente vicino, guardare la sua gestualità e vederne così, almeno in parte, l’espressione corporea, tanto importante nelle relazioni.
Già con il telefono a viva voce, o l’uso delle cuffiette, avevo la possibilità di parlare senza che fosse necessaria la presenza di qualcuno che sorregga cornetta o cordless, con l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione è però possibile attuare una maggiore autonomia e salvaguardare la privacy, diritto sacrosanto e poco riconosciuto per le persone con disabilità.
Esiste un altro vantaggio nell’utilizzare questi programmi di video-comunicazione ed è quello di cui usufruiscono i miei amici ipoudenti che possono osservare i movimenti labiali; per i non udenti inoltre è possibile comunicare con il linguaggio dei gesti. Manca la possibilità del contatto corporeo, dell’abbraccio, così importante per tutti, forse di più per chi ha una limitazione ed è perciò ferito.
Credo ci siano altri vantaggi di questo sistema comunicativo, ma ancora non li ho sperimentati.
Una cosa interessante è la possibilità di comunicare in più di due persone, in video conferenza, utilizzata già dai manager, ma che può essere molto bella anche per una conversazione tra amici. Credo che i mezzi della tecnologia debbano essere scoperti sempre più dalle persone diversamente abili per facilitare la comunicabilità e il contatto. Si evolve attraverso il confronto, si cresce con l’alimento della relazione, si imparano nuove prospettive conoscendo il mondo degli altri.