venerdì 27 gennaio 2012

giorno della memoria







C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)




martedì 10 gennaio 2012

Giorgio CAPRONI (Livorno 7 gennaio 1912 – 22 gennaio 1990)




Lasciate senza nome, senza
data, la pietra bianca
che un giorno mi coprirà.
col sole, prenderà
(forse) il colore delle mie ossa
sarà,
nella sua cornice nera
la mia faccia, vera.


Giorgio Caproni nacque a Livorno il 7 gennaio 1912. Nel marzo del 1922 lafamiglia si trasferì a Genova dove il giovane terminò gli studi e frequentòla Facoltà di Magistero, dedicandosi contemporaneamente allo studio delviolino e seguendo le lezioni di filosofia di Giuseppe Rensi. Nel 1936pubblicò la sua prima raccolta di poesie.Commesso, impiegato, e infine maestro elementare, nel 1938 si trasferì con
la moglie Rina, a Roma, dove continuò a fare il maestro fino al 1973,vivendo appartato e tenendosi lontano dai salotti letterari. Dopo la guerrae la resistenza, spinto anche da necessità d' ordine economico, collaborò a numerose riviste come "L'Unità", "Mondo operaio", "Avanti!","Italiasocialista", "Il lavoro nuovo", "La fiera letteraria", ecc, con articoli,racconti, traduzioni. Intensa fu infatti anche la sua attività di traduttore di prosa e di poesia soprattutto dal francese. Tradusse tra
l'altro Il tempo ritrovato di Proust, I fiori del male di Baudelaire, Morte a credito di Celine, Bel-ami di Maupassant, e poi Genet e Apollinaire.
Vinse diversi premi letterari fin dalla pubblicazione delle Stanze dellafunicolare (premio Viareggio), ma il vero successo gli arrise solo nel 1975, con Il muro della terra (premio Gatto e premio Jean Malrieu E'tranger, per il miglior libro tradotto in francese), e successivamente con il Franco cacciatore, che vinse i premi Montale e Feltrinelli.
Giorgio Caproni ricevette nel 1984 la laurea honoris causa in Lettere eFilosofia presso l'Università di Urbino e nel 1985 la cittadinanza onoraria di Genova, città che influenzò profondamente il suo spirito e la suaproduzione poetica.
Nel 1986 ottenne i premi Chianciano, Marradi Campana e Pasolini, per laraccolta Il conte di Kevenhuller.
Il poeta si è spento a Roma il 22 gennaio 1990.


Preghiera
Anima mia, leggera
và a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fà un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.
Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.
Anima mia, sii brava
e và in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada. 

sabato 7 gennaio 2012

PRIMO LEVI


Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una ricca famiglia ebrea di tradizioni intellettuali. 
Nel 1941 si laurea in chimica nonostante l'ostacolo delle leggi razziali, grazie all'aiuto di un docente. 
Dopo l'8 settembre, la disfatta dell'esercito italiano e l'occupazione nazista dell'Italia, Levi aderisce a una formazione partigiana di "Giustizia e Libertà", ma viene arrestato dalla milizia fascista.
Consegnato ai tedeschi, viene deportato ad Auschwitz nel febbraio del 1944. Fortunosamente sopravvissuto al Lager, viene liberato nel gennaio del 1945 dall'Armata Rossa e, per quasi un anno, è al seguito delle truppe sovietiche. Soltanto nell'ottobre del 1945 riesce a tornare a casa.
Nel 1947 pubblica "Se questo è un uomo", che non ottiene grande successo: l'Italia sembra non essere ancora sensibile alla tragedia dell'Olocausto.
"La tregua" esce nel 1963.
Il terzo libro esplicitamente dedicato alla questione ebraica è "Se non ora, quando?", edito nel 1982, che ripercorre la storia di un gruppo di ebrei combattenti, da partigiani, al fianco dei sovietici.
Scrive anche una serie di racconti.
Nel 1986 il saggio "I sommersi e i salvati" riprende nel titolo un capitolo centrale di "Se questo è un uomo" ed è un’analisi del fenomeno del Lager.  
Muore suicida nel 1987.

LEVI - I SOMMERSI E I SALVATI


SINTESI DELL’OPERA

PREFAZIONE
Sia le vittime che gli oppressori  avevano viva la consapevolezza dell'enormità, e quindi della non credibilità, di quanto avveniva nei Lager . “ i militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi.»”  Molte delle prove materiali degli stermini di massa furono soppresse, o si cercò di sopprimerle: nell'autunno del 1944 i nazisti fecero saltare le camere a gas e i crematori di Auschwitz,  Il ghetto di Varsavia, fu raso al suolo, tutti gli archivi dei Lager sono stati bruciati negli ultimi giorni di guerra tanto che ancora oggi non si ha la conferma del numero esatto delle vittime (quattro o sei od otto milioni); dopo la svolta di Stalingrado  si decise di eliminare i cadaveri che erano stati accatastati nelle fosse comuni: gli stessi prigionieri furono costretti a disseppellire quei resti ed a bruciarli su roghi all'aperto. I comandi S.S. ed i servizi di sicurezza fecero in modo che nessun testimone sopravvivesse. Ma qualcuno ha pure avuto la fortuna e la forza di sopravvivere, ed è rimasto per testimoniare, così come sono rimaste le rovine dei campi.
I principali  testimoni sono gli stessi nazisti, molti dei quali hanno negato di sapere. Non si saprà mai quanti, nell'apparato nazista, non sapessero nulla o sapessero qualcosa, ma fingessero d'ignorare. Comunque sia è certo che la mancata diffusione della verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto.  Molti sono i potenziali testimoni «civili» : società industriali, aziende agricole, fabbriche di armamenti, che  traevano profitto dalla mano d'opera pressoché gratuita fornita dai campi, o che rifornivano i Lager  di legname, materiali per costruzione, il tessuto per l'uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essiccati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori , l’acido cianidrico che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz: erano forniti da ditte che dovevano sapere, o almeno avere forti sospetti, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno,  in alcuni casi dalla fanatica obbedienza nazista.
Il materiale più consistente per la ricostruzione della verità sui campi è costituito dalle memorie dei superstiti, ma esse vanno lette con occhio critico: nelle loro condizioni disumane , era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione d'insieme del loro universo, spaesati ed ignari di tutto ciò che li circondava. Così erano la maggioranza dei prigionieri «normali», dei non privilegiati, e, di questi, pochissimi sono scampati alla morte. Solo chi otteneva qualche privilegio riusciva a sopravvivere: “la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo”. Chi lo ha fatto non è tornato, o la sofferenza ha paralizzato la sua capacità di osservazione. I migliori storici dei Lager sono dunque emersi fra i pochissimi che hanno avuto l'abilità e la fortuna di raggiungere un osservatorio privilegiato, e tra questi in particolare i prigionieri politici, i più adatti e capaci di valutare e di interpretare i fatti a cui assistevano.
La memoria degli eventi accaduti sta diventando una memoria “stilizzata”, cioè semplificata e rarefatta dal tempo trascorso. Ormai i testimoni diretti sono rimasti in pochi e gli stessi reduci tendono a ridurre tutto a cerimonie commemorative fatte di retorica e belle parole. Ma solo mantenendo viva la memoria si può evitare che quelle violenze ritornino.

CAP. I   La memoria dell'offesa 
"La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile evento-Auschwitz. L'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano la gravità delle loro azioni. Le "scuse" più frequenti, seppure espresse con formulazioni diverse, sono più o meno le stesse: l'ho fatto perché sono stato costretto o comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto. Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull'individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: "la propaganda, la censura opposta al pluralismo delle informazioni, il terrore". Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese in chi si giustifica l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo.
 Levi cita le dichiarazioni di  Eichmann al processo di Gerusalemme, e l’autobiografia di Rudolf Höss (il penultimo comandante di Auschwitz, l'inventore delle camere ad acido cianidrico). Nelle affermazioni di questi uomini dalle gravissime responsabilità, è palese l'esagerazione, ed ancor più la manomissione del ricordo. Entrambi erano nati ed erano stati educati molto prima che il Reich diventasse veramente «totalitario», e la loro adesione era stata una scelta, dettata più da opportunismo che da entusiasmo. La rielaborazione del loro passato è stata opera posteriore: così forti di fronte al dolore altrui, quando il destino li ha messi davanti ai giudici, davanti alla morte che hanno meritato, si sono costruiti un passato di comodo ed hanno finito per credervi.
Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.


CAP II  La zona grigia 
Per comprendere  è spesso necessario semplificare. Oggi chi legge la storia dei Lager sente il bisogno di dividere nettamente il male dal bene: qui i giusti, là i reprobi. Ma quella realtà non è riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.  "L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno."  Il nuovo arrivato doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio. Su questo punto le S.S. basavano tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci.  Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. C’erano gli “anziani” (bastava essere nel Lager due o tre mesi per essere anziano) : il «nuovo» ("Zugang") veniva assurdamente  invidiato , veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli. Ma c’era soprattutto il prigioniero-funzionario, quello che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando, e ti percuote; ti vuole domare, vuole spegnere in te la dignità che lui ha perduta; ma se tenti una reazione, per una legge non scritta ma ferrea, il "zurückschlagen", il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il “nuovo” colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. (“Un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro, era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato  immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.”)
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno immancabile. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera. All’interno del lager i prigionieri, costretti in condizioni limite, inevitabilmente sono portati a sottostare alla logica del luogo in cui si trovano, dove per sopravvivere è necessario scendere a compromessi anche con la propria umanità: la "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Tra questi erano i Kapò, coloro che occupavano posizioni di comando: i capi delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, i prigionieri che svolgevano attività presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica, il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi hanno raccolto informazioni segrete e sono poi diventati gli storici dei rispettivi Lager; alcuni con astuzia e coraggio hanno potuto aiutare concretamente i loro compagni in molti modi. Erano però liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno.
Chi diventava Kapo? rei comuni tratti dalle carceri, prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze; più tardi, anche ebrei, che speravano di sfuggire alla «soluzione finale». Ma molti, aspiravano al potere spontaneamente, come i sadici ; lo chiedevano i frustrati, ed anche questo è un aspetto che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Un caso-limite di collaborazione è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio: chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!) per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perché potesse essere invidiato. Con questa denominazione , «Squadra Speciale», veniva indicato dalle S.S. il gruppo di prigionieri a cui era affidata la gestione dei crematori. Si doveva ancora una volta dimostrare che gli ebrei, "sotto-razza", si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi.

CAP. III  La vergogna 
"Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per la loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo".  Il sentimento  della vergogna riguarda tutti coloro che non sono stati "sommersi", ma che una volta riconquistata la libertà, non hanno provato gioia ma angoscia e vergogna per essersi "salvati", fino al punto da essere spesso indotti al suicidio (come lo stesso Levi poco dopo la pubblicazione di questo saggio). Il pensiero del suicidio  non interveniva durante la prigionia per tre motivi: la condizione bestiale che non faceva ragionare, il continuo lavoro che non lasciava tempo e le sofferenze della reclusione viste già come una punizione sufficiente . Invece dopo la liberazione  riaffiorava la vergogna, l'inevitabile senso di colpa per non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema del Lager, o per soccorrere i compagni più deboli, per essere stati egoisti, e solo grazie a questo essersi appunto salvati. I «salvati» del Lager non erano i migliori, i “Graziati”, i latori di un messaggio, ma esattamente il contrario: sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Chi tra i salvati si sentiva innocente, era comunque intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti a se stesso e agli altri. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.” “E c'è un'altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. C'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani. Ma chi è stato nei Lager non ha potuto non vedere; “i giusti fra loro hanno provato rimorso,vergogna, dolore, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.”

CAP. IV   Comunicare 
Secondo una teoria, l'«incomunicabilità» sarebbe  un aspetto della condizione umana, in particolare nel modo di vivere della società industriale. Niente di più falso e pericoloso, secondo Levi: comunicare si può e si deve, è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria. “Rifiutare di comunicare è una colpa; per la comunicazione, ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti”. Nel Lager anche sotto l'aspetto della comunicazione,  l'esperienza dei reduci, in particolare italiani, jugoslavi e greci, è stata drammatica: gli ordini venivano dati prima con calma, poi ripetuti in tono rabbioso, infine urlati e accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." A Mauthausen il nerbo di gomma si chiamava «der Dolmetscher», l'interprete.
Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua “non-lingua”, bisognava farlo tacere a botte e rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un "Mensch", un essere umano.
 I primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". Nel Lager senza informazione non si vive . Senza comunicare non si può sopravvivere. Chi non capisce il tedesco, intendendo con tedesco quella sorta di lingua parallela propria dei lager e solo vagamente somigliante a quello originario, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "insieme alla lingua ti si secca il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. C’era un tentativo di comunicazione anche con il mondo esterno al lager, disperatamente cercato, che dava a molti una sorta di speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per comunicare con i familiari.

CAP. V   Violenza inutile 
"Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile. Anche l’assassinio ha uno scopo: chi uccide sa perché lo fa."  Non così la violenza disumana e ridondante del Lager. La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o una latrina. Il prigioniero, una volta entrato nelle fredde stanze del Lager,  veniva denudato, privato delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, subiva  il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, questa violenza risultava offensiva perchè collettiva e  inutilmente ripetuta. Un uomo nudo e scalzo è umiliato e inerme. La stessa impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio solo apparentemente  marginale per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola misera razione di zuppa.
La vita concentrazionaria ricalcava la  versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse, come i 5 bottoni obbligatori alla divisa e la marcia cadenzata. I prigionieri venivano usati come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili che venivano risparmiati agli animali perché troppo dolorosi. Vi è poi l’invenzione auschwitziana  del tatuaggio, operazione, in sé, non tanto dolorosa, quanto umiliante : "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Era anche un ritorno barbarico: il tatuaggio, infatti, è vietato dalla legge mosaica. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed inflitto come una tortura e che poteva portare alla morte. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

CAP. VI  L'intellettuale ad Auschwitz 
In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà concentrazionaria. A tal proposito si rifà esplicitamente all'opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer, alias Jean Améry (Un intellettuale ad Auschwitz). Améry fu prigioniero in diverse prigioni naziste, ma le sue osservazioni si limitano ad Auschwitz: "I confini dello spirito, il non-immaginabile erano là."- Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio?-, si domanda Levi. Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava in Lager molto peggio dell'incolto. Gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l'allenamento, oltretutto, era tormentato più pesantemente da un acuto senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l'uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Améry, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso del nostro autore, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma di sicuro moralmente: "Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.[...]. mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso."

CAP. VII   Stereotipi 
Sono da sfatare gli stereotipi di “prigionia- libertà” e “oppressione- ribellione”. Nei campi non c’erano persone che si sentissero lese in un diritto fondamentale come la libertà e quindi fossero automaticamente pronte ad organizzarsi per ribellarsi ed evadere. Erano persone umiliate, deboli, annullate, senza un retroterra nel quale rifugiarsi, senza più alcun contatto col mondo esterno. La fuga era punita immancabilmente non solo con la morte ma con torture atroci per i rei e per i compagni anche se estranei al fatto. Inoltre la storia dimostra che le ribellioni vittoriose hanno avuto sempre dei capi che possiedono forza morale e fisica, nessuno schiavo ha sconfitto il padrone; nei Lager   la ribellione era impossibile, e alcune comunque vi furono. Altro stereotipo: l’idea di “patria”. Gli ebrei non fuggirono prima della deportazione in massa, non abbandonarono le loro case, la loro città, la loro vita di sempre, perché quella era la loro “patria”: era per loro un legame molto più forte in quei tempi, probabilmente, soprattutto in Germania, di quanto non lo sia ora, ed erano disposti a tutto pur di rimanere nella propria patria; certo non prevedevano cosa sarebbe successo, tutti avevano sottovalutato la gravità dell’antisemitismo nazista. Anche oggi gli allarmi ecologici, per esempio, non bastano a far cambiare abitudini di vita alla gente, e ciò dovrebbe farci  capire che vivere i fenomeni dal di dentro è diverso dall’esserne spettatori esterni una volta che tutto è passato da tempo.   



CAP. VIII  Lettere di tedeschi 
L'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di un’ edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore. Prosegue poi liquidando la lettera di due coniugi di Amburgo che giudica "nazisti non fanatici ma opportunisti, pentitisi quando era opportuno pentirsi, stupidi quanto basta per farmi credere alla loro versione semplificata della storia moderna", infine con alcune altre lettere di giovani che hanno invece sollevato domande e questioni in modo più mirato e meditato e di Hety S. di Wiesbaden che molto lo aveva colpito con l’espressione di una giovane donna tedesca che aveva vissuto in Germania non consenziente all’ideologia ed ai crimini nazisti.

CONCLUSIONI
Il mondo è profondamente mutato, l'Europa non è più il centro del pianeta, gli imperi coloniali hanno ceduto alla pressione dei popoli d'Asia e d'Africa assetati d'indipendenza, la Germania è diventata «rispettabile» e di fatto detiene i destini dell'Europa. Parlare  ai giovani dei lager nazisti è sempre più difficile; essi sono assillati dai problemi d'oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l'esaurimento delle risorse, l'esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi. Si affaccia all'età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull'onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per i reduci è un dovere continuare a parlare, ma lo percepiscono insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. “Dobbiamo essere ascoltati.
Siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.E' avvenuto contro ogni previsione. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato.(...) Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo”.
Pochi paesi possono essere immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
Agli stereotipi passati in rassegna nel settimo capitolo bisogna aggiungerne uno. I giovani chiedono, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, come erano fatti gli «aguzzini» dei Lager. Il termine fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d'origine. Invece erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: “salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori.” Persone “normali” divenute “mostri” solo perché obbedienti ad un’educazione sbagliata, a regole imposte a cui non hanno saputo reagire criticamente. “Ed è altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all'inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico”.

lunedì 12 dicembre 2011

DURBAN - 17^ CONFERENZA INTERNAZIONALE SUL CLIMA


Si è chiusa a Durban (Sud Africa) la 17^ Conferenza internazionale sul clima promossa dall’O.N.U.  
  Le valutazioni appaiono, per ora, abbastanza contrastanti, la sensazione predominante è che non vi sia ancora la volontà politica di giungere a un vero e proprio trattato internazionale vincolante sulla lotta ai cambiamenti climatici.


 E’ pur vero che nel 2020 dovrebbero esser parte dell’accordo la Cina, gli Stati Uniti, l’India, il Brasile e buona parte degli Stati responsabili della gran parte delle emissioni dei gas serra,
 tuttavia ancor oggi non hanno sottoscritto nemmeno il protocollo di Kyoto
 E il 2020 potrebbe esser troppo tardi. 
Inoltre, alcuni Stati (Giappone, Russia, Canada) hanno già detto che non aderiranno.


da Il Sole 24 Ore on line12 dicembre 2011
Durban: accordo globale salva-clima, adozione entro il 2015. Clini: «Superati i limiti di Kyoto»: 
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-11/durban-accordo-globale-salvaclima-161101_PRN.shtml 

Clima: UE, l’accordo di Durban rappresenta una svolta storica:http://www.diariodelweb.it/Articolo/Energia/?d=20111211&id=227547


Il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha accolto con soddisfazione «la significativa intesa» raggiunta alla Conferenza Internazionale sul Clima di Durban, che prevede l'adozione di un accordo generale per la lotta contro il riscaldamento globale entro il 2015.

domenica 4 dicembre 2011

CRISI ECONOMICA....UN NUOVO MEDIOEVO?


La crisi economica del 2008-2011, originatasi negli Stati Uniti con la crisi dei subprime, ha avuto luogo dai primi mesi del 2008 in tutto il mondo. Tra i principali fattori della crisi figurano gli alti prezzi delle materie prime, una crisi alimentare mondiale, un'elevata inflazioneglobale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo, così come una crisi creditizia ed una conseguente crisi di fiducia dei mercati borsistici.
Agli inizi del fenomeno molti autori ritenevano che non si trattasse di una vera crisi, poiché il termine crisi è carente di una precisa definizione tecnica, ma è vincolato ad una profonda recessione; questa, a sua volta, è definita come quel periodo temporale durante il quale per almeno due trimestri consecutivi si ha un arretramento economico, cioè una riduzione del PIL.. Tuttavia, le pesanti recessioni e i vertiginosi crolli del PIL verificatasi in quasi tutte le economie avanzate del mondo tra il 2009 e il 2010 hanno smentito queste ottimistiche previsioni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_del_2008-2010





Un interessante articolo   By Roberto Franzè  - 


Posted on  16 aprile 2009  su :   http://www.ecolcity.it/cms/crisi-economica-2009-2010-2011-2012-2020-prepariamoci-a-diventare-poveri-

 riassume le tre teorie più accreditate sulla crisi

1° teoria - Crisi economica difficile ma superabile
E' quella dell'informazione ufficiale, dei governi e degli economisti vicini alla finanza mondiale che, dopo aver cercato di negare per anni (quanti anni? risponderò alla fine) l'arrivo della crisi economica, dal 2008 ne ammettono l'esistenza.
A loro avviso, la colpa è di una finanza speculativa che ha portato alla creazione di prodotti finanziari di dubbio valore in misura di 4.000 miliardi di dollari (nel 2008 il PIL mondiale è stato di circa 56.000 miliardi di dollari) i quali rischiano di bloccare l'intero sistema bancario e finanziario e di conseguenza l'intero sistema economico.
Soluzione uscita dal G20 e USA (nazione che più ha contribuito al crescere di tipo di speculazione):
1) per evitare il blocco del sistema, gli asset passivi (definiti tossici) devono essere acquistati dagli stati o dai privati (con finanziamenti statali) al fine di liberare il sistema bancario e finanziario, che una volta liberato da questi titoli passivi sui bilanci, potrà a sua volta rifinanziare l'economia.
2) le banche centrali abbassano i tassi di interesse ed immettono nel circuito bancario molto denaro a basso costo che, a loro avviso, sarà assorbito dal circuito economico con conseguente ripresa dei consumi e dell'economia.
Secondo loro, questa manovra non comporterà a breve rischi di inflazione (aumento dei prezzi), perché loro ritengono che ora ci troviamo in piena deflazione (diminuzione dei prezzi).
3) Investimenti importanti di lungo corso da parte degli stati, per rilanciare l'occupazione e l'economia.
Epilogo (secondo il G20): una ripresa lenta inizierà già nel 2010 per poi accelerare nel 2011.
(in sostanza questa attuale, sarà una crisi economica più dura di quella degli ultimi decenni, ma la ripresa è assicurata).







2° teoria - Crisi economica e sistemica di lunga durata
E' quella della maggior parte dell'informazione alternativa (definita anche: libera, controinformazione, ecc.. ) che ha, in moltissimi casi, anticipato l'arrivo della crisi (già dal 2005 alcuni economisti liberi, sono stati in grado di prevedere eventi della crisi che dal 2007 si sono puntualmente verificati).
Qui si parte da un visione sicuramente più pessimistica dove si ritiene che la così detta "economia di carta di dubbio  valore" possa arrivare a 150.000 miliardi di dollari (2,6 volte il PIL mondiale) ad una visione catastrofica, dove si ritiene che questa arrivi a 700.000 miliardi di dollari (12,5 volte il PIL mondiale).
Vorrei chiarire che i "titoli tossici" non sono la stessa cosa della "carta di dubbio valore" nel quale vengono compresi altri asset determinati da sofisticati strumenti finanziari, che per i più pessimisti rappresentano una economia che non ha una copertura reale.
Le soluzioni proposte non sono molte (perché per molti è difficile agire su un problema così grande), ne cito una che per me è tra le più interessanti.
1) Nazionalizzazione delle sole banche commerciali al fine di assicurare la copertura dei conti correnti e i finanziamenti alle imprese strategiche, produttive e di interesse sociale, congelamento di tutti i gli asset tossici e lasciare la sorte di tutto il resto al mercato; nel frattempo investire in opere a lungo termine per riavviare gradualmente la ripresa economica.  http://www.movisol.org
(In sostanza, assicurarci che le strutture vitali rimangano in piedi nazionalizzandole, pagare tutti con una profonda e lunga recessione tutti gli eccessi del sistema, cercando di fare in modo che questa colpisca di più coloro che hanno speculato).
Epilogo: Visto che questo non si sta facendo, secondo coloro che affermano questa teoria, si andrà verso una crisi economica e sistemica che potrà durare da  5 a 10 anni per i più ottimisti ed a conseguenze molto peggiori (crisi geopolitica, guerre, carestie, ecc...) per i più pessimisti.


3° teoria - complotto per nuovo ordine mondiale
E' quella dei così detti "complottisti", che affermano che questa crisi è pilotata da poteri occulti al di sopra della politica.
Questi poteri starebbero causando una crisi economica globale per poter intervenire, quando la crisi diventerà sistemica, fornendo come soluzione un governo mondiale.
Secondo questa teoria questo governo non sarà espressione dei popoli ma, sarà controllato da pochi potenti (che per molti che sostengono questa teoria, coincidono con le persone ai vertici della piramide massonica e delle banche).
Soluzione: Combattere contro il sistema bancario, finanziario e le multinazionali che, secondo questa teoria, controllando la politica degli stati, tengono i popoli in una sorta di dittatura-schiavitù mascherata da false forme di governo democratiche.
Epilogo: se non si riuscirà a fermare questo progetto di governo mondiale, si arriverà ad una dittatura mondiale attraverso il controllo totale del denaro e del potere da parte di poche strutture sovranazionali governate da pochi potenti.









la teoria di Roberto Franzè è la seguente:



 Esiste in effetti nel sistema capitalistico una mancanza di base la quale dimostra che esso non è un sistema coerente.
Se il capitalismo fa della competizione e dell'egoismo umano il suo motore ed ammette che l'uomo possa impegnarsi solo per se stesso, come mai non mette un limite al principale eccesso (ricchezza) che egli, per definizione e di fatto, può procurare?
Ora vi illustrerò la mia teoria esprimendola con una formula matematica.
La formula: La capacità del capitalismo di distribuire ricchezza è inversamente proporzionale allo sviluppo tecnologico ed alla diversità dei mercati (diversità della ricchezza dei popoli e dei diritti dei lavoratori).

Cioè, riassumendo il discorso di Roberto Franzè, a lungo andare l'accumulo di tecnologia e di ricchezza nelle mani di pochi e lo sfruttamento a livello globalizzato di tutto il resto del mondo porterà all'impoverimento globale, al consumo in breve tempo di tutte le risorse del pianeta ed allo spreco delle sue ricchezze e potenzialità.
 Bisogna che i cittadini tornino a prendere possesso dei beni locali, del proprio territorio, abbiano coscienza del lavoro reale e della realtà vera e non virtuale; la globalizzazione ed il capitalismo tecnologico ed inquinato alle radici ci sta trascinando inesorabilmente verso un nuovo medioevo, dal quale l'Occidente è uscito solo ripartendo brutalmente da zero.
Per leggere tutto l'articolo ed il dibattito che ne segue, clicca qui:
http://www.ecolcity.it/cms/crisi-economica-2009-2010-2011-2012-2020-prepariamoci-a-diventare-poveri-2



ecco una  proposta di Franzè su un altro suo articolo: http://www.ecolcity.it/cms/costruiamo-insieme-una-alternativa-al-capitalismo-malato

Molto interessante è anche questo film: "Il pianeta verde" dove una civiltà, che si è evoluta, analizza la condizione degli umani.