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lunedì 27 aprile 2015

ANTONIO GRAMSCI



PER VEDERE UNA PRESENTAZIONE DI TESTI E IMMAGINI SU GRAMSCI CLICCA QUI:


http://farescuola.wordpress.com/2011/02/21/gramsci-2/




Antonio, il gobbetto dai capelli di leone…

(ripreso e rielaborato da”Da Antonio Gramsci a Gianni Rodari”  di- Antoni Arca)




Nato ad Ales (Cagliari) nel 1891 da famiglia piccolo-borghese. Di salute cagionevole fin dall'infanzia, vince una borsa di studio per l'Università di Torino, laureandosi in lettere e filosofia. Nel 1913 aderisce al Partito socialista del quale diventa, nel '17, segretario della sezione torinese. Nel 1921 fonda insieme a Bordiga il Partito comunista d'Italia.
Prima giornalista dell’Avanti! e poi direttore del quotidiano da lui fondato, L'Ordine nuovo, nel '22 è componente dell'Esecutivo dell'Internazionale comunista. Si sposa a Mosca; avrà due figli per i quali, dal carcere italiano, scriverà una serie di commoventi favole pubblicate con il titolo L'albero del riccio. Rientrato in Italia, è eletto deputato per il collegio Veneto e segretario generale del Partito comunista.
Nel 1926 viene arrestato dalla polizia fascista nonostante l'immunità parlamentare, il re e Mussolini sciolgono la Camera dei deputati, mettendo fuori legge i comunisti. Tutti i deputati comunisti sono processati e confinati, Gramsci è condannato a venti anni di reclusione e prima viene confinato nell'isola di Ustica e successivamente rinchiuso nel carcere di Civitavecchia e poi di Turi.
Non essendo adeguatamente curato è abbandonato al lento spegnimento fra sofferenze. Muore nel 1937, dopo 11 anni di prigione, senza aver mai rivisto i figlioletti. Oltre alle Lettere inviate ai familiari ed agli amici, negli anni della reclusione scrive 32 quaderni di studi filosofici e politici, definiti una delle opere più alte e acute del secolo; pubblicati da Einaudi, nel dopoguerra, sono noti universalmente come i Quaderni dal carcere, tradotti in tutte le lingue più importanti.



Antonio Gramsci (1891-1937) capiva la fondamentale importanza della scuola, ma ne criticava le gravi carenze. Sapeva, per averlo vissuto di per­sona, che qualunque ragazzino di un paese rurale partiva svantaggiato rispetto al meno do­tato dei ragazzini di città, e que­sto non per chissà quale deficit intellettivo, ma perché le opportunità e gli stimoli offer­ti dalla città erano (sono?) estremamente superiori ad analoghi sti­moli di un centro rurale.
Ma, in quegli anni, in assenza di internet e computer, di radio e te­levisione, di cinema e librerie lo Stato, invece di sopperire a que­sto stato di cose dotando i centri rurali almeno di biblioteche di pubblica lettura, di locali scolastici confortevoli, e, soprattutto, di un corpo insegnante più preparato e flessibile, lasciava che i centri ru­rali venissero abbandonati al buon senso degli amministratori locali: quindi scuole improvvisa­te in locali abbando­nati, talvolta in vere e proprie stal­le, insegnanti sprovvisti di titolo e, spesso, anche di reali com­petenze didattiche.
 Per essere il primo della classe a Gramsci, per tutte le elementari, bastò saper parlare l'italiano meglio dei compagni di scuola, anzi, saperlo parlare e basta, dato che tutti gli al­tri entravano alle elementari con il bagaglio idiomatico del solo sardo e l'italiano lo imparavano, a fatica, come una vera e propria lingua straniera.

Lui, Antonio, il gobbetto dai capelli di leone, aveva il padre continentale e quindi parti­va avvantaggiato: l'italiano lo impa­rava a casa. Più tardi, malgrado avesse supe­rato con tutti dieci la classe quin­ta elementare (non obbligatoria ma indispensabile per accedere al ginnasio), non potè continuare gli studi per motivi economici e di salute. Studiò da privatista, fu ammesso a frequentare gli ultimi anni del ginnasio e, dopo il liceo, grazie ai suoi meriti scolastici e alla sua grande capacità di stu­dio,  vinse una borsa di studio per giovani sardi biso­gnosi e potè studiare all'univer­sità di Torino. Gramsci studierà sempre e comunque, ma, in ogni segmento dei proprio percorso studentesco, sarà costretto a sperimentare 1'inadegua­tezza di un sistema scolastico che tende ad escludere e a soffocare piuttosto che a includere e a integrare.
 Gli è talmente chiaro questo percorso educativo che, malgrado sia un brillante studente universitario e, a detta di alcuni suoi professori, abbia la concreta possibilità di un futuro come docente universita­rio, Granisci abbandona l'universi­tà a un passo dalla laurea per dedicarsi interamente all'educazio­ne del popolo.

Gramsci decide di essere un educatore alter­nativo alla scuola ufficiale, così organizza gruppi di studio spontanei come farà anche ad Ustica tra i confinati. Inoltre esercita il proprio ruolo di educa­tore come conferenziere e giornalista corsivista. Attraver­so aneddoti e apologhi riesce a parlare a tutti i lettori di l'Avanti, La Città Futura, il Grido del po­polo, L'Ordine Nuovo, ed avrà schiere di imitatori.
La sua vocazione di educatore fino al 1924 non si rivolge particolarmente ai ragazzi, ma  poi nasce Delio, due anni dopo Giulia­no e, come accade a tutti quei ge­nitori che fino a quel momento non ci avevano mai badato, il mondo dell'infanzia irrompe nella sua vita e, drammaticamente; infatti non lo fa at­traverso un rapporto in presenza che si prolunga nel tempo, ma attra­verso la mediazione della scrittu­ra.

Infatti, essendo stato eletto al parla­mento del regno d'Italia nel 1924 e non avendo tradito la propria ideologia politica, nel 1926 Anto­nio Gramsci fu accusato di antifascismo, quindi ar­restato e un anno e mezzo più tar­di, quando il regime di Mussolini riuscì a mettere insieme un tribu­nale speciale costituito da giudici (militari) con scarso senso della giustizia, insieme al gruppo diri­gente del Partito Comunista d'Ita­lia e alcuni militanti che non ave­vano voluto o potuto scappare, Antonio Gramsci fu condannato a poco più di vent'anni di carcere. La relazione di vicinanza coi figli fu bruscamente interrotta; Giulia­no non potrà mai veder­lo di persona.  Per causa della carcerazione Gramsci è costretto a stare lonta­no dalla sua famiglia e dai suoi fi­gli e provare ad avere con loro un rapporto epistolare, attraverso la scrittura, appunto.

Dal carcere, come è noto, Gramsci scrive il suo involontario roman­zo epistolare che tanto successo, ancora oggi e in tutto il mondo, meritatamente gli vale: Le lettere da carcere.  Si tratta, appunto, di lette­re a famigliari. amici e conoscenti che Gramsci scrive nel corso di un­dici anni di prigionia (1926-1937); di fatto fino a pochi giorni prima della sua morte, avvenuta il 27 apri­le.

Le let­tere risentono di diversi condizio­namenti: è costretto a scriverle in fretta e nei giorni stabiliti (due o quattro volte al mese secondo le regole carcerarie e nel tempo de­ciso dalle guardie carcerarie, non più di qualche decina di minuti), e possono essere indirizzate a un solo corrispondente per volta. Grazie alla disponibilità della co­gnata Tania che è rimasta in Italia, Gramsci indirizza a lei le lettere chiedendole smi­starle verso i reali destinatari: la moglie Giulia, la fa­miglia a Ghilarza, gli amici.
Sempre egli deve fare i conti con la censura del direttore del carcere (obbligato a leggere tutta la corri­spondenza in entrata e in uscita).
Di fatto, fino al 1932, cioè per i primi cin­que anni di carcere, Gramsci non scrive mai direttamente ai figli, il colloquio con loro è continua­mente mediato attraverso la voce di sua moglie Giulia e le sue co­gnate Tania e Genia. Quest'ultima vive a Mosca insieme alla sorella e i loro genitori e si sente una mamma alla pari, nei confronti di Delio e Giuliano e rispetto a Giulia. Con l'ingresso nella scuola elemen­tare anche di Giuliano, Gramsci co­mincia a ricevere letterine diretta­mente dai figli, e deve scrivere loro in maniera diretta, con la sola mediazione della loro mamma che, adesso, si limita a tradurre dall'italiano al russo.

Le Lettere, come i Quaderni e tutti gli altri volumi attribuiti a Gramsci, furono raccolti e pubblicati dopo la sua morte e solo alla fine della secon­da guerra mondiale, dopo la caduta del fascismo e della monarchia e l'av­vio della fase costituente della Re­pubblica Italiana. La prima edizio­ne delle Lettere dal carcere è, in­fatti, del 1947, pubblicata per il decennale della morte di Antonio Gramsci. L'anno dopo, una parte di quelle lettere,  sapientemente smontate e rimontate, divennero L'albero del riccio, il primo libro per bambini  attribuito ad Antonio Gramsci e che, da allora, lo iscri­ve, a pieno titolo, tra i migliori scrittori italiani per l'infan­zia pur non avendo potuto rielaborare e completare lui stesso l’opera.




Da Antonio Gramsci a Gianni Rodari

 dalle lettere al telefono …Lungo il filo diretto della comunicazione tra adulti e ragazzi…


Era il 1948 quando il libro di Anto­nio Gramsci per bambini, “L’abero del riccio” usciva a Milano e, l'anno prima, un giovane maestro comunista abbandonava definitivamente il mestiere per en­trare come giornalista presso l’Uni­tà di Milano, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, e dopo aver di­retto, dal 1945 al 1947, L'Ordine nuovo, il periodico di ispirazione gramsciana dei giovani comunisti di Varese.

Quel giovane si chiamava Gianni Rodari (1920-1980).Gianni Rodari, necessariamente, doveva aver letto le lettere di Gramsci. Quelle fiabe appena abbozzate nelle lette­re alla moglie e alla cognata, quegli aneddoti inviati ai figli, quelle brevi memorie personali , apparentemente senza una ragione chiara, invece di essere visti come un limite di scrit­tura, Rodari li reinventa e li trasfor­ma nella propria cifra stilistica. Quasi quotidianamente, prima su l'Unità, poi sull'inserto // Pionie­re, più avanti su Paese Sera, Gianni Rodari scriveva una veloce filastroc­ca o un breve racconto.
Egli afferma di scri­vere per una «città futura» in cui l'uto­pia possa divenire realtà. «Basta tra­sferirla dal mondo dell'intelligenza (alla quale Granisci prescrive giu­stamente il pessimismo metodico) a quello della volontà (la cui caratte­ristica principale, secondo lo stesso Granisci, dev'essere l'ottimismo)».

Favole al telefono esce in prima edizione presso Einaudi nel 1962.
Le favole telefonate sono settan­ta più una breve nota introduttiva, nella quale leggiamo che il narra­tore, un papà lontano per affari che ogni notte telefona una favo­la a sua figlia piccolina; «solo qualche volta, se aveva concluso buoni affari, si permetteva qual­che "unità" in più. Mi hanno det­to che quando il signor Bianchi chiamava Varese le signorine del centralino sospendevano tutte le telefonate per ascoltare le sue sto­rie. Sfido: alcune sono proprio belline».
 Le signorine centraliniste che si fermano ad ascoltare le fa­vole telefonate forse non ricordano i censori che, loro malgrado, diventavano i primi appassionati lettori delle lettere di Antonio Granisci?

Nella lettera alla mamma  del 27 giu­gno 1927 Antonio Gramsci conclude così:

“Vorrei che tu mi mandassi, sai che cosa? La predica di fra 'Antiogu a su populu de Masuddas.[…] Voglio comporre sullo stesso stile un poema dove farò entrare tutti gli illustri personaggi che ho conosciuto da bambino: tiu Remundu Gana con Ganosu e Ganolla, maistru Andriolu e tiu Millanu, tiu Micheli Bobboi, tiu Iscorza alluttu, Pippetto, Corroncu, SantuJacuzilighertariecc. ecc. Mi divertirò molto e poi reciterò il poema ai bambini, fra qualche anno.
 Penso che adesso il mondo si è incivilito e le scene che abbia­mo visto noi da bambini ora non si vedono più. Ti ricordi quella men­dicante di Mogoro che ci aveva promesso di venirci a prendere con due cavalli bianchi e e due cavalli neri per andare a scoprire il tesoro difeso dalla musca maghedda e che noi l'abbiamo attesa per mesi e mesi?
Adesso i bambini non credono più a que­ste storie e perciò è bene cantar­le; se ci trovassimo con Mario potremmo rifare una gara poeti­ca!”

Non sapremo mai se mamma Peppina avesse poi messo in prati­ca il consiglio di cantare le antiche fiabe, ma certamente lo ha fatto Gianni Rodari attraverso le sue mil­le filastrocche.


Leggendo molte favole di Rodari sentiamo qualcosa della voce e dello spirito di Gramsci, che rivive in un ambiente ed un linguaggio adattato ai bambini moderni.


 Chi è GIACOMO DI CRISTALLO  se non  Gramsci  con la sua prigionia resa tra­sparente attraverso le sue Lettere e i suoi Quaderni?

 Giacomo di Cristallo
Una volta, in una città lontana, venne al mondo un bambino trasparente. Attraverso le sue membra si poteva vedere come attraverso l’aria e l’acqua. Era di carne e d’ossa e pareva di vetro, e se cadeva non andava in pezzi, ma al più si faceva sulla fronte un bernoccolo trasparente.
Si vedeva il suo cuore battere, si vedevano i suoi pensieri guizzare come pesci colorati nella loro vasca.
Una volta, per isbaglio, il bambino disse una bugia, e subito la gente potè vedere come una palla di fuoco dietro la sua fronte: ridisse la verità e la palla di fuoco si dissolse. Per tutto il resto della sua vita non disse più bugie.
Un’altra volta un amico gli confidò un segreto e, subito tutti videro come una palla nera che rotolava senza pace nel suo petto, e il segreto non fu più tale.
Il bambino crebbe, diventò un giovanotto, poi un uomo, e ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli faceva una domanda, prima che aprisse bocca.
Egli si chiamava Giacomo, ma la gente lo chiamava “Giacomo di cristallo”, e gli voleva bene per la sua lealtà, e vicino a lui tutti diventavano gentili.
Purtroppo, in quel paese, salì al governo un feroce dittatore, e cominciò un periodo di prepotenze, di ingiustizie e di miseria per il popolo. Chi osava protestare spariva senza lasciar traccia. Chi si ribellava era fucilato. I poveri erano perseguitati, umiliati e offesi in cento modi.
La gente taceva e subiva, per timore delle conseguenze.
Ma Giacomo non poteva tacere. Anche se non apriva bocca, i suoi pensieri parlavano per lui: egli era trasparente e tutti leggevano dietro la sua fronte pensieri di sdegno e di condanna per le ingiustizie e le violenze del tiranno. Di nascosto, poi, la gente si ripeteva i pensieri di Giacomo e prendeva speranza.
Il tiranno fece arrestare Giacomo di cristallo e ordinò di gettarlo nella più buia prigione.
Ma allora successe una cosa straordinaria. I muri della cella in cui Giacomo era stato rinchiuso diventarono trasparenti, e dopo di loro anche i muri del carcere, e infine anche le mura esterne. La gente che passava accanto alla prigione vedeva Giacomo seduto sul suo sgabello, come se anche la prigione fosse di cristallo, e continuava a leggere i suoi pensieri. Di notte la prigione spandeva intorno una gran luce e il tiranno nel suo palazzo faceva tirare tutte le tende per non vederla, ma non riusciva ugualmente a dormire. Giacomo di cristallo, anche in catene, era più forte di lui, perché la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile dell’uragano.

Lo spaventapasseri di Rodari è la storia, l’unica ambientata in Sardegna,  di Gonario un bambino che rimane tutto solo nel fango di un fosso come racconta Gramsci, che da bambino scoprì l'orrore di una mamma che teneva incatenato nel­la porcilaia suo figlio disabile e non potè dirlo a nessuno perché ì grandi non sanno capire {Lettera a Tania del 30 gennaio 1933).

RODARI
Lo spaventapasseri
Gonario era l’ultimo di sette fratelli. I suoi genitori non avevano soldi per mandarlo a scuola, perciò lo mandarono a lavorare in una grande fattoria agricola. Gonario doveva fare lo spaventapasseri, per tenere lontani gli uccelli dai campi. Ogni mattina gli davano un cartoccio di polvere da sparo e Gonario, per ore ed ore, faceva su e giù per i campi, e di tratto in tratto si fermava a dava fuoco a un pizzico di polvere. L’esplosione spaventava gli uccelli che fuggivano, temendo i cacciatori.
Una volta il fuoco si appiccò alla giacca di Gonario, e se il bambino non fosse stato svelto a tuffarsi in un fosso certamente sarebbe morto tra le fiamme. Il suo tuffo spaventò le rane, che fuggirono con clamore, e il loro clamore spaventò i grilli e le cicale, che smisero per un attimo di cantare.
Ma il più spaventato di tutti era lui, Gonario, e piangeva tutto solo in riva al fosso, bagnato come un brutto anatroccolo, piccolo, stracciato e affamato. Piangeva così disperatamente che i passeri si fermarono su un albero a guardarlo, e pigolavano di compassione per consolarlo. Ma i passeri non possono consolare uno spaventapasseri.
Questa storia è accaduta in Sardegna.


 GRAMSCI  -(la storia della volpe e puledrino e la storia della volpe e del finto fucile)
Carissimo Delio,
ho saputo che sei stato al mare e che hai visto delle cose bellissime. Vorrei che tu mi scrivessi una lettera per descrivermi queste bellezze. E poi, hai conosciuto qualche essere vivente? Vicino al mare c’è tutto un brulichio di esseri: granchiolini, meduse, stelle marine ecc. Molto tempo fa ti avevo promesso di scriverti alcune storie sugli animali che ho conosciuto io da bambino, ma poi non ho potuto. Adesso proverò a raccontartene qualcuna:
-1° Per esempio, la storia della volpe e del puledrino. Pare che la volpe sappia quando deve nascere un puledrino, e sta all’agguato. E la cavallina sa che la volpe è in agguato. Perciò, appena il puledrino nasce, la madre si mette a correre in circolo intorno al piccolo che non può muoversi e scappare se qualche animale selvatico lo assale. Eppure si vedono qualche volta, per le strade della Sardegna, dei cavalli senza coda e senza orecchie. Perché? Perché appena nati, la volpe, in un modo o nell’altro, è riuscita  ad avvicinarsi e ha mangiato loro la coda e le orecchie ancora molli. Quando io ero bambino uno di questi cavalli serviva a un vecchio venditore di olio, di candele, e di petrolio, che andava da villaggio in villaggio a vendere la sua merce (non c’era allora cooperative né altri modi di distribuire la merce), ma di domenica, perché i monelli non lo prendessero in giro, il venditore metteva al suo cavallo coda finta e orecchie finte.
-2° Ora ti racconterò come ho visto la volpe la prima volta. Coi miei fratellini andai un giorno in un campo di una zia dove erano due grandissime querce e qualche albero da frutta; dovevamo fare la raccolta delle ghiande per dare da mangiare a un maialino. Il campo non era lontano dal paese, ma tuttavia tutto era deserto intorno e si doveva scendere in una valle. Appena entrati nel campo, ecco che sotto un albero era tranquillamente seduta una grossa volpe, con una bella coda eretta come una bandiera. Non si spaventò per nulla; ci mostrò i denti, ma sembrava che ridesse, non che minacciasse. Noi bambini eravamo in collera che la volpe non avesse paura di noi; proprio non aveva paura. Le tirammo dei sassi, ma essa si scostava e poi ricominciava a guardarci beffarda e sorniona. Ci mettevamo dei bastoni alla spalla e facevamo tutti insieme: bum! Come fosse una fucilata, ma la volpe ci mostrava i denti senza scomodarsi troppo. D’un tratto sentì una fucilata sul serio, sparata da qualcuno nei dintorni. Solo allora la volpe dette un balzo e scappò rapidamente. Mi pare di vederla ancora, tutta gialla, correre come un lampo su un muretto, sempre con la coda eretta e sparire in un macchine.
Caro Delio, raccontami ora dei tuoi viaggi e delle novità che hai visto. Ti bacio insieme con Giuliano e a mamma Julka.
                                                                                                                                                             Antonio

 RODARI – (la storia del fucile vero che fa “Pum!” per finta)
Il cacciatore sfortunato
- Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai a caccia,- disse una mattina al suo figliolo quella donna.- Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta e lepre.
Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subito una lepre che balzava da una siepe e correva in un campo. Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto. Ma il fucile disse: Pum!, proprio con voce umana, e invece di sparar fuori la pallottola la fece cadere per terra. Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato. Poi osservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stesso di sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto: Pum!, con una nocetta allegra e fresca. Giuseppe scrutò anche dentro la canna, ma com’era possibile, andiamo, che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la canna non c’era niente e nessuno.
 -  E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella  che vuol mangiarla con la polenta…
In quel momento la lepre di prima ripassò davanti a Giuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e dei fiori d’arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, e camminava a passettini passettini.
-Toh,- disse Giuseppe,- anche la lepre va a sposarsi. Pazienza, tirerò a un fagiano.
Un po’ più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano che passeggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il primo giorno della caccia, quando i fagiani non sanno ancora che cosa sia un fucile.
Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece: Pam!, disse: Pam! Pam!, due volte, come avrebbe fatto un bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde in terra e spaventò certe formiche rosse che corsero a rifugiarsi sotto un pino.
- Ma benone,- disse Giuseppe che cominciava ad arrabbiarsi,- la mamma sarà contenta davvero se torno col carniere vuoto. Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffato nel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivano i suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridere addosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera e contenta come le avessero dato il primo  premio.
- Ah, tu sei contenta, tu, - brontolò Giuseppe. -Tu ti sei già sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?
Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C’era soltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire: Sparami, sparami.
E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come i bambini quando leggono i fumetti. E aggiunse un rumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò più allegramente di prima, come per dire: Hai sparato, hai sentito, hai la barba lunga un dito.
- Me l’aspettavo. – disse Giuseppe.- Ma si vede che oggi c’è lo sciopero dei fucili.
- Hai fatto una buona caccia, Giuseppe?- gli domandò la mamma al ritorno. - Sì, mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grosse. Chissà come saranno buone, con la polenta





Domande:

-          Se ieri Gramsci ha usato le lettere per comunicare e poi Rodari ha pensato al telefono come canale diretto con i giovani, oggi quale potrebbe essere un nuovo modo per essere ascoltati dai giovani che possa essere apprezzato da loro, cioè divertente e comprensibile?


-          Gramsci era comunista: oggi possiamo ancora apprezzare le sue idee anche se il comunismo si dice “non esiste più”?


-          E se era comunista era anche favorevole alla violenza per la conquista del potere?



-          Come mai non si è laureato all’ultimo momento rinunciando a fare il professore universitario?


-          Le storie che raccontava ai figli attraverso le lettere avevano lo scopo di insegnare qualcosa a solo di esprimere il suo affetto con vecchi ricordi di quando era piccolo?


-          Che importanza aveva per Gramsci essere sardo, visto che ha vissuto praticamente sempre lontano dalla Sardegna?


-          Perché Gramsci insiste tanto a dire che lui ha voluto essere prigioniero e che perciò nessuno lo deve compiangere?


-          Perché è stato arrestato e condannato a venti anni? Le sue storie, le sue favole hanno qualcosa a che fare con la sua condizione di prigioniero?


-          Perché Rodari imita le lettere di Gramsci? Vuole copiarle perché sono spunti divertenti per i ragazzi , per il gusto di riscriverle e trasformarle per renderle più moderne o per qualche altro motivo?


-          Perché Rodari spesso capovolge le storie raccontandole “al contrario” (per es.fucile vero- fucile finto)?


-          Nella favola di Giacomo di cristallo cosa ha voluto dire Rodari ai bambini che la leggono?Si possono spiegare i veri fatti storici ai ragazzi anche raccontando delle favole di fantasia?










sabato 25 gennaio 2014

27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA - LEVI : I SOMMERSI E I SALVATI


SINTESI DELL’OPERA

PREFAZIONE
Sia le vittime che gli oppressori  avevano viva la consapevolezza dell'enormità, e quindi della non credibilità, di quanto avveniva nei Lager . “ i militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi.»”  Molte delle prove materiali degli stermini di massa furono soppresse, o si cercò di sopprimerle: nell'autunno del 1944 i nazisti fecero saltare le camere a gas e i crematori di Auschwitz,  Il ghetto di Varsavia, fu raso al suolo, tutti gli archivi dei Lager sono stati bruciati negli ultimi giorni di guerra tanto che ancora oggi non si ha la conferma del numero esatto delle vittime (quattro o sei od otto milioni); dopo la svolta di Stalingrado  si decise di eliminare i cadaveri che erano stati accatastati nelle fosse comuni: gli stessi prigionieri furono costretti a disseppellire quei resti ed a bruciarli su roghi all'aperto. I comandi S.S. ed i servizi di sicurezza fecero in modo che nessun testimone sopravvivesse. Ma qualcuno ha pure avuto la fortuna e la forza di sopravvivere, ed è rimasto per testimoniare, così come sono rimaste le rovine dei campi.
I principali  testimoni sono gli stessi nazisti, molti dei quali hanno negato di sapere. Non si saprà mai quanti, nell'apparato nazista, non sapessero nulla o sapessero qualcosa, ma fingessero d'ignorare. Comunque sia è certo che la mancata diffusione della verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto.  Molti sono i potenziali testimoni «civili» : società industriali, aziende agricole, fabbriche di armamenti, che  traevano profitto dalla mano d'opera pressoché gratuita fornita dai campi, o che rifornivano i Lager  di legname, materiali per costruzione, il tessuto per l'uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essiccati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori , l’acido cianidrico che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz: erano forniti da ditte che dovevano sapere, o almeno avere forti sospetti, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno,  in alcuni casi dalla fanatica obbedienza nazista.
Il materiale più consistente per la ricostruzione della verità sui campi è costituito dalle memorie dei superstiti, ma esse vanno lette con occhio critico: nelle loro condizioni disumane , era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione d'insieme del loro universo, spaesati ed ignari di tutto ciò che li circondava. Così erano la maggioranza dei prigionieri «normali», dei non privilegiati, e, di questi, pochissimi sono scampati alla morte. Solo chi otteneva qualche privilegio riusciva a sopravvivere: “la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo”. Chi lo ha fatto non è tornato, o la sofferenza ha paralizzato la sua capacità di osservazione. I migliori storici dei Lager sono dunque emersi fra i pochissimi che hanno avuto l'abilità e la fortuna di raggiungere un osservatorio privilegiato, e tra questi in particolare i prigionieri politici, i più adatti e capaci di valutare e di interpretare i fatti a cui assistevano.
La memoria degli eventi accaduti sta diventando una memoria “stilizzata”, cioè semplificata e rarefatta dal tempo trascorso. Ormai i testimoni diretti sono rimasti in pochi e gli stessi reduci tendono a ridurre tutto a cerimonie commemorative fatte di retorica e belle parole. Ma solo mantenendo viva la memoria si può evitare che quelle violenze ritornino.

CAP. I   La memoria dell'offesa 
"La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile evento-Auschwitz. L'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano la gravità delle loro azioni. Le "scuse" più frequenti, seppure espresse con formulazioni diverse, sono più o meno le stesse: l'ho fatto perché sono stato costretto o comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto. Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull'individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: "la propaganda, la censura opposta al pluralismo delle informazioni, il terrore". Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese in chi si giustifica l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo.
 Levi cita le dichiarazioni di  Eichmann al processo di Gerusalemme, e l’autobiografia di Rudolf Höss (il penultimo comandante di Auschwitz, l'inventore delle camere ad acido cianidrico). Nelle affermazioni di questi uomini dalle gravissime responsabilità, è palese l'esagerazione, ed ancor più la manomissione del ricordo. Entrambi erano nati ed erano stati educati molto prima che il Reich diventasse veramente «totalitario», e la loro adesione era stata una scelta, dettata più da opportunismo che da entusiasmo. La rielaborazione del loro passato è stata opera posteriore: così forti di fronte al dolore altrui, quando il destino li ha messi davanti ai giudici, davanti alla morte che hanno meritato, si sono costruiti un passato di comodo ed hanno finito per credervi.
Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.


CAP II  La zona grigia 
Per comprendere  è spesso necessario semplificare. Oggi chi legge la storia dei Lager sente il bisogno di dividere nettamente il male dal bene: qui i giusti, là i reprobi. Ma quella realtà non è riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.  "L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno."  Il nuovo arrivato doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio. Su questo punto le S.S. basavano tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci.  Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. C’erano gli “anziani” (bastava essere nel Lager due o tre mesi per essere anziano) : il «nuovo» ("Zugang") veniva assurdamente  invidiato , veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli. Ma c’era soprattutto il prigioniero-funzionario, quello che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando, e ti percuote; ti vuole domare, vuole spegnere in te la dignità che lui ha perduta; ma se tenti una reazione, per una legge non scritta ma ferrea, il "zurückschlagen", il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il “nuovo” colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. (“Un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro, era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato  immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.”)
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno immancabile. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera. All’interno del lager i prigionieri, costretti in condizioni limite, inevitabilmente sono portati a sottostare alla logica del luogo in cui si trovano, dove per sopravvivere è necessario scendere a compromessi anche con la propria umanità: la "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Tra questi erano i Kapò, coloro che occupavano posizioni di comando: i capi delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, i prigionieri che svolgevano attività presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica, il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi hanno raccolto informazioni segrete e sono poi diventati gli storici dei rispettivi Lager; alcuni con astuzia e coraggio hanno potuto aiutare concretamente i loro compagni in molti modi. Erano però liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno.
Chi diventava Kapo? rei comuni tratti dalle carceri, prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze; più tardi, anche ebrei, che speravano di sfuggire alla «soluzione finale». Ma molti, aspiravano al potere spontaneamente, come i sadici ; lo chiedevano i frustrati, ed anche questo è un aspetto che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Un caso-limite di collaborazione è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio: chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!) per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perché potesse essere invidiato. Con questa denominazione , «Squadra Speciale», veniva indicato dalle S.S. il gruppo di prigionieri a cui era affidata la gestione dei crematori. Si doveva ancora una volta dimostrare che gli ebrei, "sotto-razza", si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi.

CAP. III  La vergogna 
"Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per la loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo".  Il sentimento  della vergogna riguarda tutti coloro che non sono stati "sommersi", ma che una volta riconquistata la libertà, non hanno provato gioia ma angoscia e vergogna per essersi "salvati", fino al punto da essere spesso indotti al suicidio (come lo stesso Levi poco dopo la pubblicazione di questo saggio). Il pensiero del suicidio  non interveniva durante la prigionia per tre motivi: la condizione bestiale che non faceva ragionare, il continuo lavoro che non lasciava tempo e le sofferenze della reclusione viste già come una punizione sufficiente . Invece dopo la liberazione  riaffiorava la vergogna, l'inevitabile senso di colpa per non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema del Lager, o per soccorrere i compagni più deboli, per essere stati egoisti, e solo grazie a questo essersi appunto salvati. I «salvati» del Lager non erano i migliori, i “Graziati”, i latori di un messaggio, ma esattamente il contrario: sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Chi tra i salvati si sentiva innocente, era comunque intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti a se stesso e agli altri. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.” “E c'è un'altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. C'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani. Ma chi è stato nei Lager non ha potuto non vedere; “i giusti fra loro hanno provato rimorso,vergogna, dolore, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.”

CAP. IV   Comunicare 
Secondo una teoria, l'«incomunicabilità» sarebbe  un aspetto della condizione umana, in particolare nel modo di vivere della società industriale. Niente di più falso e pericoloso, secondo Levi: comunicare si può e si deve, è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria. “Rifiutare di comunicare è una colpa; per la comunicazione, ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti”. Nel Lager anche sotto l'aspetto della comunicazione,  l'esperienza dei reduci, in particolare italiani, jugoslavi e greci, è stata drammatica: gli ordini venivano dati prima con calma, poi ripetuti in tono rabbioso, infine urlati e accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." A Mauthausen il nerbo di gomma si chiamava «der Dolmetscher», l'interprete.
Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua “non-lingua”, bisognava farlo tacere a botte e rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un "Mensch", un essere umano.
 I primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". Nel Lager senza informazione non si vive . Senza comunicare non si può sopravvivere. Chi non capisce il tedesco, intendendo con tedesco quella sorta di lingua parallela propria dei lager e solo vagamente somigliante a quello originario, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "insieme alla lingua ti si secca il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. C’era un tentativo di comunicazione anche con il mondo esterno al lager, disperatamente cercato, che dava a molti una sorta di speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per comunicare con i familiari.

CAP. V   Violenza inutile 
"Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile. Anche l’assassinio ha uno scopo: chi uccide sa perché lo fa."  Non così la violenza disumana e ridondante del Lager. La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o una latrina. Il prigioniero, una volta entrato nelle fredde stanze del Lager,  veniva denudato, privato delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, subiva  il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, questa violenza risultava offensiva perchè collettiva e  inutilmente ripetuta. Un uomo nudo e scalzo è umiliato e inerme. La stessa impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio solo apparentemente  marginale per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola misera razione di zuppa.
La vita concentrazionaria ricalcava la  versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse, come i 5 bottoni obbligatori alla divisa e la marcia cadenzata. I prigionieri venivano usati come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili che venivano risparmiati agli animali perché troppo dolorosi. Vi è poi l’invenzione auschwitziana  del tatuaggio, operazione, in sé, non tanto dolorosa, quanto umiliante : "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Era anche un ritorno barbarico: il tatuaggio, infatti, è vietato dalla legge mosaica. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed inflitto come una tortura e che poteva portare alla morte. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

CAP. VI  L'intellettuale ad Auschwitz 
In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà concentrazionaria. A tal proposito si rifà esplicitamente all'opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer, alias Jean Améry (Un intellettuale ad Auschwitz). Améry fu prigioniero in diverse prigioni naziste, ma le sue osservazioni si limitano ad Auschwitz: "I confini dello spirito, il non-immaginabile erano là."- Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio?-, si domanda Levi. Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava in Lager molto peggio dell'incolto. Gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l'allenamento, oltretutto, era tormentato più pesantemente da un acuto senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l'uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Améry, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso del nostro autore, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma di sicuro moralmente: "Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.[...]. mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso."

CAP. VII   Stereotipi 
Sono da sfatare gli stereotipi di “prigionia- libertà” e “oppressione- ribellione”. Nei campi non c’erano persone che si sentissero lese in un diritto fondamentale come la libertà e quindi fossero automaticamente pronte ad organizzarsi per ribellarsi ed evadere. Erano persone umiliate, deboli, annullate, senza un retroterra nel quale rifugiarsi, senza più alcun contatto col mondo esterno. La fuga era punita immancabilmente non solo con la morte ma con torture atroci per i rei e per i compagni anche se estranei al fatto. Inoltre la storia dimostra che le ribellioni vittoriose hanno avuto sempre dei capi che possiedono forza morale e fisica, nessuno schiavo ha sconfitto il padrone; nei Lager   la ribellione era impossibile, e alcune comunque vi furono. Altro stereotipo: l’idea di “patria”. Gli ebrei non fuggirono prima della deportazione in massa, non abbandonarono le loro case, la loro città, la loro vita di sempre, perché quella era la loro “patria”: era per loro un legame molto più forte in quei tempi, probabilmente, soprattutto in Germania, di quanto non lo sia ora, ed erano disposti a tutto pur di rimanere nella propria patria; certo non prevedevano cosa sarebbe successo, tutti avevano sottovalutato la gravità dell’antisemitismo nazista. Anche oggi gli allarmi ecologici, per esempio, non bastano a far cambiare abitudini di vita alla gente, e ciò dovrebbe farci  capire che vivere i fenomeni dal di dentro è diverso dall’esserne spettatori esterni una volta che tutto è passato da tempo.   



CAP. VIII  Lettere di tedeschi 
L'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di un’ edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore. Prosegue poi liquidando la lettera di due coniugi di Amburgo che giudica "nazisti non fanatici ma opportunisti, pentitisi quando era opportuno pentirsi, stupidi quanto basta per farmi credere alla loro versione semplificata della storia moderna", infine con alcune altre lettere di giovani che hanno invece sollevato domande e questioni in modo più mirato e meditato e di Hety S. di Wiesbaden che molto lo aveva colpito con l’espressione di una giovane donna tedesca che aveva vissuto in Germania non consenziente all’ideologia ed ai crimini nazisti.

CONCLUSIONI
Il mondo è profondamente mutato, l'Europa non è più il centro del pianeta, gli imperi coloniali hanno ceduto alla pressione dei popoli d'Asia e d'Africa assetati d'indipendenza, la Germania è diventata «rispettabile» e di fatto detiene i destini dell'Europa. Parlare  ai giovani dei lager nazisti è sempre più difficile; essi sono assillati dai problemi d'oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l'esaurimento delle risorse, l'esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi. Si affaccia all'età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull'onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per i reduci è un dovere continuare a parlare, ma lo percepiscono insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. “Dobbiamo essere ascoltati.
Siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.E' avvenuto contro ogni previsione. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato.(...) Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo”.
Pochi paesi possono essere immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
Agli stereotipi passati in rassegna nel settimo capitolo bisogna aggiungerne uno. I giovani chiedono, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, come erano fatti gli «aguzzini» dei Lager. Il termine fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d'origine. Invece erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: “salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori.” Persone “normali” divenute “mostri” solo perché obbedienti ad un’educazione sbagliata, a regole imposte a cui non hanno saputo reagire criticamente. “Ed è altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all'inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico”.