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martedì 9 luglio 2013

FEMMINICIDIO - per saperne di più

Femminicidio

di Barbara Leda Kenny
05/06/2013

Come nasce, e cosa significa, la parola "femminicidio"
Il movimento delle donne ha fortemente spinto affinchè il termine "femminicidio" (o "Femmicidio"), che ultimamente nelle cronache sentiamo tanto, si affermasse nel discorso pubblico. Ma da dove viene? Siamo andate a studiare tra gli scritti di Barbara Spinelli, una giurista di Bologna che da anni, attraverso il suo blog, fornisce informazioni e con altre giuriste e associazioni porta avanti una battaglia per il riconoscimento del femminicidio Come violazione dei diritti umani. 
Il termine (femicide) è stato diffuso per la prima volta da Diana Russell che, nel 1992, nel libro Femicide: The Politics of woman killing, attraverso l’utilizzo di questa nuova categoria criminologica, molto tempo prima di avere a disposizione le indagini statistiche che ci confermano ancora oggi questo dato, “nomina” la causa principale degli omicidi nei confronti delle donne: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna «perché donna». “Il concetto di femmicidio si estende al di là della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine.”
La teoria di Diana Russell diviene universalmente nota ed utilizzata da numerose scienziate per analizzare le varie forme di femminicidio (delitto d’onore, lesbicidio, ecc.).
Nello specifico, viene ripresa dalle sociologhe, antropologhe e criminologhe messicane per analizzare i fatti di Ciudad Juarez, e viene adattata a descrivere non solo le uccisioni di genere ma ogni forma di violenza e discriminazione contro la donna “in quanto donna”.
Femminicidio (feminicidio) è per Marcela Lagarde «La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine -maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale- che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia».
Quando parliamo di femminicidio quindi non stiamo semplicemente indicando che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne.  Inoltre, quando parliamo di femminicidio, parliamo del culmine di una violenza che non esplode all’improvviso, ma che l’aggressore ha già rivolto contro quella o altre donne in molte altre forme. Per esempio, è più che verosimile che un marito che uccide la moglie l’abbia vessata per anni, che a monte della separazione da un ex che poi “uccide per gelosia” ci sia una fuga dalla violenza di quest’ultimo, ecc.
In Messico dove il discorso sui femminicidi è più radicato una Commissione Speciale parlamentare che, per un arco temporale di dieci anni, ha rielaborato le informazioni reperite presso varie istituzioni (procure generali, ONG, istituzioni di donne e di statistica, Corte suprema, organizzazioni civili, giornali) verificando che l’85% dei femminicidi messicani avviene in casa per mano di parenti, e che riguardava non soltanto le donne indigene ma anche studentesse, impiegate, donne di media borghesia. Ogni stato del Messico è stato mappato: dati ufficiali e dati delle ONG, situazione legislativa, misure adottate per il contrasto alla violenza di genere, numero di progetti sul territorio indirizzati alle donne e di centri antiviolenza.Il risultato? Hanno verificato che il 60% delle vittime di femminicidio aveva già denunciato episodi di violenza o di maltrattamento.
In Italia purtroppo siamo lontani dall’avere una fotografia della realtà. Non vengono prodotte statistiche, non c’è un rilievo dei dati, spesso non viene neanche prodotta informazione. L’indagine Istat del 2007  dava numeri allarmanti, che avrebbero dovuto richiedere non solo interventi capillari di prevenzione e contrasto, ma anche un approfondimento del fenomeno.  Eppure non abbiamo dati disaggregati per genere né delle vittime né dei perpetratori dei reati collegati alla violenza sulle donne. I numeri delle vittime di femminicidio vengono ricostruiti attraverso la cronaca e non forniti da fonti ufficiali attraverso un rilievo sistematico. Numeri quindi, che sono molto probabilmente sottostimati, visto che non tutte le vittime passano per la cronaca, e comunque suscettibili di essere influenzati dalla diversa sensibilità e percezione dei media nel tempo. E, soprattutto, non abbiamo un’idea del variare nel tempo del fenomeno, visto che dal 2007 non sono state fatte ulteriori indagini con la stessa metodologia.

Per saperne di più:
Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale di Barbara Spinellihttp://www.francoangeli.it/ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=16034&Tipo=Libro
Amore e violenza. Il fattore molesto della società di Lea Melandri http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833921945

Amorosi Assassini
http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842085140 di Addis Saba, Cristiana di San Marzano, Elena Doni, Paola Gaglianone, Claudia Galimberti, Elena Gianini Belotti, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri,Francesca Sancin, Mirella Serri, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini
L'ho uccisa perché l'amavo Falso! di Loredana Lipperini e Michela Murgia http://www.laterza.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1097&Itemid=101
Ferite a morte di Serena Dandini http://www.feriteamorte.it/
Il deserto delle morti silenziose di Alicia gaspar de Alba http://www.lanuovafrontiera.it/catalogo/liberamente/item/66-il-deserto-delle-morti-silenziose
Il femminicidio in Italia nell’ultimo decennio, Eures 2012




sabato 23 marzo 2013

LA TELEVISIONE E L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE DEGLI ADOLESCENTI


LA TELEVISIONE E L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE DEGLI ADOLESCENTI




La III A ha letto e commentato un articolo sul tema della televisione e l'educazione sentimentale degli adolescenti


COSì SCRIVE PAOLA C.

La televisione e l’educazione sentimentale degli adolescenti
Nell’articolo del “Sole 24 Ore” scritto da G.Charmet, “ la discreta violenza del modello in tv”, si parla dell’influenza che la televisione, al giorno d’oggi, esercita su un adolescente.
Noi adolescenti, crescendo, rompiamo i legami oggettivi che da sempre ci hanno legato ai nostri genitori, perché nasce in noi una smisurata voglia di conoscere il mondo, la società che ci circonda, senza però dover dipendere da una figura materna o paterna. Appunto per questo, molto spesso in famiglia si verificano dei litigi causati da incomprensioni tra le due parti.
Tra noi e i nostri genitori nasce una sorta di sfida e questo fa sì che non vengano più visti da noi come il nostro punto di riferimento, ma come un ostacolo e per questo non chiediamo aiuto a loro per rispondere alle nostre domande, ma bensì ci appelliamo ai massmedia.
L’argomento che più ci incuriosisce riguarda la sfera sessuale e sentimentale, infatti la televisione ci offre molti modelli di virilità e femminilità.
Gli psicologi però, pensano che questi messaggi non siano “salutari” nei nostri confronti, perché ci spingono a seguire delle “bellezze costruite”, dato che noi non ci sentiamo molto spesso  sicuri del nostro corpo e questo ci fa temere di essere emarginati dalla società e appunto per questo noi ragazze cerchiamo di seguire delle diete che a volte ci fanno arrivare all’anoressia, mentre i ragazzi si chiudono in palestra con l’intenzione di diventare più muscolosi e atletici, ottenendo così un corpo più “vendibile” nel mercato delle relazioni.
Un tempo i ragazzi si affidavano alla letteratura, per avere esempi e modelli di comportamenti nell’ambito sentimentale e relazioni sociali, mentre ora l’abbiamo sostituita con la televisione senza porci il minimo problema.
Oggi come oggi, la violenza che i massmedia infliggono su di noi non sta nel trasmettere film violenti, ma bensì nella trasmissione di programmi come ad esempio i reality show, che hanno un tale impatto su di noi che ci costringono nel nostro inconscio a diventare qualcosa di finto, di costruito, che non rispecchia la realtà in cui viviamo.

L’articolo scritto da G.Charmet parla di come la televisione abbia sostituito nell'età adolescenziale la “figura” dei genitori.
Infatti i giovani durante quest’età si chiudono in loro stessi, creando un loro mondo e gli adulti non ne devono far parte, appunto per questo utilizzano internet e la televisione per ottenere risposte alle loro domande, senza rendersi conto però, che questi mezzi di comunicazione non possono sostituire il dialogo e il confronto con un’altra persona, che in ogni caso, sarebbe decisamente più educativo.

La realtà è che ogni ragazzo nell'età adolescenziale rompe di netto il dialogo con i genitori, ma nello stesso tempo si trova sommerso di domande e di certo non può, non vuole, trovare le risposte a casa.
L’autore dell’articolo parla della televisione come mezzo di informazione utilizzato dai giovani, ma oggi si utilizza soprattutto internet, che è senza censura e fa sì che i giovani cerchino di seguire dei modelli che non rispecchiano la realtà.
Da qualche anno è scoppiato il boom di face book. Quasi tutti sono iscritti a questo social-network. E’ utile, ma alcuni adolescenti ne fanno un uso sbagliato e in questo caso la colpa è dei genitori perché non controllano i propri figli e così alle volte pubblicano foto indecenti.
Tra le ragazzine iscritte su face book è scoppiata una gara di chi riceve più “mi piace” in una foto.
In base a quanti “like” ricevi in una foto, si decide se una ragazza è bella, popolare, e ciò spinge altre ragazzine ad imitarle, diventando così quello che non sono, che non vogliono essere, ma che la società gli impone di essere per poter essere accettate dagli altri.
La televisione invece e invasa da reality, da persone che apparentemente sono sincere, ma che invece recitano solo un copione per far sì che gli spettatori vogliano diventare come loro.
Noi stiamo levando il tempo alle cose importanti e stiamo dando spazio alle cose superficiali, cerchiamo le nostre risposte su internet, mentre invece dovremmo cercarle vicino a noi, nel mondo reale.
La realtà è che le trasmissioni televisive non cambiano, ma cambia la società, cambiano le persone, che rimangono chiuse in loro stesse ignorando gli altri, incapaci di comunicare con chi potrebbe dar loro le vere risposte.
PAOLA





COSì SCRIVE ANTONIO S.

Nell’articolo del Sole 24 Ore del 23 ottobre 1994, intitolato “La discreta violenza del modello in tv”, l’autore G. Charmet  tratta vari punti riguardanti la fase della adolescenza dei ragazzi.
Nel primo punto si discute del problema del rapporto tra preadolescente e messaggio televisivo. Quando il ragazzo sta entrando in un’altra fascia di età, quella dell’adolescenza, pare che il messaggio televisivo abbia un grande potere. Quando il preadolescente cerca di rompere i contratti affettivi con familiari e infanzia, cerca di aprirsi al nuovo mondo composto da nuovi stimoli e relazioni sociali, e trova delle risposte nei messaggi televisivi, alle sue curiosità e alla sua esigenza di evasione.
Oltre a dei messaggi, la tv offre modelli di femminilità e di virilità, di amicizia, di sessualità e di coppia.
I ragazzi amano molto questi modelli e cercano di immedesimarsi in essi, avendo così la certezza di poter compiere una buona entrata nel mondo sociale delle relazioni.
A questo è collegata l’educazione sentimentale, a cui, secondo l’autore, non partecipano la famiglia e la scuola, che al giorno d’oggi non parlano e non sono in grado di offrire delle figure e dei modelli di riferimento per i giovani.
Un altro punto è quello degli ideali di identità di genere irraggiungibili, considerati dagli psicologi dei persecutori degli adolescenti, poiché sono degli ideali di femminilità o di virilità perentori e crudeli. Spesso un adolescente si vergogna del proprio corpo e perciò cerca di mutarlo secondo i modelli mass mediali.
I ragazzi sono considerati vittime infelici, e sono molti di più rispetto alle vittime provocate da film o spettacoli violenti.
Rimedi a tutto ciò possono essere quelli di fare più attenzione ai messaggi pubblicitari che influiscono sull’educazione sentimentale. Inoltre la scuola e la famiglia dovrebbero esercitare delle funzioni ecologiche nei confronti degli inquinamenti provocati dalla tv nelle menti dei giovani.
L’autore nella conclusione spiega che lo scopo della pubblicità è quello di raccontare cose non vere pur di vendere il prodotto, quindi liberandosi di qualsiasi preoccupazione educativa.


L’autore dell’articolo vuol dire che oggi i ragazzi sono influenzati da tutto ciò che vedono in tv e cercano di apparire proprio come i ragazzi della televisione, facendosi coinvolgere e spesso spendendo soldi e mettendosi complessi mentali.
Tutto ciò dovrebbe essere tutelato dalla scuola e dalla famiglia che dovrebbero rieducare i ragazzi.

ANTONIO 






lunedì 4 marzo 2013

CHE COS'E' IL FEMMINICIDIO?


Che cos'è il femminicidio?

E' una categoria di analisi socio-criminologica delle discriminazioni e violenze nei confronti delle donne per la loro appartenenza al genere femminile .

E’ un neologismo con il quale si nomina ogni forma di discriminazione e violenza rivolta contro la donna “in quanto donna”. 

E’ la violenza di genere in ogni sua forma. 

E’ l’esercizio di potere che l’uomo e la società esercitano sulla donna affinché il suo comportamento risponda alle aspettative dell’uomo e della società patriarcale, è la violenza e ogni forma di discriminazione esercitata nei confronti della donna che disattende queste aspettative. 

Questa forma di controllo annienta l’identità della donna, assoggettandola fisicamente e/o psicologicamente, economicamente, giuridicamente, politicamente, socialmente.

Il femminicidio e’ la punizione quotidiana per ogni donna che non accetta di ricoprire il proprio ruolo sociale, è il principale ostacolo alla autodeterminazione e al godimento dei diritti fondamentali di più di metà della popolazione mondiale.

Il femminicidio attraversa ogni epoca, ogni cultura, ogni luogo. Come ha sostenuto Bordieu, il dominio maschile sulle donne è la più antica e persistente forma di oppressione esistente.

Il femminicidio viola i diritti umani di metà della popolazione mondiale, spesso con la connivenza delle istituzioni. 



E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. 

 Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70%  dei casi) li precede. 

Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. 

Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. 


Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.




La Relatrice Speciale, nel suo rapporto afferma che :

a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, 
nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti
 e che “culturalmente e socialmente radicati, 
continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati,
 e l’impunità costituisce la norma”.

Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. 

Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata.

Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che:

 “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, 
inaspettati, ma rappresentano piuttosto
 l’ultimo atto di un continuum di violenza”.

Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità



Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i genocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito) o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne.

Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, anche se, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”.



La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: 

la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale,
 le difficoltà nell’accesso alla giustizia
l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani 
nell’approccio agli omicidi di donne;
 la cecità delle disuguaglianze strutturali
 e la complessa intersezione
 tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata
che rimane la causa più profonda
 delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.

In Italia dall’inizio degli anni novanta è diminuito il numero di omicidi di uomini su uomini, mentre 
il numero di donne uccise da uomini è aumentato; 
 una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. 
il 35% delle vittime non presenta denuncia. 
63 le donne uccise da maggio a giugno di quest’anno. 
Il 13% aveva chiesto aiuto per stalking. 


E’ un vero e proprio richiamo quello che il Consiglio per i diritti umani fa al governo italiano sollecitandolo a mettere il problema della violenza sulle donne all’ordine del giorno della politica nazionale.

 L’allarme che lancia non lascia dubbi: 

"La violenza contro le donne rimane
 un problema significativo in Italia».

Rashida Manjoo chiede che l’Italia si impegni 
«a eliminare gli atteggiamenti stereotipati circa i ruoli e le responsabilità delle donne e degli uomini nella famiglia, nella società e nell’ambiente di lavoro».


Per l’Onu non è sufficiente che le donne restino le “centrocampiste del welfare”, come le definiva Dario Di Vico in un articolo in cui si sottolineava la fatica a conciliare lavoro e famiglia con il carico di lavoro casalingo per il 77% sulle spalle. 

«Le donne trasportano un pesante fardello in termini di cura delle famiglie, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi nel mondo», 

sottolinea il Rapporto. 
«In un contesto sociale patriarcale, 
dove la violenza domestica 
non viene sempre percepita come un crimine 
persiste la percezione che le risposte dello stato
 non siano appropriate e sufficienti».

Le leggi per proteggere le vittime ci sarebbero, riconosce Rashida Manjoo. Non sono, però, sufficienti.
Dipendenza economica, inchieste malfatte, un sistema di istituzioni e regole frammentato, lungaggine dei processi e inadeguata punizione dei colpevoli le rendono poco efficaci.




ECCO ALCUNI EVENTI RECENTI

20 febbraio 2013 -Funerali di Pina, il grido del prete :"Il silenzio è complice della violenza"

Commozione alle esequie della donna a cui il marito ha dato fuoco con la benzina, uccidendola. Il pianto della figlia. "Mai più violenza sulle donne".la donna è stata investita dal marito, Vincenzo Carnevale, che ha finto di soccorrerla per poi darle fuoco . La confessione shock e la folle giustificazione dell'uomo che l'ha investita, picchiata e poi data alle fiamme: "Mi ha rovinato la vita, si prendeva i miei soldi.."

 

12 febbraio 2013 -Un'altra donna uccisa. Un'altra vittima innocente.

Un'altra assurda storia con giovani vittime. E' morta ieri sera  presso l'Ospedale "Sant'Eugenio" di Roma, Olayemi Favour, la ventiquattrenne nigeriana data alle fiamme a Casal di Principe da un suo connazionale. 
La giovane, nella notte del 3 febbraio scorso, aveva tentato di difendere una sua amica dall'ex fidanzato, Abunsango Michael, 43enne pluripregiudicato, originario della Nigeria, che dopo essere stato respinto, aveva scatenato la sua ira, cospargendo l'abitazione di liquido infiammabile. 

 

24 gennaio 2013 -Vercelli, non accetta separazione, uccide la convivente.

L'uomo che ieri sera ha ucciso a Vercelli una donna albanese con 4 colpi di pistola non accettava la decisione della vittima che non voleva riallacciare i rapporti dopo tre anni di separazione

 

18 gennaio 2013- "Avvelenò madre e figlia di due anni" Ex primario condannato all'ergastolo.

Maurizio Iori era il responsabile del reparto oculistico dell'ospedale Maggiore di Crema quando, secondo
i giudici, uccise la donna e la bambina avuta da lei. La donna invocava un maggiore sostegno per la figlia.

 

17 gennaio 2013 - L'Aquila, spara all'ex moglie e al compagno. Duplice omicidio davanti a un supermercato

Il presunto assassino, si è consegnato ai carabinieri ed è stato arrestato. La donna, 36 anni, è stata uccisa nel parcheggio, in auto, l'uomo freddato con un colpo alla schiena mentre tentava di scappare.


18 gennaio 2013 - La Rete degli Studenti e l'Unione degli Universitari lanciano "Contro il femminicidio". Sui social network parte #cimettolafaccia. 
Una campagna online.
 L'obiettivo è portare la riflessione sulle violenze alle donne nelle scuole italiane. Con già molte adesioni da don Ciotti a Claudio Bisio

 


domenica 18 novembre 2012

La storia di Gaetano Di Vaio


LA STORIA DI GAETANO DI VAIO



Gaetano Di Vaio nasce a Napoli nel 1968. Dopo un’esperienza in carcere, dal 2001 al 2003 si dedica alla carriera di attore nella compagnia “I ragazzi del Bronx Napoletano”, diretta da Peppe Lanzetta.

DAL CARCERE AL CINEMA  clicca qui:

http://www.bibliocamorra.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=389&Itemid=93

venerdì 7 settembre 2012


ALBERT CAMUS

Non camminare davanti a me,
potrei non seguirti,
non camminare dietro di me,
potrei non saper dove andare,
cammina accanto a me
e sii per me un amico.

sabato 9 giugno 2012

IL GAY PRIDE DI BOLOGNA





Bologna - Su un grande cartello esposto da un uomo vestito da sposa c'è scritto: "Il vestito c'è, la legge dov'è?". 
E' partito così il Pride 2012 a Bologna questo pomeriggio: diverse migliaia di persone, sono partite da Porta Saragozza a due passi dal monumento in ricordo delle vittime omosessuali del nazifascismo.
Alla testa del corteo, con lo striscione "Tutto comincia con l'orgoglio", l'associazione dei genitori omosessuali, che ha condotto fino a Piazza Maggiore. 
Oltre a chiedere con forza una legge per il matrimonio anche tra persone delle stesso sesso, la comunità Lgbt ha dedicato l'iniziativa ai terremotati dell'Emilia.





"E' un momento difficile per il paese e per questa regione - ha spiegato Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay - questo è il Pride della maturità, della solidarietà, della sensibilità e della vicinanza ai terremotati. Questo Pride è più avanti della politica: vogliamo il diritto di sposarci, sulle famiglie vogliamo un percorso di uguaglianza". 


L'Emilia-Romagna è "ferita" ha aggiunto la parlamentare del Pd, Paola Concia; "noi siamo cittadini senza diritto, ma siamo sempre cittadini".

Centinaia sono i cartelli esposti dai partecipanti, da quelli contro il Vaticano a quelli sul "diritto di amare". 
In Piazza, al comizio finale, interverrà anche il sindaco di Bologna, Virginio Merola. 


http://www.tmnews.it/web/sezioni/news/PN_20120609_00146.shtml

venerdì 9 marzo 2012

FILOSOFIA DELLA PACE E DELLA NON VIOLENZA


DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI


Articolo 1
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza."

Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c'era nessuno.
(Martin Luther King)


"Dapprima ti ignorano, poi ti ridono dietro. Poi cominciano a combatterti. Poi tu vinci".
(Mahatma Gandhi)

Detto tibetano: 
" prova a fare il gesto di puntare il dito contro qualcuno. Un dito punta verso di lui, le altre dita verso di te!”

"Lasciare la vita scorrere liberamentesarà il primo passo verso la libertàe verso la pace sulla terra. "
Wilhelm Reich

E Dio disse:
"Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la Terra, e ogni albero fruttifero che fa seme.Questo vi servirà di nutrimento."
Genesi 1,29

“Sia il riso che il pianto sono reazioni alla frustrazione e alla stanchezza. Io personalmente, preferisco ridere. C'è meno da risistemare dopo” (Kurt Vonnegut)


http://eliotroporosa.blogspot.com/

domenica 4 marzo 2012

MICHELA MARZANO - VOLEVO ESSERE UNA FARFALLA


Se non avessi attraversato le tenebre, forse non sarei diventata la persona che sono oggi. Forse non avrei capito che la filosofia è soprattutto un modo per raccontare la finitezza e la gioia


Michela Marzano

Volevo essere una farfalla

Mondadori 2011


Volevo essere una farfalla

Così ho combattuto con la mia anoressia
di Michela Marzano – da La Repubblica del 26 agosto 2011 – pagina 1 -47
PENSAVO che non ne avrei mai parlato. Che sarebbe rimasto per sempre il mio segreto. Che non avrei permesso a nessuno di sfiorare le mie fratture e le mie debolezze. Poi, pian piano, raccontare la mia storia è diventata una necessità. Perché l’ anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. L’ anoressia non è né una scelta, né un’ infamia. L’ anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’ abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire. E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Certo, per uscirne non esistono formule magiche. Come pretendono alcuni. Come forse sarebbe bello che fosse. Ma esiste qualcosa che è più forte delle semplici formule: la forza delle parole. Quelle che permettono di ripercorrere millee mille volte sempre le stesse cose. Gli stessi attimi. Le stesse incertezze. Gli stessi rimpianti. E poi, come per magia, il pensiero riappare. E ci aiuta a ritrovare il bandolo della matassa. Quell’ istante preciso in cui qualcosa si è interrotto. E che prima ci si illudeva di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandosi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace di aprire la porta ai perché della vita. E allora ho capito come mai avessi deciso di diventare una filosofa. Perché se c’ è una disciplina che fa dei “perché” il punto di partenza e di arrivo è proprio la filosofia. Non quella astratta né quella perentoria. Ma quella incarnata che si costruisce intorno all’ evento, come direbbe Hannah Arendt. Quell’ evento che appare nel mondo e lo trasforma. E che obbliga, nonostante tutto, a trovare alcune risposte. Io queste risposte le ho trovate. Ed è anche attraverso la mia anoressia che ho imparato a vivere. Senza quella sofferenza, forse, non sarei diventata la persona che sono. Probabilmente non avrei capito che la filosofia è un modo per raccontare la finitezza e la gioia. Gli ossimori e le contraddizioni. Il coraggio immenso che ci vuole per smetterla di soffrire e la fragilità dell’ amore che dà senso alla vita. È questo che ho voluto raccontare nel mio libro. Per condividerlo con gli altri. Per mostrare che c’ è un modo per uscirne. Una filosofia della resistenza e della speranza.

qui un video di michela :   http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=vOCqJiih4tI



 Il 30 agosto 2011 è stato pubblicato l’ultimo libro della Marzano, affermata filosofa italiana che vive in Francia ormai da anni, edito dalla casa editrice Mondadori:Volevo essere una farfalla”.
Volevo essere una farfalla” non è un libro sull’anoressia com’è stato da taluni definito forse troppo frettolosamente, ma piuttosto un racconto sul come l’anoressia l’abbia accompagnata per anni, costringendola quasi a sopravvivere più che a vivere, a rimettersi quotidianamente in gioco e in questione a prezzo di dure lotte con se stessa, a voler infine riprendere a vivere a tutti i costi.
L’autrice ci fa dono di un libro autobiografico il cui tema centrale verte sul modo in cui l’anoressia le abbia insegnato a vivere, ad accettare i difetti, l’imperfezione, il non poter tenere tutto sotto controllo. L’ordine, la ragione, la perfezione, il controllo del cibo: undiktat della mente sul proprio corpo che per anno l’ha ossessionata e quasi annientata.
Quello che emerge dalla lettura del libro è un grido di sofferenza, pagina dopo pagina, rigo dopo rigo, l’urlo di un corpo spezzato [brisé] e lacerato che vorrebbe tornare ad essere leggero, leggero come una farfalla come recita il titolo, libero dal peso, dalle oppressioni, dalle incombenze e dalla gravità del vivere quotidiano. Chi tenta il suicidio è di norma una persona che desidera la vita con tutte le proprie forze, proprio come la Marzano che, con il cibo, instaura un rapporto ambivalente e patologico fin da adolescente e che la porterà al confine tra la vita e la morte, relegandola a vivere in bilico sul filo sottile che le separa. Ma Michela non vuole rifiutare la vita, non disdegna il cibo: lei ha fame, fame insaziabile di vita, di affetto, di cibo, di conoscenza, di tutto: per la prima volta racconta di essere sempre stata eccessiva, di innamorarsi troppo, di pretendere troppo da se stessa e dagli altri, di impegnarsi troppo.
 Quali sono i meccanismi che si insinuano poi in una bambina ancora piccola, che si sente abbandonata dalla madre ricoverata in ospedale per due settimane, e che esperisce giorno dopo giorno un complesso rapporto con un padre autoritario il quale esige da lei sempre e soltanto la perfezione assoluta? Ecco insinuarsi la dicotomia tra l’essere e il dover-essere, tra ciò che si è veramente, che si desidera –  un’adolescente con tutti i sogni, desideri e aspirazioni – e il tu devi kantiano, la necessità di dover essere sempre la più brava della classe, la più preparata (lei stessa lo ammetterà: “Non è da tutti vincere il dottorato alla Normale”), anche se poi si laurea con i suoi 35 chili e i capelli che le cadono perché doveva essere la migliore, a dimostrazione del fatto che lei è speciale, che ce la può fare, nell’erronea convinzione che suo padre non la amerebbe se non fosse così. Emergono così paure, violenze, ricordi del passato, che è sempre lì, dietro la porta, pronto ad assalirci se i nostri meccanismi di difesa non vigilassero costantemente.  Quanta difficoltà e fatica nel liberarsi da quei retaggi ancestrali e dalle norme che ci vengono inculcate sin da bambini, e che ci portiamo dietro, dovunque andiamo. Non basta allora scappare, non è sufficiente dimenticare, è necessario soffermarsi attraverso un incessante esame di se stessi, parlare e affrontare definitivamente tutte le paure.




È sempre una questione di amore. L’amore della vita. L’amore per se stessi. L’amore per gli altri. Anche se per amare bisognerebbe potersi abbandonare. Talvolta anche a chi, forse, quest’abbandono non lo vuole. Perché ha paura. Perché a sua volta cerca di proteggersi… Ma almeno ci si muove. E non si resta bloccati lì, sempre in quello stesso angolo buio…
È sempre una questione di amore. Anche se tante persone non lo sanno, o fanno finta di nulla, o se lo sono dimenticato. E allora smettono di sognare e si spengono. Morti viventi di una vita che non gli appartiene più…
È sempre una questione di amore. Anche quando per “colpa” o per “destino” lui se va via. E ci si chiude in casa e si scrive. E scrivendo, come canta Guccini, ci si consola…
          http://marzanomichela.wordpress.com/2012/02/05/e-sempre-lamore/


Non mi piacciono gli eccessi. Anche se nella mia vita sono stata spesso eccessiva. E ancora oggi, “troppo spesso”, è il “troppo” che trionfa. Chi mi conosce lo sa. Questa tendenza a prendere “tutto” troppo sul serio… che poi è un modo di esagerare… e quando si esagera non si è più capaci di cogliere le sfumature dell’esistenza…  Certo, che senso avrebbe vivere se non ci si appassionasse “troppo” in alcuni momenti, se non si decidesse di battersi per quello in cui si crede, anche a costo della propria vita? Forse di senso ce ne sarebbe poco… Ma se c’è una cosa che ho imparato a mie spese, è che,  al di là degli ideali, anche la vita conta. Anche perché talvolta è proprio quando si “lascia perdere”, che le cose accadono… Fermarsi un attimo per aspettare che qualcosa arrivi, senza averlo “strappato”…
Tutti noi siamo impastati di affetto e di emozione. Quando li si soffocano, prima o poi prendono il sopravvento. Oppure scompaiono… è allora è la fine… morti viventi di una vita che non ci appartiene più… Allora perché criticare gli eccessi? Forse perché anche nell’eccesso scompare qualcosa di noi: ci attacchiamo disperatamente a qualcosa, lottiamo contro tutto e contro tutti, e dopo un po’ siamo incapaci di rimetterci in discussione, convinti che siamo noi ad avere ragione e che sono gli altri che si sbagliano…
Tutti sbagliamo. Non sono sempre e solo gli altri ad aver torto. E poi quando si impara ad ascoltare e a cambiare idea, ci si rende conto che la vita non è sempre e solo una battaglia quotidiana. Talvolta è anche complicità. Talvolta è anche colorata… come le ali di una farfalla…



In fondo, si vive sempre e solo quello che si vuole vivere. È da qui che si deve ripartire ogni giorno. Per desiderare quello che si ha già. Senza perdere tempo. Senza sprecarlo a sperare che un giorno, forse, tutto sarà diverso. Perché tutto è già diverso a partire dal momento in cui si fa la pace con i propri ricordi. Quelli che smetteranno di perseguitarci solo quando ritroveremo quei profumi e quei rumori. La fine della fatica. L’inizio della gioia. Solo allora saremo capaci di tradire quello che non ci è stato trasmesso con amore, ma ordinato. Con la minaccia implicita di essere un giorno diseredati…
        http://marzanomichela.wordpress.com/2012/01/20/linizio-della-gioia/