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domenica 16 giugno 2013

L'INFINITO LA MEMORIA LA TECNOLOGIA


BORGES – FUNES O DELLA MEMORIA





“Funes o della memoria” (“Funes el memorioso”, tratto da Ficciones, 1944) è un amaro racconto di Jorge Luis Borges nel quale si narra la storia, ambientata in Uruguay a fine Ottocento, di un giovane, Ireneo Funes, la cui condanna è quella di avere una prodigiosa memoria che gli permette di cogliere ogni dettaglio di tutto ciò che lo circonda. Il “cronometrico Funes” è un giovane uruguayano dai tratti indiani, un tipo bislacco e taciturno, la cui vicenda viene resa da un narratore identificabile con l’autore. Se da un lato Funes riesce a ricordare ogni cosa con estrema facilità, dall’altro non è in grado di formulare idee generali, la sua memoria registra solo particolari e non concetti compiuti. Questa condizione lo conduce, infine, all’isolamento e all’incomunicabilità


il racconto è ambientato nel periodo storico di fine 1800, in Uruguay, in un mondo ancora rurale ma già pronto a lanciarsi nel nuovo secolo, che sarà il secolo dell’industria e delle invenzioni, dei meccanismi, delle grandi esposizioni commerciali e scientifiche, dunque un mondo sospeso tra due visioni della vita, una (al tramonto) ancora semplice e in qualche modo magica e una seconda (agli albori) pronta ad ubriacarsi di tecnologia al punto tale da farne la propria religione e la propria forma accettabile di magia. Anche il protagonista è un povero contadino ma che ha una straordinaria capacità di sapere sempre l'ora esatta.
Il narratore garantisce sulla verità di ciò che andrà narrando, definisce il periodo temporale (1884-1887), la zona geografica (Fray Bentos), il tipo di rapporto che lo ha legato al protagonista, il numero di volte in cui lo ha incontrato (tre) e ci specifica anche che la sua testimonianza sarà imparziale e, si intuisce, andrà a far parte di un qualche compendio insieme ad altre testimonianze sulla figura di Ireneo Funes el memorioso, che dunque – immaginiamo - deve aver raggiunto una fama che ha travalicato i confini della cittadina dove si svolgono i fatti.









Questo primo approccio serve a stringere col lettore il cosiddetto patto di credulità, come spesso avviene nella tecnica dei romanzi storici o realistici, (per esempio attraverso la finzione del ritrovamento del manoscritto come fa MANZONI nei Promessi sposi). E’ l’io narrante stesso che ha vissuto ciò che racconta, dunque va creduto
La parte centrale del racconto ci propone le circostanze del primo incontro, casuale e fugace (nel “giorno sette febbraio dell’anno ottantaquattro”), dove intravvediamo Ireneo poco più (o poco meno) che bambino che corre e, senza interrompere la sua corsa risponde alla domanda del cugino del narratore che gli chiede che ore sono. La risposta, " Mancano quattro minuti alle otto ", fornita quasi come un riflesso condizionato,  ci fornisce le prime indicazioni di una forma di diversità che in qualche modo affligge il ragazzo, anche se ancora non sappiamo se si tratti di virtù o di patologia. 
La terza parte ci informa dell’incidente occorso al protagonista, della sua infermità e del conseguente dono (o condanna) che l’incidente ha portato come sua conseguenza
Non è importante indagare la causa medica, né se questo potenziamento abnorme della memoria sia verosimile o meno nella realtà , ciò che importa sono le sue conseguenze. Il narratore, e dunque testimone oculare della vicenda, si trova a Fray Bentos, ha con sé una serie di testi in latino, e un dizionario, col quale si aiuta. 
Venutolo a sapere Ireneo chiede di poter fruire per qualche giorno di qualche testo latino e del dizionario. La richiesta è singolare, e così pare al narratore, che gli fa comunque avere il Gradus ad Parnassum di Quicherat e la Naturalis Historia di Plinio. 
Dopo pochi giorni il narratore riceve un telegramma poco rassicurante sulle condizioni di salute del padre e, prima di intraprendere il viaggio di ritorno, si reca alla casa di Ireneo per tornare in possesso dei suoi libri.
Qui ha inizio il motivo centrale e fondamentale del racconto, che contiene il suo messaggio filosofico.

Il narratore entra nella stanza di Ireneo, ma la stanza è buia, e può solo sentire una voce che parla correntemente in latino. Per tutta la durata della sua conversazione col protagonista non avrà modo di distinguerne i lineamenti, solo col sopraggiungere delle prime luci della mattina vedrà il volto del suo interlocutore. 
Il tema della della cecità, seppur temporanea, è importante per Borges (che l’ha vissuta di persona). La cecità rappresenta il modo con cui Borges percepisce il mondo: un mondo chiaroscuro, eternamente circonfuso di ombre. Alla difficoltà del narratore di mettere a fuoco la realtà si contrappone la lucidità folle di Ireneo che è letteralmente condannato a ricordare tutto. Nulla sfugge alla sua capacità mnemonica, neppure il più piccolo particolare, ed egli è sprovvisto di una capacità selettiva che gli permetta di isolare i particolari essenziali da quelli importanti. Ciò che fa del suo potenziale dono una condanna. E infatti Ireneo racconta e spiega i suoi progetti assurdi e dementi di cercare un sistema che gli permetta di ordinare e controllare in un sistema la mole infinita dei suoi ricordi (una ricerca di verità e di conoscenza assoluta della realtà che risulta impossibile e appunto soltanto folle).
La memoria di Ireneo non è altro che una delle incarnazioni possibili dell’infinito e dell’impossibilità dell’uomo non solo di gestirlo, ma addirittura di capirlo.
 Più che di fronte al dramma del non poter non ricordare ci troviamo faccia a faccia col dramma dell’inutilità del ricordo perché esso stesso soverchia il significato e lo annulla nella ripetizione infinita di immagini e sensazioni inutilizzabili. 




 “Pedro Leandro Ipuche ha scritto che Funes fu un precursore dei superuomini, “uno Zarathustra selvatico e vernacolare”; non lo metto in dubbio, ma non si deve dimenticare che fu anche un cittadino di Fray Bentos, con certe incurabili limitazioni.

Funes  è  uno strano superuomo,  strano perché la sua superiore intelligenza sembra opera di un prodigio di natura o di uno scherzo, una beffa del destino, e Funes è solo un povero contadino  . Come il pastore errante di LEOPARDI la sua intelligenza non è frutto della civiltà, della cultura, del progresso: egli rappresenta l’uomo nel suo essere primitivo e istintivo, di fronte all’INFINITO ed al suo MISTERO.
“Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia”.

La sua superiore capacità di memorizzare non lo rende come il superuomo di Nietzche al di sopra del bene e del male, nel senso che non lo rende capace di  controllare e dominare il mondo, ma al contrario, egli finisce con essere al di fuori del bene e del male, cioè incapace di inserirsi nella realtà, di comprenderla nei suoi nessi logici, nel suo svolgersi nel  tempo e nello spazio, troppo occupato a selezionarla e suddividerla in sempre più piccoli particolari : non può apprezzarla nel suo quadro d’insieme e quindi non è capace di viverla, di interagire con essa.

“Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso […]Gli era molto difficile distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano”.


Ireneo Funes, legato al narratore da una conoscenza occasionale e quasi del tutto superficiale, in giovane età rimane paralizzato dopo un incidente a cavallo.
 Da quel momento in avanti la sua memoria diviene prodigiosa (e dunque mostruosa) e la sua vita si biforca: da una parte quella psichica ossessionata e condannata dalle funzioni sproporzionate che ha raggiunto la sua memoria, e dall’altra l’immobilità fisica che lo vede costretto a vivere tutti i suoi giorni in una stanza e, al più, verso sera, a guardare una minima porzione di mondo dalla finestra. Privato del movimento, perde il senso dello spazio fisico, che non può più percorrere in  corsa illimitatamente. Gli rimane la vista che Ireneo Funes gode dalla FINESTRA, che però non è quella potenzialmente infinita a cui Leopardi  aspira guardando dal colle di Recanati attraverso la SIEPE.

«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»


L’INFINITO di LEOPARDI è un INFINITO SPAZIO- TEMPORALE E SPIRITUALE  (corrispondente all’IMMORTALITA’) costituito da un TUTTO nel quale la mente razionale del poeta  annega e si perde  -“in questa immensità s’annega il pensier mio e naufragar m’è dolce in questo mare”-   perché  egli sa che la Natura crudele ha creato l’uomo sempre insoddisfatto, in cerca di una felicità infinita, un bene illimitato, e nello stesso tempo lo ha creato mortale in un mondo esclusivamente materiale e perciò finito e limitato. Ciò renderà l’uomo sempre sofferente  ed infelice. L’infinito fisico spaziale per Leopardi non esiste realmente, ma è una finzione della mente, dell’immaginazione, un’illusione creata proprio dalla difficoltà (la siepe che impedisce l’intera visuale) ad arrivare ad una risposta certa con i mezzi sensibili.

L’INFINITO di Funes è  una visione realmente infinita perché ogni oggetto, ogni colore, ogni sfumatura, ogni alito di vento vengono percepiti dal protagonista in maniera lancinante e perfetta, totale, e, peggio, ogni particolare registrato rimanda la mente di Ireneo ad altri ricordi memorizzati che a loro volta richiamano altri ricordi, e così via in maniera esponenziale.


Ciò lo porta ad appiattire il senso del tempo in un eterno presente – perché il passato  è sempre vivo nel suo ricordo come se non trascorresse – . Fuori dallo spazio e dal tempo  egli è un non-uomo, un automa senza capacità di soffermarsi sui sentimenti, sui legami con cose e persone, schiacciato dal peso  delle cose e dei  ricordi



Il filosofo Paolo Rossi parla così della differenza tra la memoria di un cervello umano e quella di una macchina:

"C'è un film molto bello che si chiama "Blad Runner", dove ci sono dei replicanti che sono assolutamente identici agli esseri umani e che vivono in mezzo a loro e che non sanno di essere dei replicanti. Il loro problema è questo. E poi c'è — nel momento in cui si affaccia nella mente di una di queste replicanti, che nel caso specifico era una donna — il dubbio di essere un replicante, cioè di non essere un vero essere umano, ma un automa, quindi qualcuno che ha una memoria che gli è stata inserita nel cervello come in una macchina e che non è la memoria vera; ecco allora c'è una crisi di questa persona che, guardando delle vecchie fotografie ingiallite su un pianoforte, si domanda se sono ricordi veri o sono falsi. Il dubbio che quei ricordi siano falsi la getta in una angoscia terribile, perché è una persona che non può avere nostalgia del passato. Ecco l'assenza della nostalgia, l'assenza della memoria è, come si dice comunemente - mi sembra una cosa tuttora valida - una perdita dell'identità. "



La memoria, dice Paolo Rossi, costituisce l'identità di un individuo, ma anche l'identità collettiva, ma il punto è capire come si ottiene questa identità, che tipo di memoria viene attivata, che genere di ricordi ne fanno parte e qui entra in gioco il tema della dimenticanza, cioè la memoria deve essere necessariamente selettiva ed il cervello deve necessariamente cancellare la maggior parte dei ricordi che risultano superflui ed il cui affollamento ucciderebbero la mente portandola alla pazzia:

"Come la mia identità è data dalla memoria personale, allo stesso modo, entro certi limiti, posso dire che l'identità di un gruppo è data dalla sua memoria, tant'è vero che ogni gruppo, ogni partito o qualunque collettività umana, anche un club di persone che si riunsicano per giocare a carte, alla fine, costruiscono dei simboli che sono quelli che richiamano loro le finalità o gli scopi per i quali queste persone in qualche modo si trovano. Però, ecco, viene da dire che il tema della dimenticanza non è un problema marginale, la memoria e la dimenticanza sono due cose... Anche qui vale un'analogia forte. Cosa vuol dire ricordare, ad esempio ricordare la propria vita. Vuol dire selezionare, ricordare pezzi, istanti, momenti. Se uno fa il caso opposto, per così dire, rovescia il problema, se uno ricordasse tutto sarebbe in una situazione spaventosa, sarebbe in una situazione patologica. C'è un racconto di Borges molto bello che si chiama "Fugnès el memorioso". "Fugnès el memorioso" è un uomo che non può dimenticare nulla e poiché non può dimenticare non ha ricordi, ma ha una folla sterminata di cose che gli uccidono la mente, gli uccidono il cervello. Dice Borges: non come vediamo il bicchiere su un tavolo, ma vede tutti gli acini dei grappoli d'uva, che formano la pergola che sta sopra il tavolo, ricorda tutto il tessuto che ha visto, quel bicchiere in quel modo specifico, ricorda, quindi, i singoli atti, istante per istante. Quindi, se non c'è dimenticanza, non c'è neppure memoria, c'è soltanto questa specie di cosa spaventosa che sarebbe il ricordare tutto.

 Paolo Rossi

http://www.emsf.rai.it/tv_tematica/trasmissioni.asp?d=392



"Noi siamo già l'oblio che saremo"



IL TEMA DELLA FOLLIA - ALIENAZIONE ED INCOMUNICABILITA’ DELL’UOMO LEGATO AI MITI DELLA MODERNITA’ – LA MACCHINA-  è trattato anche da
PIRANDELLO  - NEI QUADERNI DI SERAFINO GUBBIO OPERATORE






Serafino Gubbio, napoletano, dopo aver esaurito una piccola eredità  facendo  una «vita da scapigliato» fra giovani artisti, va Roma e si imbatte in un vecchio amico sardo, Simone Pau, che lo conduce  nel suo albergo, un Ospizio di Mendicità. Qui arriva una troupe di attori della Casa cinematografica La Kosmograph per la ripresa «di un interno dal vero» . La troupe ha come direttore di scena Nicola Polacco, amico d'infanzia di Serafino. Polacco gli offre un lavoro di operatore alla Kosmograph, un ruolo adatto  a chi ha raggiunto la «perfetta impassibilità» e può agevolmente ridursi a «una mano che gira la manovella» della macchina da presa. Serafino accetta l'impiego anche perché vuole osservare da vicino  una delle attrici , Varia Nestoroff,un'inquietante avventuriera russa, che, con la sua prorompente personalità aveva distrutto la vita di persone a lui care. Varia Nestoroff era stata infatti fidanzata di un giovane pittore di Sorrento, Giorgio Mirelli, che Serafino aveva conosciuto quando era ancora studente. Giorgio viveva con la nonna e la sorella , fidanzata ad Aldo Nuti,  attore dilettante. Alla vigilia delle nozze tra Giorgio e Varia, Aldo Nuti, per dimostrare all'amico l'indegnità della donna che stava per sposare, divenne l'amante di Varia. Giorgio, ferito dal tradimento, si uccise. L'orrore del tragico evento allontanò i due amanti. Ma Aldo Nuti, diviso tra amore e odio per la donna - che intanto era divenuta prima attrice della Kosmograph - per riavvicinarla si fece scritturare come attore dalla Casa cinematografica. La Nestoroff è ora l'amante di un attore siciliano, Carlo Ferro, uomo all'apparenza grossolano  e violento . I rapporti di Varia con gli uomini sono oggetto di particolare studio da parte di Serafino Gubbio che osserva: «Nemici per lei diventano gli uomini, a cui ella s'accosta, perché la aiutino ad arrestare ciò che di lei le sfugge: lei stessa».
Alla Kosmograph si prepara un nuovo film di soggetto indiano, La donna e la tigre, con una scena finale molto rischiosa, in cui un cacciatore dovrà affrontare una tigre e abbatterla.
Il ruolo del cacciatore è affidato a Carlo Ferro, ma all'ultimo momento Aldo Nuti ottiene di sostituirlo.
L'attore, seguito da Serafino Gubbio con la sua manovella, entra in una grande gabbia, le cui sbarre sono state preparate per simulare la giungla; attorno al set Varia Nestoroff e altri attori assistono alla scena. Al «si gira», nella gabbia viene introdotta la tigre; Aldo Nuti imbraccia il fucile, ma rivolge la mira sulla Nestoroff che cade morta; la tigre si lancia su Nuti e lo sbrana prima di essere abbattuta. A Serafino, che con impassibile professionalità aveva ripreso la scena, la voce, per il terrore gli «s'era spenta in gola, per sempre». Il film, per la morbosa curiosità suscitata dalla «volgare atrocità del dramma», sarà un successo e Serafino, ridotto a un «silenzio di cosa», acquisterà l'agiatezza, ma continuerà « - solo, muto e impassibile - a far l'operatore».



Siamo, con la prima edizione del romanzo, nel 1915: le macchine che incombono nella nostra vita sono quelle belliche, in una atmosfera pervasa da fremiti futuristi. Il presagio di Pirandello è quello di una Terra devastata dalla follia distruttiva dell'uomo/macchina e ancor di più, il presentimento che, forse, proprio questo esito apocalittico possa essere l'unica via rigeneratrice dell'essere uomo: "mi domando se veramente tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, che di giorno in giorno sempre più si complica e s'accelera, non abbia ridotto l'umanità in tale stato di follia, che presto proromperà frenetica a sconvolgere e a distruggere tutto. Sarebbe forse, in fin dei conti, tanto di guadagnato. Non peraltro, badiamo: per fare una volta tanto punto e a capo".

E così afferma
SVEVO   nel profetico finale  de  LA COSCIENZA DI ZENO-


L’UMANITA’ E GLI ORDIGNI
"Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte piú considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandí e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
        Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l'uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha piú alcuna relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati.




        Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie".






Nella letteratura gli scrittori hanno espresso soprattutto la paura della modernità e della macchina, anche quelli che volevano esaltarla l’hanno fatto attraverso immagini aggressive e violente, o profondamente negative, dimostrando più o meno inconsciamente l’incertezza e la debolezza dell’uomo rispetto alla capacità di controllo delle immense forze che la macchina può scatenare .
Le immense possibilità che la tecnologia offre all’uomo sono in effetti tali da illuderlo di poter dominare il mondo come appunto il “superumo” di Nietzche, che paga il pegno disumanizzandosi e diventando  un signore del male. Abbiamo visto che le caratteristiche della macchina per quanto perfette possano essere ed infinitamente superiori alle possibilità umane, non possono sostituire l’uomo senza modificare la sua essenza, ma non potranno mai superare l’uomo in qualità bensì soltanto in quantità.
Quando gli uomini impareranno a servirsi della tecnologia e della scienza come mezzi utili a migliorare l’esistenza dell’umanità, a ricostituire il giusto rapporto con la natura e l’equilibrio tra progresso e sviluppo a livello globale, allora forse le macchine e gli automi non faranno più paura a nessuno perché nessuno potrà correre il rischio di scambiarli con gli esseri umani dotati di cuore e sensibilità.

venerdì 1 giugno 2012

LA SIEPE E IL MURO / LEOPARDI E IL NOVECENTO

IL LEOPARDISMO NEI POETI DEL NOVECENTO


L'INFINITO

«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura.
E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare
»

Giacomo Leopardi




La siepe è il FILTRO  attraverso il quale una visione imperfetta della realtà permette alla mente di fingere e creare l’illusione dell’infinito e dell’eterno.


E' un'idea SUBLIME superiore ai limiti della RAGIONE umana, limiti invalicabili della MATERIA oltre i quali non c'è che il NULLA. Raggiungere con la mente il concetto di infinito è quindi come superare l'impossibile,come giungere a Dio, e scoprire nel momento stesso l'ABISSO nel quale NAUFRAGARE accorgendosi del suo NON ESSERE.

Eppure nel romanticismo

 -anche il più pessimistico come quello leopardiano –
                    sono fondamentali i valori ideali
                      le passioni

                      l’amore, la bellezza, l’eroismo

NEI POETI DEL NOVECENTO IL PESSIMISMO DIVENTA ANCORA PIU' TOTALE:

 IL MALE DI VIVERE 

E' DETERMINATO DAI SENSI DI COLPA DEL FASCISMO E DELLE GUERRE MONDIALI, DEGLI ORRORI VISSUTI,

 E LA SOCIETA' INDUSTRIALIZZATA E CAPITALISTICA

 TOGLIE OGNI SPERANZA DI SALVEZZA.

LA SIEPE DIVENTA UN MURO INVALICABILE 

TRA LA VITA TERRENA CON I SUOI DOLORI E LA SUA INUTILITA' 

E L'ILLUSIONE DI UN MONDO DI LIBERTA' SPIRITUALE, 

DI BENE E DI PACE, 

CHE E' IRRAGGIUNGIBILE


Giorgio Caproni 




da  Il muro della terra
Anch’io

Ho provato anch’io.
È stata tutta una guerra
d’unghie. Ma ora so. Nessuno
potrà mai perforare
il muro della terra.





Nella poesia di Caproni la siepe si è trasformata in un MURO impenetrabile
e la vita una GUERRA VANA 
MURO = TERRA = MATERIA
Il muro separa la vita terrena da un mondo spirituale  al di là della materia , ma ci isola anche dagli altri e da noi stessi, ci rende impossibile la conoscenza,
 ci condanna alla incomunicabilità ed alla alienazione




Meriggiare pallido e assorto


Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.



Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

Eugenio Montale








MURO =limite tra reale e irreale, materia e spirito
PAESAGGIO BRULLO E ASSOLATO =vita umana, dolore, angoscia
STERPI-FRUSCI-PRUNI-SCHIOCCHI=fonosimbolismo= angoscia
FORMICHE= gli esseri umani,vanno e vengono,di qua e di là, piccoli e inutili in continuo agitarsi
MARE LONTANO E PALPITANTE=sogno speranza vana di felicità e libertà irraggiungibile (si intravvede in lontananza, come l’orizzonte oltre la siepe per Leopardi- ma come per Leopardi la visione è illusoria)
COCCI AGUZZI=in cima al muro rappresentano l’impossibilità di oltrepassarlo, e suggeriscono lacerazioni e sofferenze che accompagnano ogni tentativo
SOLE ABBAGLIANTE= incapacità di vedere, di trovare la via; l’uomo è accecato spesso dalla troppa convinzione di sapere, paradossalmente dalle troppe certezze







POETI IN VIAGGIO


LEOPARDI  OPERETTE MORALI
 DIALOGO DI UN ISLANDESE E LA NATURA
Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l'interiore dell'Affrica, ... Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell'isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all'ultimo gli disse.
Natura. Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?


Islandese. Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
Natura. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu fuggi.
....
Islandese. ....mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante),
e certi tali luoghi;... quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove.
E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de' viventi,
Natura. Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.
Islandese…. a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? 
 ...

 Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno.

Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.


UNGARETTI    GIROVAGO
Campo di Mailly maggio 1918

In nessuna
Parte
Di terra
Mi posso
Accasare
A ogni
Nuovo
Clima
Che incontro
Mi trovo
Languente
Che
Una volta
Già gli ero stato
Assuefatto
E me ne stacco sempre
Straniero
Nascendo
Tornato da epoche troppo
Vissute
Godere un solo
Minuto di vita
Iniziale

Cerco un paese
Innocente



LEOPARDI  L'INFINITO
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
Infinità s'annega il pensier mio:
E 'l naufragar m'è dolce in questo mare.



UNGARETTI    ALLEGRIA DI NAUFRAGI
Versa il 14 febbraio 1917
E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare.



UNGARETTI MATTINO

M'illumino
d'immenso




 MONTALE  MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.




LEOPARDI- OPERETTE MORALI

DIALOGO DI COLOMBO E GUTIERREZ
Colombo
Bella notte, amico.
Gutierrez
Bella in verità: e credo che a vederla da terra, sarebbe più bella.
Colombo
Benissimo: anche tu sei stanco del navigare.
Gutierrez
Non del navigare in ogni modo; ma questa navigazione mi riesce più lunga che io non aveva creduto, e mi dà un poco di noia.
Colombo
…Ma voglio solamente inferire, rispondendo alla tua richiesta, che quantunque la mia congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo a giudizio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori eccellenti, coi quali ne ho conferito, come sai, nella Spagna, nell’Italia e nel Portogallo; nondimeno potrebbe succedere che fallasse: perché, torno a dire, veggiamo che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi, non reggono all’esperienza; e questo interviene più che mai, quando elle appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo lume.


….
Gutierrez
Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua vita, e quella de’ tuoi compagni, in sul fondamento di una semplice opinione speculativa.
Colombo
Così è: non posso negare. Ma, lasciando da parte che gli uomini tutto giorno si mettono a pericolo della vita con fondamenti più deboli di gran lunga, e per cose di piccolissimo conto, o anche senza pensarlo; considera un poco. Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da incertezza e pericolo?

Credesi comunemente che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria, che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone in tanto amore e pregio come da’ navigatori e soldati. Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi quante cose che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi!
Niuno, eccetto i navigatori, e massimamente noi, che per la molta incertezza del successo di questo viaggio, non abbiamo maggior desiderio che della vista di un cantuccio di terra; questo è il primo pensiero che ci si fa innanzi allo svegliarci, con questo ci addormentiamo; e se pure una volta ci verrà scoperta da lontano la cima di un monte o di una foresta, o cosa tale, non capiremo in noi stessi dalla contentezza; e presa terra, solamente a pensare di ritrovarci in sullo stabile, e di potere andare qua e là camminando a nostro talento, ci parrà per più giorni essere beati.


giovedì 31 maggio 2012

Leopardi: OPERETTE MORALI -


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Cinema e teatro: OPERETTE MORALI - 
DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE GIACOMO LEOPARDI DALLE "OPERETTE MORALI"      


    

giovedì 4 febbraio 2010

LEOPARDI - L'INFINITO













Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.




















su YOUTUBE  L'Infinito recitato da Vittorio Gassman :


http://www.youtube.com/watch?v=DUzsNkKTXMU&feature=video_response