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lunedì 16 febbraio 2015

2015 - COSA SUCCEDE IN LIBIA?



                                 http://www.internazionale.it/opinione/gerhard-mumelter/2015/02/16/libia-italia
  • FEB 201512.54

La vendetta di Gheddafi

Gerhard Mumelter

Sono bastati pochi fatti drammatici in Libia per far balenare in Italia addirittura i lampi di un possibile intervento militare nel paese nordafricano. Le immagini dell’evacuazione degli italiani rievocano quelle di 45 anni fa, quando furono cacciati da Muammar Gheddafi. Quelle atroci della barbara uccisione di 21 poveri operai copti ricorda che il pericolo jihadista è arrivato sulle coste del Mediterraneo, a un’ora di volo dall’Italia: “Siamo a sud di Roma”.
Le incaute dichiarazioni dei ministri Paolo Gentiloni e Roberta Pinotti sull’Italia “pronta a intervenire” e sul “possibile invio di cinquemila uomini” hanno alzato ulteriormente il livello di allarme. Infine, l’inconsueta ondata di migranti in pieno inverno e la tragedia che ha provocato più di trecento vittime hanno riproposto la necessità di un intervento dell’Europa, che guarda al conflitto in Ucraina trascurando per l’ennesima volta le coste del Mediterraneo. Da mesi l’Italia cerca di convincere la comunità internazionale dell’urgenza di un intervento in Libia, paese lacerato con due parlamenti e due governi e in mano a milizie in guerra tra loro.
È la pesante eredità della guerra aerea del 2011 per rovesciare Gheddafi, servita innanzitutto al presidente francese di allora, Nicolas Sarkozy, per motivi elettorali. Eliminato il dittatore, l’alleanza si è scordata il compito più difficile: quello di sostenere il difficile passaggio alla democrazia, di creare un esercito regolare e un corpo di polizia, di disarmare le milizie e di mediare fra le tribù divise da antichi rancori etnici.
Ora la Libia è in preda al caos e serve un intervento urgente. Ma di che tipo? Renzi ha chiarito che non può essere militare. Si tratta di dare piú vigore alla mediazione dell’inviato dell’Onu Bernardino Leon, diplomatico spagnolo nominato per aggirare le rivalità tra Italia e Francia. Roma non ha mai nascosto che in quel posto avrebbe preferito Romano Prodi, chiesto come mediatore anche da parecchi politici libici.
Finora i negoziati tra le parti a Ginevra hanno avuto scarsi effetti, anche per l’assenza di alcuni interlocutori. Con la conquista di Sirte da parte dei jihadisti, le minacce all’Italia, la presenza di circa duecentomila migranti sulla costa libica e il pericolo di attentati contro i giacimenti di gas e petrolio, in Libia potrebbe crearsi in breve tempo una situazione altamente esplosiva.
Per molti europei il paese nordafricano è lontano come la Siria. Ma potrebbero ben presto accorgersi del contrario. In fondo gli avvenimenti in Libia non sono altro che la conseguenza delle inutili e costosissime guerre combattute dall’occidente in Iraq e in Afghanistan, la cui lunga ombra torna a stendersi minacciosa sull’Europa.


PRECEDENTI:
http://www.internazionale.it/opinione/rami-khouri/2011/03/25/gheddafi-va-fermato-a-ogni-costo

http://www.quotidiano.net/libia-gheddafi-isis-scheda-1.675762

http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/20/news/gheddafi_ucciso-23585694/

sabato 4 agosto 2012

Siria: Amnesty International, ad Aleppo dalla repressione indiscriminata al conflitto armato




"L'attacco contro Aleppo, che pone sempre di più la popolazione civile a rischio, è il prevedibile sviluppo di quel modello di violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza in tutto il paese".
Donatella Rovera di Amnesty International è appena rientrata da una lunga missione di ricerca in Siria, dove ha assistito in prima persona a numerose violazioni dei diritti umani commesse dalle forze governative e dalle milizie che operano al loro fianco.
Il rapporto che ne è seguito documenta l'uccisione di manifestanti pacifici, compresi i bambini, la persecuzione di attivisti e di medici che assistevano i feriti.
Mentre ad Aleppo e in tutta la Siria i combattimenti diventano sempre più intensi e aumentano le denunce di abusi commessi anche da parte dell'opposizione, la comunità internazionale è paralizzata!

venerdì 15 giugno 2012

AFRICA FAME E SVILUPPO SOSTENIBILE


Fame e caro cibo nel Sahel: a rischio sviluppo sostenibile




Si tratta della situazione peggiore dal 2005. A detta del Coordinatore degli Affari umanitari dell'Onu nel Sahel, David Gressly, entro fine 2012 nei Paesi dell'Africa occidentale 18 milioni di persone di cui tre milioni di bambini patiranno la fame. La motivazione va ricercata nell'aumento dei prezzi di miglio, granturco e riso, piu' alti dal 50 all?85% rispetto alla media degli ultimi cinque anni, a causa della scarsita' delle riserve di cibo, della forte richiesta di Stati come Nigeria e Ghana, della situazione politica in Mali e degli alti costi di trasporto. Ecco perche' Jose' Graziano da Silva, direttore generale dell'Organizzazione Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, nel documento strategico stilato in attesa del vertice internazionale Rio+20 ha sottolineato che "fin quando non verranno sradicate fame e malnutrizione, che colpiscono una persona su sette nel mondo, non si potra' parlare di sviluppo sostenibile".
31 Maggio 2012 13:00 AMBIEnte


Cari amici, 


18 milioni di persone hanno disperato bisogno di cibo nella regione del Sahel africano devastato dalla siccità, ma i governi di tutto il mondo rispondono con un silenzio assordante alle urgenti richieste di aiuto. Il musicista senegalese Baaba Maal ha fatto partire una petizione per chiedere a USA, Giappone, Francia e Germania di impegnarsi per fare ciascuno la propria parte. Uniamoci a lui: firma la petizione urgente qui sotto e fai risuonare una sveglia di massa che scuota questi leader fino all'azione:



Mi chiamo Baaba Maal, sono un musicista senegalese e sto scrivendo una richiesta personale di aiuto. Vivo nel Sahel, una regione africana devastata dalla siccità in cui 18 milioni di persone sono sull'orlo del disastro, inclusi 1 milione di bambini che rischiano di morire di fame. Ma alle nostre urgenti richieste di aiuto rispondono con un silenzio assordante. Solo un appello all'azione mirato e travolgente può impedire che questa catastrofe diventi una carneficina.

L'ONU dice che milioni di vite potrebbero essere distrutte se non verranno stanziati immediatamente 1500 milioni di dollari in aiuti, ma i governi si sono impegnati per meno della metà della somma richiesta. I paesi che possono fare la differenza sono USA, Giappone, Francia e Germania, ma sono immobili:questo è il motivo per cui ho fatto partire una petizione sul sito di Petizioni della Comunità di Avaaz per chiedere un aiuto al mondo.

Tra pochi giorni, i leader mondiali si incontreranno a Brussels per discutere del Sahel: se proprio lì decideranno di impegnarsi a fare ciascuno la propria parte, potremo evitare il disastro. Firma questa petizione urgente ora: Avaaz, Africans Act 4 Africa, e Oxfam la consegneranno in un'azione coordinata non appena raggiungeremo 1 milione di firme: 

http://www.avaaz.org/it/save_the_sahel_a/?brOnVbb&v=15211 

Una siccità terribile, instabilità politica, e prezzi alle stelle hanno devastato un'area delle dimensioni degli USA, che si estende dal Senegal ad ovest fino al Sudan ad est. La gente sta facendo di tutto per sopravvivere, ma la crisi ci ha colpiti così duramente che è difficile restare speranzosi. Ho visto donne e bambini cercare di far crescere cibo in pezzi di terra che sono completamente aridi.Sanno che la gente sta parlando di quello che sta succedendo nel Sahel, ma non sanno se gli aiuti arriveranno mai. 

L'ONU recentemente ha ricevuto solo il 43% dei 1500 milioni di dollari necessari: è una mancanza di denaro di proporzioni immani. Ma questo buco deve essere riempito, e può essere riempito dai paesi più ricchi, se c'è la volontà politica. Non abbiamo molto tempo per evitare sofferenze di diffusissime, e sono determinato a parlare per conto delle persone che stanno qui finché ci daranno l'aiuto di cui abbiamo bisogno. 

Il mondo si è girato dall'altra parte altre volte nel passato, ma questa volta possiamo fare la differenza tra la vita e la morte forzando i nostri governi a rispondere. Firma subito la petizione urgente: 

http://www.avaaz.org/it/save_the_sahel_a/?brOnVbb&v=15211 

I membri di Avaaz si sono uniti numerose e numerose volte per rispondere a calamità naturali, salvando migliaia di vite e assicurando che aiuti fondamentali fossero portati a Birmania, Haiti, Somalia e Pakistan. Abbiamo il potere di forzare i nostri leader ad interrompere l'inerzia di fronte ad una crisi che possiamo prevenire. Mobilitiamoci ora per chiedere che il mondo risponda alle richieste di milioni di persone che vivono nella vasta regione del Sahel. 

Con speranza e determinazione,

Baaba Maal, con il team di Avaaz 

ULTERIORI INFORMAZIONI 

Fame e caro cibo nel Sahel: a rischio sviluppo sostenibile (Corriere della Sera)
http://www.corriere.it/notizie-ultima-ora/Ambiente/Fame-caro-cibo-Sahel-rischio-sviluppo-sostenibile/31-05-2012/1-A_001633525.shtml 

Unhcr: Servono 153,7 mln dollari per operazioni umanitarie nel Sahel (La Presse)
http://www.lapresse.it/mondo/africa/unhcr-servono-153-7-mln-dollari-per-operazioni-umanitarie-nel-sahel-1.170081 

Sahel: un milione di bambini rischia la malnutrizione (Blitz Quotidiano)
http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/sahel-bimbi-malnutriti-1241685/ 

18 milioni di persone soffrono la carestia in un'area dell'Africa grande quanto gli Stati Uniti (Giornalettismo)
http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/sahel-bimbi-malnutriti-1241685/ 

SAHEL. Corsa contro il tempo per evitare la catastrofe (Vita)
http://www.vita.it/news/view/120616 

CRISI ALIMENTARE IN SAHEL. CIRCA 18 MILIONI DI PERSONE SOFFRONO LA FAME

25 MAGGIO 2012

Valerie Amos, Sottosegretario Generale per gli Affari Umanitari e il Coordinamento degli interventi Umanitari della Nazioni Unite (OCHA), a conclusione di una missione nella regione del Sahel il 24 maggio ha affermato: “ per  evitare che la crisi alimentare nei paesi attraversati dal Sahel si trasformi in catastrofe, abbiamo bisogno di mettere in atto un piano complesso di risposta all’emergenza, programmare azioni di intervento coordinate e veloci e richiedere continuità nel flusso di fondi internazionali ”.

Gli ultimi dati parlano di oltre 18 milioni di persone ridotte in condizione di crisi e insicurezza alimentare.
Situazione che sembra possa perdurare fino al prossimo autunno, quando le condizioni metereologiche muteranno consentendo con la stagione delle piogge la ripresa dell’attività agricole e della pastorizia.

Tra le priorità evidenziate dalla Amos, oltre alle distribuzioni massive di generi alimentari e acqua, si richiedono interventi igienico sanitari e di salute pubblica. Inoltre, come sottolineato dal Sottosegretario Generale di OCHA, sarà necessario rafforzare i meccanismi locali di prevenzione e riduzione del rischio, cosicché in contesti naturalmente esposti a condizioni di carestia e siccità si possa limitare la dipendenza dagli aiuti internazionali per far fronte ai periodi di crisi.

AGIRE sta monitorando la situazione attraverso l’accreditata presenza delle ONG del network nei paesi oggi colpiti dalla crisi alimentare.
http://www.agire.it/it/mediaroom_agire/news_agire_onlus/newsDetail.html




CLICCA QUI E LEGGI UNA  POESIA SUI BAMBINI SOLDATI 
http://calcioallapoesia.blogspot.it/2012/06/ogni-tanto-una-poesia-fa-bene.html

lunedì 25 luglio 2011

CARESTIA IN SOMALIA

 

A Roma vertice straordinario Fao per la carestia nel Corno d'Africa: 10 milioni di persone a rischio 

http://notizie.tiscali.it

 Il vertice, organizzato su richiesta della presidenza francese del G20, riunisce ministri e rappresentanti di alto livello dei 191 paesi membri della Fao, di altri organismi Onu, di organizzazioni inter-governative, di organizzazioni non governative e di banche di sviluppo regionali.

 Il 20 luglio le Nazioni Unite avevano lanciato l'allarme carestia per due regioni del sud della Somalia, già colpite da una grave siccità. 

Se non si interviene subito, la fame colpirà tutte le otto regioni del sud della Somalia nei prossimi due mesi, a causa dei cattivi raccolti e della comparsa delle malattie infettive .

 

 

È contro le leggi di natura che pochi uomini rigurgitino del superfluo mentre le moltitudini affamate mancano del necessario.
Jean Jacques Rousseau 
 Discorso sulla diseguaglianza

lunedì 18 aprile 2011

crisi libica -GLI INTERESSI DEI PAESI OCCIDENTALI SULLA GUERRA IN LIBIA

Dietro la crisi libica si celano i giochi di strategia geopolitici ed economici dei Paesi occidentali, in quella che a tutti gli effetti può essere considerata una guerra colonialista
E' di questo avviso Michel Chossudovsky (economista canadese, professore di economia presso l' Università di Ottawa, Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione )

La Libia è, infatti, tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli USA, ed è, con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria. 

Un'invasione della Libia servirebbe gli interessi delle imprese delle nazioni occidentali, come l'invasione e l'occupazione dell'Iraq del 2003.

Inoltre servirebbe a destabilizzare la National Oil Corporation (in sigla NOC è la compagnia petrolifera nazionale della Libia che possiede metà del petrolio del paese)

Non è un caso che siano i francesi più degli altri paesi (Inghilterra e Italia) a cercare di avere il controllo delle operazioni. Tale controllo gli permetterebbe di accampare più diritti nel caso di realizzazione di uno scenario post Gheddafi. 

L'altro contendente nel territorio libico e nord africano sono gli USA, interessati a destabilizzare non solo il potere della National Oil Corporation, accaparrandosi con le loro società (ExxonMobil e Occidental Petroleum) più diritti sull'oro nero libico, ma anche a creare le premesse di una sua maggior influenza anche in altri paesi, come il Ciad e la Nigeria (dove se la deve vedere sempre più con Francia e Cina).

L'Italia ha forti interessi in Libia. L’Eni estrae 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano il 35% delle esportazioni della Libia. Tuttavia i suoi precedenti rapporti di amicizia con Gheddafi, nonché la vicinanza del nostro paese alle sue coste, fanno si che sia più che esposta al rischio di ritorsioni economico-militari e quindi più “bloccata” nel prendere liberamente le decisioni e farsi lei stessa da leader della coalizione.

In sostanza si attende che gli USA facciano da paciere tra gli interessi in gioco e, nello stesso tempo, si prendano le responsabilità in caso di ritorsioni.

http://finanza.excite.it/guerra-libia-gl-iinteressi-economici-N68591.html

'L'Eni ritiene non compromessi i rapporti con la Libia. Noi manteniamo rapporti con la National oil company (NOC) che è il nostro interlocutore naturale. Qualunque sia il sistema politico che ci sarà in futuro in Libia, ci sarà la  NOC che ha dei contratti e rapporti con noi.”

Se venisse sconfitta la ribellione che chiede un regime democratico, l'ultima parola sui rapporti con l’Italia resterebbe al rais Muammar Gheddafi, il quale ha dichiarato in un'intervista a Il Giornale, di sentirsi molto tradito dal presidente del Consiglio Berlusconi, minacciando al contempo la possibilità di scindere i legami economici e finanziari che legano la Libia all'Italia

http://finanza.excite.it/eni-sospesa-la-produzione-di-petrolio-in-N68367.html


La Libia è il primo fornitore di petrolio all'Italia, garantendo il 23,3% del nostro fabbisogno, mentre tramite il gasdotto Greenstream, che collega le coste libiche a Gela, di cui la National Oil Corporation libica ha rilevato una parte della quota che era dell'Eni, arriva quasi il 12% del gas utilizzato dal nostro paese.
Ma anche in fatto di armi non scherziamo.
Solo nel biennio 2008-2009 l'Italia ha autorizzato le proprie ditte a vendere armi alla Libia per un totale di 205 milioni di euro, più di un terzo dell'ammontare di tutte le autorizzazioni concesse dalla Ue.

A differenza di Francia e Germania che hanno sospeso gli invii di materiale bellico ai paesi nordafricani teatro della rivolta popolare, l'Italia ha continuato come se nulla fosse. 

D'altro canto la Libyan Investment Authority possiede delle azioni Finmeccanica, e , dopo il Ministero dell'Economia italiano, ha il controllo dell’azienda, la cui produzione a fini bellici è in continua espansione. 

La Libia ha anche una notevole presenza nel sistema finanziario italiano. È quella in Unicredit, ove la Libia è virtualmente primo azionista, possedendone il 4,9%, tramite la sua Banca Centrale, e il 2,5% tramite il già citato Libyan Investment Authority.

Anche sul fronte delle telecomunicazioni i libici sono molto attivi, possiedono infatti il 14,8% di Retelit, controllata da Telecom Italia, attiva nei servizi a banda larga.

Mentre Impregilo, la grande società italiana di infrastrutture, è impegnata in Libia nella costruzione di tre centri universitari. Complessivamente l'Istituto per il commercio estero valuta che la presenza italiana in Libia ammonti attualmente a 130 aziende per un'occupazione complessiva di 600 persone.

Infine Gheddafi possiede il 7,5% della società sportiva Juventus (d'altro canto la Fiat è di casa in Libia) tramite la Libyan Arab Foreign Investment Company.



Un interessante punto di vista dal blog  http://www.giorgiomontanari.com
Si fa fatica a star dietro a certi argomenti, per cui fino a pochi giorni fa se le forze occidentali non intervenivano in Libia era per via dei loro interessi economici e oggi che intervengono in Libia è per via dei loro interessi economici.
 Faccio notare però un elemento fattuale: la risoluzione dell’ONU e gli attacchi internazionali sono arrivati quando Gheddafi aveva vinto.
Quando aveva respinto i ribelli fino a Bengasi e stava già mettendo in atto la “vendetta casa per casa”.
Volendo privilegiare la stabilità e gli interessi economici, la cosa migliore da fare sarebbe stata non fare niente, lasciare a Gheddafi la vittoria e la vendetta e poi ricominciare a fare affari con lui come prima, business as usual. Che infatti è la posizione della Lega Nord, movimento politico dalla nota sensibilità umanitaria.

sabato 19 marzo 2011

LIBIA: LA FRANCIA APRE IL FUOCO

BOMBE SUI BLINDATI DEL RAIS

(ALTRE NOTIZIE ALLE ETICHETTE "LIBIA"  E "AFRICA")

http://www.agi.it/estero/notizie/201103191857-ipp-rt10151-libia_la_francia_apre_il_fuoco_bombe_sui_blindati_del_rais
18:57 19 MAR 2011

(AGI) - Tripoli, 19 mar. - La Francia ha dato ufficialmente il via ai raid mirati in Libia contro il colonnello Muammar Gheddafi. Poco dopo le parole del presidente francese, Nicolas Sarkozy, a chiusura del vertice straordinario all'Eliseo, esattamente alle 17.45, un primo jet transalpino ha aperto il fuoco contro mezzi delle truppe governative. "Il primo obiettivo e' stato distrutto" ha comunicato il portavoce del ministero della Difesa francese Laurent Teisseire. Secondo Al Jazira invece sarebbero quattro carri armati libici a essere stati colpiti e distrutti nel corso dei raid a sud-ovest della citta' di Bengasi. Il ministero della Difesa parla di diversi blindati e carri armati. Sono in tutto 20 gli aerei francesi impegnati nell'operazione, due fregate di difesa aerea sono parcheggiate al largo delle coste libiche e domani la portaerei francese, Charles De Gaulle, partira' dalla Francia diretta verso la Libia per partecipare alle operazioni previste dalla risoluzione dell'Onu. Sarkozy nel suo discorso a Parigi aveva di fatto dato il via all'attacco fortemente voluto dalla Francia e appoggiato da subito dalla Gran Bretagna. "Siamo pronti ad attaccare con i nostri aerei le truppe di terra" aveva detto il presidente francese. "La Francia ha deciso di assumere il proprio ruolo di fronte alla storia. In mattinata Gheddafi, attraverso un suo portavoce, aveva minacciato Parigi e Londra: "Ve ne pentirete" aveva affermato riferendosi agli attacchi. E intanto nel paese transalpino e' gia' polemica: Sarkozy ha avviato un intervento militare senza neanche consultare il Parlamento, ha accusato l'opposizione. (AGI) .
 

martedì 22 febbraio 2011

COSA SUCCEDE NELL'AFRICA SETTENTRIONALE?

(PER ALTRE NOTIZIE SULL'ARGOMENTO VEDI L'ETICHETTA "AFRICA" E "LIBIA")




Tutto è cominciato in Algeria e Tunisia con quella che ai primi di gennaio è stata ribattezzata la rivolta del couscous
La fiammata dei prezzi delle materie prime alimentari sui mercati internazionali aveva reso improvvisamente più acuta la crisi dei due paesi nordafricani.


 Certo, nessuno avrebbe potuto immaginare un effetto domino tale da mettere in crisi alcuni tra i regimi più solidi del mondo arabo, da quello del tunisino Ben Ali a quello del rais egiziano Mubarak. Eppure così è stato. Anzi. La rivolta si è rapidamente estesa, anche grazie all'uso dei social network come twitter e facebook, fino al Golfo Persico. Ecco cosa è accaduto e sta accadendo in Nord Africa e nel Medio Oriente, a cominciare dalla Tunisia e, a seguire, negli altri paesi.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-21/atlante-rivoluzioni-tunisia-bahrain-175201.shtml

SI PARTE DALLA TUNISIA
A Sidi Bouzid, in Tunisia, 17 dicembre scorso, il venditore ambulante di verdure Mohamed Bouazizi, esasperato da vessazioni ed e umiliazioni, si dà fuoco in piazza. Morirà il 4 gennaio, in conseguenza delle ustioni.
La vicenda di Bouazizi avvia la "Rivoluzione dei gelsomini" in Tunisia.
A partire da dicembre si moltiplicano le proteste di strada in tutte le città del paese. 
I dimostranti chiedono la fine della dittatura ultraventennale di Zine El-Abidine Ben Ali e manifestano contro la corruzione di cui è intrisa la Tunisia, contro la disoccupazione , l'aumento dei prezzi e per una maggiore libertà,dopo un regime repressivo durato 23 anni.
Lo scontro si radicalizza (i morti saranno in tutto circa ottanta). Il 14 gennaio Ben Ali è costretto a scappare in Arabia Saudita e negli ultimi giorni si rincorre la notizia non confermata che l'ex dittatore sia morto a Jedda.
 L'atteggiamento dell'esercito ha avuto un ruolo di primo piano nell'accelerare la frana del regime, rifiutandosi di colpire i manifestanti e schierandosi dalla loro parte.
Il primo ministro Mohamed Ghannouci, cerca di guidare il paese verso elezioni nei prossimi mesi. 
Mentre la situazione rimane turbolenta, migliaia di tunisini cercano di sfruttare lo scompiglio per spiccare il balzo verso l'Europa.
Ghannouci ha impastato e rimpastato a più riprese il proprio governo e a inizio febbraio ha fatto sciogliere il Raggruppamento democratico costituzionale, il partito di Ben Ali di cui lui stesso è un veterano. 
Intanto numerosi movimenti politici di varia natura cercano la legalizzazione e la Tunisia rimane in una situazione fluida e parzialmente anarcoide di cui è difficile prevedere gli sviluppi. Ma la Rivoluzione dei Gelsomini ha innescato una serie di contraccolpi a catena in molti altri paesi della regione.

                                                                                               BEN ALI






ALGERIA
A partire da gennaio, l'Algeria ha assistito a varie proteste antigovernative che hanno portato in superficie il malessere che da tempo sobbolle nel più vasto paese del Maghreb. I principali motivi di malcontento sono la disoccupazione e la corruzione diffuse, l'aumento dei prezzi per i beni di prima necessità e il persistere di un quasi ventennale "stato di emergenza" e di pratiche di governo autoritarie. Nel mese di gennaio, alcuni algerini si sono autoimmolati, a imitazione del venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi che, dandosi fuoco, aveva innescato la rivolta popolare nel suo paese.
Il presidente algerino,Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, ha cercato di calmare gli animi, promettendo che presto revocherà lo stato di emergenza.
I disordini nel paese continuano, anche se per ora non hanno avuto conseguenze dirompenti come in Tunisia, in Egitto e in Libia. Probabilmente ha il suo peso il ricordo dei massacri che sconvolsero l'Algeria negli anni Novanta, nel corso del conflitto stragista e fratricida (circa duecentomila vittime) seguito all'annullamento del risultato di elezioni vinte dal partito islamista Fis.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-21/algeria-171634.shtml




BAHRAIN
 In Bahrain, miniarcipelago indipendente nel Golfo Persico, sono in corso da alcune settimane grandi proteste di piazza contro il re Hamad bin Isa al-Khalifa, che infine hanno portato all'annullamento del Gran premio di Formula1.
  Il piccolo Stato petrolifero ha grande importanza strategica e ospita la Quinta Flotta della Marina militare americana, impegnata a "controllare" il dirimpettaio Iran e in operazioni di appoggio su fronti caldi come l'Afghanistan e l'Iraq.
Le manifestazioni, che si irradiano da Piazza della Perla nella capitale Manama, chiedono che la dinastia regnante promuova riforme politiche ben più sostanziali di quelle attuate con il prudentissimo restyling del 2002, anno in cui la monarchia assoluta si fece pallidamente costituzionale.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-21/bahrain-171840.shtml

lunedì 21 febbraio 2011

Cosa sta succedendo in Libia?

 (ALTRE NOTIZIE SULL'ARGOMENTO ALLE ETICHETTE "LIBIA" E  "AFRICA")
Libia, protesta raggiunge Tripoli, repressione violenta
POSSIAMO MERAVIGLIARCI  SE   IN    LIBIA E' SCOPPIATA UNA RIVOLUZIONE DI POPOLO 
CONTRO UN REGIME DITTATORIALE E SPREZZANTE DEI DIRITTI 
CIVILI ED UMANI?


Muammar Gheddafi (Sirte, 7 giugno 1942) è un politico libico, di fatto massima autorità del Paese, fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida della Rivoluzione.

Capitano dell'esercito dall'età di 27 anni, insoddisfatto del governo guidato dal re Idris I, che giudicava troppo servile nei confronti di USA e Francia, il 26 agosto del 1969 guidò un colpo di stato militare contro il sovrano.
Il 1º settembre 1969 fu proclamata la Repubblica, guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da 12 militari di tendenze panarabe filo-nasseriane. 
Gheddafi, che nel frattempo era stato nominato colonnello, si mise a capo del Consiglio instaurando un regime dittatoriale in Libia.

Fece approvare dal Consiglio una nuova Costituzione, da lui definita araba, libera e democratica. In nome del nazionalismo arabo, egli nazionalizzò la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, espropriò ed espulse la comunità italiana residente nel paese, chiuse le basi militari statunitensi e britanniche.

La politica della prima parte del governo Gheddafi può essere definita come una "terza via" tra comunismocapitalismo e nella quale egli cercò di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia


In politica estera, egli finanziò l'OLP di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele
Inoltre, propose spesso un'unione politica tra i tanti Stati islamici dell'Africa
Gheddafi ebbe una svolta politica negli anni ottanta: la sua indole anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi terroristi, quali per esempio l'irlandese IRA e il palestinese Settembre Nero. Fu anche accusato dall'intelligence statunitense, di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ma egli si dichiarò sempre innocente. Si rese anche responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, fortunatamente senza danni.
Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America, egli fu progressivamente emarginato dalla NATO. Inoltre, il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia.

Il 21 dicembre del 1988 esplodeva un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie: perirono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini di Lockerbie. Prima dell'11 settembre 2001 è stato l'attacco terroristico più grave. L'ONU attribuì alla Libia la responsabilità di questo attentato aereo e chiese al governo di Tripoli l'arresto di due suoi cittadini accusati di esservi direttamente coinvolti. Al netto e insindacabile rifiuto di Gheddafi, le Nazioni Unite approvarono la Risoluzione 748, che sanciva un pesante embargo economico contro la Libia, la cui economia era già in fase calante. Nel 1999, con la decisione della Libia di cambiare atteggiamento nei confronti della comunità internazionale, Tripoli consegnò i sospettati di Lockerbie: Abdelbaset ali Mohamed al-Megrahi fu condannato all'ergastolo nel gennaio 2001 da una corte scozzese, mentre Al Amin Khalifa Fhimah fu assolto.

Il 30 agosto 2008 Gheddafi e Berlusconi hanno firmato un trattato di Amicizia e Cooperazione, nella città di Bengasi
Il trattato è stato ratificato dall'Italia il 6 febbraio 2009 e dalla Libia il 2 marzo, durante una visita di Berlusconi a Tripoli
In base al trattato di Bengasi, l'Italia pagherà 5 miliardi di dollari alla Libia come compensazione per l'occupazione militare. In cambio, la Libia prenderà misure per combattere l'immigrazione clandestina dalle sue coste, e favorirà gli investimenti nelle aziende italiane. Il Trattato di Bengasi rappresenta il definitivo accoglimento da parte italiana delle rivendicazioni libiche in materia di risarcimenti per le vicende coloniali attraverso la costruzione di un’autostrada di duemila chilometri lungo la costa libica, con una spesa totale 3,5 miliardi di euro, bilanciata in modo solo parziale dalla chiusura del contenzioso con le ditte italiane danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970, che ha un valore stimato di soli 600 milioni.
http://it.wikipedia.org/wiki/Mu%27ammar_Gheddafi


Negli anni '80, la Libia di Gheddafi si configurò come "stato-canaglia", sostenitore di gruppi terroristici quali l'irlandese IRA e il palestinese Settembre Nero. Gheddafi fu progressivamente emarginato dalla NATO e il 15 aprile 1986 Tripoli fu bombardata dai caccia americani (Secondo scontro aereo del golfo della Sirte), rispondendo con un attacco missilistico contro Lampedusa. Nel 1988, la Libia organizzò l'attentato di Lockerbie sul volo Volo Pan Am 103, che causò la morte di 270 persone. Con la risoluzione 748/92, l'ONU impose un embargo sulla Libia, finché essa non consegnerà gli imputati (5 aprile 1999) e non accetterà la responsabilità civile verso le vittime (2003).
La Jamāhīriyya si riavvicina alla comunità internazionale a partire dagli anni '90: con la condanna dell'Iraq nella Guerra del Golfo (1990), la mediazione tra Etiopia ed Eritrea, e l'opposizione ad al-Qa'ida (1999). Il 15 maggio 2006 gli Stati Uniti hanno riallacciato le relazioni diplomatiche interrotte 25 anni prima, togliendo la Libia dalla lista degli Stati Canaglia.
Nuove tensioni sono sorte dal 2008 tra la Libia e la Svizzera in seguito all'arresto a Ginevra del figlio di Gheddafi, Hannibal, mentre la relazione con l'Italia si è stabilizzata in seguito al Trattato di Bengasi, sempre del 2008. Dal Febbraio 2009 al Gennaio 2010, Gheddafi è stato eletto come Presidente di turno dell'Unione Africana.


La Libia è considerata da più parti come un regime autoritario, a causa della precarietà dei diritti umani nel Paese. Secondo l'Organizzazione non governativa Freedom House, nel 2009 la Libia è considerata un paese non libero (sono possibili, secondo l'ong, tre varianti: libero, parzialmente libero e non libero).
Secondo il rapporto annuale dell'Organizzazione non governativa Human Rights Watch il ministero libico della giustizia e i tribunali libici non "ricercano la giustizia e la verità".
Inoltre si registrano violazioni e discriminazioni ai danni delle tribù meridionali Tuareg e Tebu.
In Libia è in vigore la pena di morte.
Il 7 giugno 2010 la Libia ha chiuso l'ufficio dell'Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR). In Libia non è possibile chiedere asilo politico, e fino al 10 giugno l'Ufficio delle Nazioni unite sopperiva a questa mancanza. La decisione libica non è stata accompagnata da spiegazioni. Il ministro degli esteri libico ha dichiarato che l'Agenzia dell'ONU per i rifugiati svolge un'attività illecita.

 POSSIAMO MERAVIGLIARCI  SE   IN LIBIA E' SCOPPIATA UNA RIVOLUZIONE DI POPOLO 
CONTRO UN REGIME DITTATTORIALE E SPREZZANTE DEI DIRITTI CIVILI ED UMANI?

Sarebbero circa un migliaio i dimostranti uccisi a Tripoli, in Libia, durante le manifestazioni anti-regime. A dichiararlo a TMNews è il presidente della comunità del mondo arabo in Italia (Comai), Foad Aodi, CHE CONCLUDE COSI':

"E' caduto il Muro della paura nel mondo arabo, dopo il Muro di Berlino. E' iniziata la primavera della volontà del popolo. E' la rivoluzione della dignità umana ed economica, collettiva.
L'Italia e la comunità internazionale non possono trascurarla, e fare finta di nulla"
Giorgio Napolitano in una nota del Quirinale si è pronunciato contro “la cieca repressione” di queste ore: “Le violenze in Libia devono cessare e alle legittime richieste di riforme e di maggiore democrazia che giungono dalla popolazione, devono 
essere fornite risposte”.

giovedì 3 febbraio 2011

che succede in egitto?

(ALTRE NOTIZIE SULL'ARGOMENTO NELL'ETICHETTA "AFRICA")
 
EGITTO



Il moto di protesta popolare egiziano, imperniato sul desiderio di rinnovamento politico e sociale contro il regime trentennale del presidente Hosni Mubarak, iniziato sotto forma di manifestazioni a carattere pacifico, ispirate a quelle recentemente organizzate in Tunisia (che hanno portato alla destituzione del capo dello stato  Ben Ali), ha poi assunto sviluppi violenti ed è sfociato in aspri scontri che hanno provocato numerose vittime tra manifestanti, poliziotti e militari.

 
Mubarak
Quarto Presidente dell'Egitto, carica che ha ricoperto per circa trent'anni, a partire dal 14 ottobre 1981.
Mubārak è stato nominato vice-Presidente della Repubblica d'Egitto dopo una brillante carriera militare svolta nei ranghi dell'arma aeronautica egiziana. Assunse la Presidenza, succedendo al Presidente Sādāt, a seguito dell'assassinio di questi il 6 ottobre 1981.

L'Egitto è stato l'unico paese nella storia della Lega Araba a essere sospeso a causa della politica del Presidente Sādāt, che firmò un Trattato di pace con Israele, e che però fu riammesso nella Lega - otto anni dopo l'assassinio di Sādāt (6 ottobre 1981) - nel 1989, sotto la Presidenza Mubārak. 
La sede principale della Lega è stata ricollocata nel medesimo complesso di edifici al Cairo.


Mubārak cominciò a perdere sostegni a metà degli anni '90.
La crisi economica dei primi degli anni '90 fu imponente. Secondo l'Indice che valuta l'attenzione garantita ai Diritti Umani, l'Egitto occupa il 119º posto su 177 nazioni e viene valutato con un indice di 0,659 su 1.

Il mercato egiziano è diventato percentualmente il primo paese fra quelli emergenti nell'anno fiscale 2004/2005. Persiste però una forte disoccupazione e Mubārak è stato criticato per aver favorito il grande capitale e le privatizzazioni dell'imponente comparto pubblico dell'economia, avvilendo i diritti dei lavoratori.

l Presidente Mubārak si è espresso contro la guerra in Iraq del 2003 voluta dagli USA e dalla Gran Bretagna, affermando che la situazione Israelo-palestinese avrebbe dovuto essere affrontata per prima.
L'Egitto era un membro della coalizione alleata nella I guerra del Golfo del 1991 (se non si considera il lungo conflitto fra Iraq e Iran che l'aveva preceduta) e i fanti egiziani erano stati tra i primi militari a sbarcare in Kuwait per impegnare le forze armate irachene, godendo per questo di grandi, ma non precisati, vantaggi economici elargitigli dagli USA.
 In questa sua partecipazione convinta si dice che l'Egitto abbia sofferto pesanti perdite in vite umane, anche se mancano conferme o smentite ufficiali in merito. Secondo Reporter Senza Frontiere i media egiziani sono collocati per libertà d'espressione al 143º posto su 167 nazioni considerate.
Da tempo ormai si è cominciato a criticare l'abnorme estensione dello Stato d'emergenza, comportante tra le altre cose arresti preventivi e controllo diretto dei media, decretato 30 anni fa a seguito dell'assassinio del Presidente al-Sādāt (nel 1981) ma finora nulla è stato modificato in merito, anche dopo l'inizio delle Sommosse popolari in Egitto del 2011.


(ALTRE NOTIZIE SULL'ARGOMENTO NELL'ETICHETTA "Storia")