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venerdì 8 maggio 2015

EVENTO 25 APRILE - commento allo spettacolo delle scuole al Teatro Comunale di Sassari



Uno studente tra il pubblico coglie lo straordinario incontro dell'individuo con la storia. L'apatia dei giovani, che per l'abitudine non si accorgono più quanto siano preziose la libertà e la giustizia, si trasforma in consapevolezza di fronte agli eventi che li pongono davanti alla scelta di difendere una terra, una cultura e i suoi valori. 


Il giorno 24/04/15, insieme agli studenti della classe VB chimica, mi sono diretto al teatro comunale di Sassari, per assistere ad un’opera teatrale, organizzata da nostri coetanei per celebrare l’anniversario della liberazione dell’Italia: festa della liberazione e giorno della Resistenza, un giorno che si celebra ogni 25 aprile. Un giorno importante per l’Italia, simbolo di vittoria militare e politica, operata dalla Resistenza delle forze partigiane contro i nazi-fascisti.
L’8 settembre 1943, dopo l’annuncio dell’armistizio con gli anglo americani, i tedeschi prima alleati, diventarono subito nemico da combattere: e qui viene il ruolo dei partigiani uomini e donne, che decisero di opporsi per liberare la loro terra.
Ed eccoci al teatro comunale; il sipario si apre e le luci si spengono: l’opera sta per iniziare. Dopo qualche sistemazione di microfono ed altro, un gruppo di ragazzi fanno ingresso sul palcoscenico, accompagnati da applausi, fischi ed urla da parte del pubblico.
È iniziata la rappresentazione con l’obiettivo di denunciare il crimine fascista e di riportare alla memoria l’uccisione del deputato parlamentare Giacomo Matteotti, in quanto aveva denunciato brogli e violenze alle elezioni del 1924. Lo spettacolo mi è sembrato di una noia mortale, forse perchè non avevo elementi tecnici per poterlo apprezzare. Esce di scena il primo gruppo e viene sostituito da un gruppo di ragazze, che rappresentano il liceo Azuni di Sassari. Inizio già a gradire lo spettacolo: più movimento e meno parole. Ma la domanda che continuo a pormi è: cosa c’entra il ballo presentato dalle belle ragazze con la Resistenza? Intuisco che è dedicato alla donna partigiana, e ha lo scopo di riportare alla memoria il ruolo della donna durante la guerra. Ma ancora rimango senza risposte chiare, insomma nell’incertezza.
Ma non appena mi distraggo, il microfono viene assegnato ad un altro ragazzo, dalla statura bassa e il carattere bizzarro, sembra un comico, invece NO, si presenta come cantante: avevo intuito male. Il piccoletto si rivela con una voce suadente, piena di energia. E i fotoni di quella luce si propagano in sala trasportando energia. Ed ecco l’esplosione della gioia in quella sala. Sento come se fossi venuto qui esclusivamente per sentirla, mi son sentito immerso in quella voce, come d’Annunzio riesce ad aderire con tutti i sensi e con tutta la vitalità alla natura, sino a confondersi con essa. Le canzoni vengono presentate come canto popolare partigiano Anti-fascista. Una mi colpisce particolarmente.

Una mattina mi son svegliato
O bella ciao, O bella ciao, bella ciao ciao ciao
Una mattina mi son svegliato
Ed ho trovato l’invasor

O partigiano porta mi via
O bella ciao, O bella ciao, bella ciao ciao ciao
O partigiano portami via
Che mi sento di morir

E se io muoio da partigiano
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In verità ascoltandola mi sento un partigiano, pronto a combattere il male, pronto a mettermi in sella e combattere i draghi, come farebbe d’altronde Don Chisciotte. Mi immagino in Siria, in Iraq a parteggiare contro l’Isis. Non sopporto l’idea che la verde bandiera dell’Islam venga macchiata di sangue da questi assassini. Non sono in me in questi momenti, possibile che questi siano momenti più realistici della vita di tutti i giorni?
L’opera si conclude con le parole di Antonio Gramsci:
“Odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti”.
“Vivo, sono partigiano, perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”
Allora penso ai miei fratelli in Palestina; quando avranno anche loro un 25 aprile, anche da loro si potranno cantare canzoni popolari partigiane.

Mohammed Arrach


sabato 25 aprile 2015

25 APRILE FESTA DELLA LIBERAZIONE



"Era giunta l'ora di resistere; era giunta l'ora di essere 

uomini: di morire da uomini per vivere da uomini."

 Piero Calamandrei




TUTTO SUL 25 APRILE IN QUESTO BLOG :   http://cgpangioy.blogspot.it/search/label/25%20aprile



Da Wikipedia « Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire. »
(Pertini proclama lo sciopero generale, Milano, 25 aprile 1945)

L'Anniversario della liberazione d'Italia (anche chiamato Festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente 25 aprile) viene festeggiato in Italia il 25 aprile di ogni anno e rappresenta un giorno fondamentale per la storia d'Italia: la fine dell'occupazione nazista ed il termine del ventennio fascista, avvenuta il 25 aprile 1945, al termine della seconda guerra mondiale.
Cinzia




"Oggi la nuova resistenza consiste nel difendere le posizioni 

che abbiamo conquistato; difendere la Repubblica e la 

democrazia.

Sandro Pertini"

Com'è valida oggi questa esortazione. Perché il testamento di molti giovani e giovanissimi che hanno rifiutato il fatalismo e la passività, scegliendo la lotta contro la tirannia nazi-fascista, morendo fucilati o torturati per questa brama di 'libertà e giustizia', in questi nostri giorni di quasi cupio dissolvi della politica vera, lo si sarebbe dovuto onorare, dopo più di sessanta anni, con un Italia più libera, più giusta e più democratica. E invece ci tocca "resistere" per non perdere questa memoria, a causa di una cosiddetta sinistra imbelle e indecorosa e di una pseudo destra populista-peronista-padronale che destra democratica non è (penso alla destra storica italiana, durante il risorgimento e l' alta dignità dei suoi rappresentanti e penso alle altre destre europee democratiche del nostro tempo).

Nella mia libreria trova posto "sacro" il libro dei condannati a morte della Resistenza(Ed. Einaudi). Lettere stupende che fanno tremare i polsi per tanta dignità, umanità-pietà anche- che quelle parole contengono. In una di queste lettere  un giovane 19enne scrive ai genitori.

C' è tanto amore nelle sue parole ma anche tanta dignità ed orgoglio, per dir così, della ragione e della logica umanistica, basato sulla riflessione, azione, scelta di libertà contro le demagogie delle dittature e le metafisiche dei cosiddetti "uomini della provvidenza" di carlayliana memoria che incarnerebbero un qualche spirito divino nella storia.

E questo giovanissimo, nell'amare i genitori, li rimprovera al contempo, con ferma dolcezza, quasi figlio-padre, del loro fatalismo e qualunquismo etico. Dirà - cito a memoria ma potrei toccare con mano quelle parole che ho fatto studiare tanto tempo fa a dei ragazzi della borghesia bene della mia città (era un istituto privato)- che non basta lavorare con dignità, che non basta fare il proprio dovere alla luce di leggi e padroni, che non basta preoccuparsi dei figli e delle famiglie. La vita sociale e politica, dirà, è partecipazione critica ed attiva alla cosa pubblica.19 anni! Un eroe ed intellettuale - passatemi la retorica, vi prego.

In sintesi, ciò che cantava Gaber, è ancora valido.

http://youtu.be/nulKUZ1sWlA


Celebro nel mio petto, quasi in segreto, questa giornata che è stata ormai sporcata da migliaia di ipocrisie e di revisionismi storici - la dittattura, ricordiamolo, è sempre un invisibile drago carsico che mira a manifestarsi, ma voglio anche usarla simbolicamente.

Sia anche giornata, in cui si inizi la lotta contro le tirannie dell' Io, della psiche, delle abitudini, dei conformismi.
Enrico







Uno dei vantaggi ( si fa per dire ) della mia età, è aver visto con gli occhi di bambino gli avvenimenti di quei giorni. 
Per molti adulti era la fine di un incubo, per altri l'inizio della fine o la fine vera. 
Giorni indimenticabili e irripetibili. Il grande momento era arrivato, la fine della tirannia. Questo è stato il 25 aprile, giorno simbolo, durato poche settimane. 
Poi, l'inizio delle delusioni, le promesse mancate. 
Le armi, poche e conquistate con il sangue, confiscate dai nuovi padroni. 
La congiura e gli accordi tra i potenti vincitori non consentirono al popolo di portare a termine la Liberazione.
Mi vengono le lacrime agli occhi pensando a tutti quei ragazzi morti. Il loro sacrificio è servito solo a una nuova razza di padroni e parassiti.
Nicola

(da  http://lateladipenelope.forumattivo.com/t5382-25-aprile-festa-della-liberazione#119908)



TUTTO SUL 25 APRILE IN QUESTO BLOG: http://cgpangioy.blogspot.it/search/label/25%20aprile

lunedì 17 marzo 2014

Amnesty e la Siria

Da tre anni una gravissima crisi dei diritti umani devasta la Siria: 2.500.000 rifugiati, 9.300.000 persone che hanno bisogno di assistenza, più di 6.500.000 profughi interni e oltre 100.000 persone uccise. 

Circa 250.000 persone vivono sotto assedio: la maggior parte è confinata in aree sotto controllo delle forze governative siriane che, regolarmente, le bombardano. In altre zone, l'opposizione armata assedia i civili e blocca la consegna delle forniture dei beni di prima necessità. 

Con la risoluzione 2139, adottata il 22 febbraio 2014, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha chiesto la fine degli "assedi dei centri abitati" e delle violazioni dei diritti umani. Ma, finora,le parti in conflitto non hanno fatto abbastanza per porre fine alle sofferenze dei civili

Chiedi agli stati del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di far rispettare la risoluzione!

http://news.amnesty.it/f/rnl.aspx/?lli=qzytsv4c0jm=tydl-=o_vvy&f70c=9ql&g71-ble&ig0e9&x=pp&wxkbj47e.1.mNCLM

sabato 15 marzo 2014

TRE ANNI DI GUERRA IN SIRIA



II terzo anniversario del conflitto in Siria viene commemorato in tutto il mondo. 
In tre anni ci sono stati oltre 140.000 morti e circa nove milioni di persone costrette ad allontanarsi dalle proprie case – secondo cifre Onu – creando la peggiore crisi umanitaria dal genocidio in Ruanda del 1994.
Intanto, le due tornate di negoziati a Ginevra non hanno fermato il conflitto.


In Siria ci sono oltre 4,3 milioni di bambini sfollati, intrappolati nel conflitto, che subiscono tutti i giorni le gravi conseguenze di un sistema sanitario al collasso e hanno disperato bisogno di cibo, medicine, supporto psicologico e un riparo sicuro. Due ospedali su tre sono distrutti o inservibili, come il 38% delle strutture mediche di base, e quasi tutte le ambulanze. La metà dei medici ha abbandonato il paese, altri sono stati uccisi o imprigionati, e tra il personale sanitario rimasto, in media, solo 1 su 300 è un medico in grado di affrontare le emergenze. 

Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/ffnbj

lunedì 27 gennaio 2014

giorno della memoria





C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)




sabato 25 gennaio 2014

27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA - LEVI : I SOMMERSI E I SALVATI


SINTESI DELL’OPERA

PREFAZIONE
Sia le vittime che gli oppressori  avevano viva la consapevolezza dell'enormità, e quindi della non credibilità, di quanto avveniva nei Lager . “ i militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi.»”  Molte delle prove materiali degli stermini di massa furono soppresse, o si cercò di sopprimerle: nell'autunno del 1944 i nazisti fecero saltare le camere a gas e i crematori di Auschwitz,  Il ghetto di Varsavia, fu raso al suolo, tutti gli archivi dei Lager sono stati bruciati negli ultimi giorni di guerra tanto che ancora oggi non si ha la conferma del numero esatto delle vittime (quattro o sei od otto milioni); dopo la svolta di Stalingrado  si decise di eliminare i cadaveri che erano stati accatastati nelle fosse comuni: gli stessi prigionieri furono costretti a disseppellire quei resti ed a bruciarli su roghi all'aperto. I comandi S.S. ed i servizi di sicurezza fecero in modo che nessun testimone sopravvivesse. Ma qualcuno ha pure avuto la fortuna e la forza di sopravvivere, ed è rimasto per testimoniare, così come sono rimaste le rovine dei campi.
I principali  testimoni sono gli stessi nazisti, molti dei quali hanno negato di sapere. Non si saprà mai quanti, nell'apparato nazista, non sapessero nulla o sapessero qualcosa, ma fingessero d'ignorare. Comunque sia è certo che la mancata diffusione della verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto.  Molti sono i potenziali testimoni «civili» : società industriali, aziende agricole, fabbriche di armamenti, che  traevano profitto dalla mano d'opera pressoché gratuita fornita dai campi, o che rifornivano i Lager  di legname, materiali per costruzione, il tessuto per l'uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essiccati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori , l’acido cianidrico che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz: erano forniti da ditte che dovevano sapere, o almeno avere forti sospetti, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno,  in alcuni casi dalla fanatica obbedienza nazista.
Il materiale più consistente per la ricostruzione della verità sui campi è costituito dalle memorie dei superstiti, ma esse vanno lette con occhio critico: nelle loro condizioni disumane , era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione d'insieme del loro universo, spaesati ed ignari di tutto ciò che li circondava. Così erano la maggioranza dei prigionieri «normali», dei non privilegiati, e, di questi, pochissimi sono scampati alla morte. Solo chi otteneva qualche privilegio riusciva a sopravvivere: “la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo”. Chi lo ha fatto non è tornato, o la sofferenza ha paralizzato la sua capacità di osservazione. I migliori storici dei Lager sono dunque emersi fra i pochissimi che hanno avuto l'abilità e la fortuna di raggiungere un osservatorio privilegiato, e tra questi in particolare i prigionieri politici, i più adatti e capaci di valutare e di interpretare i fatti a cui assistevano.
La memoria degli eventi accaduti sta diventando una memoria “stilizzata”, cioè semplificata e rarefatta dal tempo trascorso. Ormai i testimoni diretti sono rimasti in pochi e gli stessi reduci tendono a ridurre tutto a cerimonie commemorative fatte di retorica e belle parole. Ma solo mantenendo viva la memoria si può evitare che quelle violenze ritornino.

CAP. I   La memoria dell'offesa 
"La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile evento-Auschwitz. L'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano la gravità delle loro azioni. Le "scuse" più frequenti, seppure espresse con formulazioni diverse, sono più o meno le stesse: l'ho fatto perché sono stato costretto o comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto. Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull'individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: "la propaganda, la censura opposta al pluralismo delle informazioni, il terrore". Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese in chi si giustifica l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo.
 Levi cita le dichiarazioni di  Eichmann al processo di Gerusalemme, e l’autobiografia di Rudolf Höss (il penultimo comandante di Auschwitz, l'inventore delle camere ad acido cianidrico). Nelle affermazioni di questi uomini dalle gravissime responsabilità, è palese l'esagerazione, ed ancor più la manomissione del ricordo. Entrambi erano nati ed erano stati educati molto prima che il Reich diventasse veramente «totalitario», e la loro adesione era stata una scelta, dettata più da opportunismo che da entusiasmo. La rielaborazione del loro passato è stata opera posteriore: così forti di fronte al dolore altrui, quando il destino li ha messi davanti ai giudici, davanti alla morte che hanno meritato, si sono costruiti un passato di comodo ed hanno finito per credervi.
Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.


CAP II  La zona grigia 
Per comprendere  è spesso necessario semplificare. Oggi chi legge la storia dei Lager sente il bisogno di dividere nettamente il male dal bene: qui i giusti, là i reprobi. Ma quella realtà non è riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.  "L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno."  Il nuovo arrivato doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio. Su questo punto le S.S. basavano tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci.  Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. C’erano gli “anziani” (bastava essere nel Lager due o tre mesi per essere anziano) : il «nuovo» ("Zugang") veniva assurdamente  invidiato , veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli. Ma c’era soprattutto il prigioniero-funzionario, quello che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando, e ti percuote; ti vuole domare, vuole spegnere in te la dignità che lui ha perduta; ma se tenti una reazione, per una legge non scritta ma ferrea, il "zurückschlagen", il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il “nuovo” colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. (“Un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro, era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato  immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.”)
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno immancabile. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera. All’interno del lager i prigionieri, costretti in condizioni limite, inevitabilmente sono portati a sottostare alla logica del luogo in cui si trovano, dove per sopravvivere è necessario scendere a compromessi anche con la propria umanità: la "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Tra questi erano i Kapò, coloro che occupavano posizioni di comando: i capi delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, i prigionieri che svolgevano attività presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica, il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi hanno raccolto informazioni segrete e sono poi diventati gli storici dei rispettivi Lager; alcuni con astuzia e coraggio hanno potuto aiutare concretamente i loro compagni in molti modi. Erano però liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno.
Chi diventava Kapo? rei comuni tratti dalle carceri, prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze; più tardi, anche ebrei, che speravano di sfuggire alla «soluzione finale». Ma molti, aspiravano al potere spontaneamente, come i sadici ; lo chiedevano i frustrati, ed anche questo è un aspetto che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Un caso-limite di collaborazione è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio: chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!) per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perché potesse essere invidiato. Con questa denominazione , «Squadra Speciale», veniva indicato dalle S.S. il gruppo di prigionieri a cui era affidata la gestione dei crematori. Si doveva ancora una volta dimostrare che gli ebrei, "sotto-razza", si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi.

CAP. III  La vergogna 
"Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per la loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo".  Il sentimento  della vergogna riguarda tutti coloro che non sono stati "sommersi", ma che una volta riconquistata la libertà, non hanno provato gioia ma angoscia e vergogna per essersi "salvati", fino al punto da essere spesso indotti al suicidio (come lo stesso Levi poco dopo la pubblicazione di questo saggio). Il pensiero del suicidio  non interveniva durante la prigionia per tre motivi: la condizione bestiale che non faceva ragionare, il continuo lavoro che non lasciava tempo e le sofferenze della reclusione viste già come una punizione sufficiente . Invece dopo la liberazione  riaffiorava la vergogna, l'inevitabile senso di colpa per non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema del Lager, o per soccorrere i compagni più deboli, per essere stati egoisti, e solo grazie a questo essersi appunto salvati. I «salvati» del Lager non erano i migliori, i “Graziati”, i latori di un messaggio, ma esattamente il contrario: sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Chi tra i salvati si sentiva innocente, era comunque intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti a se stesso e agli altri. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.” “E c'è un'altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. C'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani. Ma chi è stato nei Lager non ha potuto non vedere; “i giusti fra loro hanno provato rimorso,vergogna, dolore, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.”

CAP. IV   Comunicare 
Secondo una teoria, l'«incomunicabilità» sarebbe  un aspetto della condizione umana, in particolare nel modo di vivere della società industriale. Niente di più falso e pericoloso, secondo Levi: comunicare si può e si deve, è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria. “Rifiutare di comunicare è una colpa; per la comunicazione, ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti”. Nel Lager anche sotto l'aspetto della comunicazione,  l'esperienza dei reduci, in particolare italiani, jugoslavi e greci, è stata drammatica: gli ordini venivano dati prima con calma, poi ripetuti in tono rabbioso, infine urlati e accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." A Mauthausen il nerbo di gomma si chiamava «der Dolmetscher», l'interprete.
Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua “non-lingua”, bisognava farlo tacere a botte e rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un "Mensch", un essere umano.
 I primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". Nel Lager senza informazione non si vive . Senza comunicare non si può sopravvivere. Chi non capisce il tedesco, intendendo con tedesco quella sorta di lingua parallela propria dei lager e solo vagamente somigliante a quello originario, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "insieme alla lingua ti si secca il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. C’era un tentativo di comunicazione anche con il mondo esterno al lager, disperatamente cercato, che dava a molti una sorta di speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per comunicare con i familiari.

CAP. V   Violenza inutile 
"Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile. Anche l’assassinio ha uno scopo: chi uccide sa perché lo fa."  Non così la violenza disumana e ridondante del Lager. La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o una latrina. Il prigioniero, una volta entrato nelle fredde stanze del Lager,  veniva denudato, privato delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, subiva  il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, questa violenza risultava offensiva perchè collettiva e  inutilmente ripetuta. Un uomo nudo e scalzo è umiliato e inerme. La stessa impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio solo apparentemente  marginale per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola misera razione di zuppa.
La vita concentrazionaria ricalcava la  versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse, come i 5 bottoni obbligatori alla divisa e la marcia cadenzata. I prigionieri venivano usati come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili che venivano risparmiati agli animali perché troppo dolorosi. Vi è poi l’invenzione auschwitziana  del tatuaggio, operazione, in sé, non tanto dolorosa, quanto umiliante : "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Era anche un ritorno barbarico: il tatuaggio, infatti, è vietato dalla legge mosaica. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed inflitto come una tortura e che poteva portare alla morte. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

CAP. VI  L'intellettuale ad Auschwitz 
In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà concentrazionaria. A tal proposito si rifà esplicitamente all'opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer, alias Jean Améry (Un intellettuale ad Auschwitz). Améry fu prigioniero in diverse prigioni naziste, ma le sue osservazioni si limitano ad Auschwitz: "I confini dello spirito, il non-immaginabile erano là."- Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio?-, si domanda Levi. Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava in Lager molto peggio dell'incolto. Gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l'allenamento, oltretutto, era tormentato più pesantemente da un acuto senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l'uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Améry, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso del nostro autore, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma di sicuro moralmente: "Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.[...]. mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso."

CAP. VII   Stereotipi 
Sono da sfatare gli stereotipi di “prigionia- libertà” e “oppressione- ribellione”. Nei campi non c’erano persone che si sentissero lese in un diritto fondamentale come la libertà e quindi fossero automaticamente pronte ad organizzarsi per ribellarsi ed evadere. Erano persone umiliate, deboli, annullate, senza un retroterra nel quale rifugiarsi, senza più alcun contatto col mondo esterno. La fuga era punita immancabilmente non solo con la morte ma con torture atroci per i rei e per i compagni anche se estranei al fatto. Inoltre la storia dimostra che le ribellioni vittoriose hanno avuto sempre dei capi che possiedono forza morale e fisica, nessuno schiavo ha sconfitto il padrone; nei Lager   la ribellione era impossibile, e alcune comunque vi furono. Altro stereotipo: l’idea di “patria”. Gli ebrei non fuggirono prima della deportazione in massa, non abbandonarono le loro case, la loro città, la loro vita di sempre, perché quella era la loro “patria”: era per loro un legame molto più forte in quei tempi, probabilmente, soprattutto in Germania, di quanto non lo sia ora, ed erano disposti a tutto pur di rimanere nella propria patria; certo non prevedevano cosa sarebbe successo, tutti avevano sottovalutato la gravità dell’antisemitismo nazista. Anche oggi gli allarmi ecologici, per esempio, non bastano a far cambiare abitudini di vita alla gente, e ciò dovrebbe farci  capire che vivere i fenomeni dal di dentro è diverso dall’esserne spettatori esterni una volta che tutto è passato da tempo.   



CAP. VIII  Lettere di tedeschi 
L'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di un’ edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore. Prosegue poi liquidando la lettera di due coniugi di Amburgo che giudica "nazisti non fanatici ma opportunisti, pentitisi quando era opportuno pentirsi, stupidi quanto basta per farmi credere alla loro versione semplificata della storia moderna", infine con alcune altre lettere di giovani che hanno invece sollevato domande e questioni in modo più mirato e meditato e di Hety S. di Wiesbaden che molto lo aveva colpito con l’espressione di una giovane donna tedesca che aveva vissuto in Germania non consenziente all’ideologia ed ai crimini nazisti.

CONCLUSIONI
Il mondo è profondamente mutato, l'Europa non è più il centro del pianeta, gli imperi coloniali hanno ceduto alla pressione dei popoli d'Asia e d'Africa assetati d'indipendenza, la Germania è diventata «rispettabile» e di fatto detiene i destini dell'Europa. Parlare  ai giovani dei lager nazisti è sempre più difficile; essi sono assillati dai problemi d'oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l'esaurimento delle risorse, l'esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi. Si affaccia all'età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull'onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per i reduci è un dovere continuare a parlare, ma lo percepiscono insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. “Dobbiamo essere ascoltati.
Siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.E' avvenuto contro ogni previsione. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato.(...) Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo”.
Pochi paesi possono essere immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
Agli stereotipi passati in rassegna nel settimo capitolo bisogna aggiungerne uno. I giovani chiedono, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, come erano fatti gli «aguzzini» dei Lager. Il termine fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d'origine. Invece erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: “salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori.” Persone “normali” divenute “mostri” solo perché obbedienti ad un’educazione sbagliata, a regole imposte a cui non hanno saputo reagire criticamente. “Ed è altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all'inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico”.

mercoledì 22 gennaio 2014

24 GENNAIO1979

GUIDO ROSSA
(Cesiomaggiore, 1dicembre 1034- Genova 24 gennaio 1979) è stato un operaio e sindacalista italiano, assassinato durante gli anni di piombo dal gruppo terroristico delle Brigate Rosse.Operaio di origine veneta, è vissuto per parecchi anni a Torino e poi si è trasferito a Genova.
Iscritto al PCI, era sindacalista della CGIL all'Italsider di Genova-Cornigliano.


PER UN VIDEO DI APPROFONDIMENTO CLICCA QUI
http://archivio.rassegna.it/2007/video/articoli/rossa04.htm#A

mercoledì 11 settembre 2013

11 SETTEMBRE 1973

Oggi ricorre l'anniversario di una delle pagine più nere della 


nostra epoca. L'11 settembre 1973 le forze armate cilene 


guidate dal Generale Pinochet misero in atto il golpe cileno 


contro Allende. Durante l'assedio e la successiva presa del 


Palacio de La Moneda, Allende decise allora di uccidersi 


piuttosto che arrendersi a Pinochet.


« Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento.»






La giornata dell’11 settembre Allende entró presto al palazzo della Moneda alla guida della sua Fiat 125 assieme agli uomini del Gap, la guardia personale. Quella mattina era stato avvisato per telefono degli sviluppi del golpe, coordinato dall’ammiraglio Patricio Carvajal con l’appoggio dei capi supremi delle Forze Armate: Gustavo Leigh, Augusto Pinochet, José Merino e César Mendoza. Tutti, nei giorni precedenti, gli avevano assicurato appoggio per la preparazione del plebiscito con cui si pretendeva risolvere la crisi istituzionale. Si trattava peró di un bluff, visto che i militari non avevano nessuna intenzione di sottomettere il futuro del Cile alla volontá popolare, ma di assumere il potere in forma violenta.
Alle nove i golpisti avvisarono il presidente che se la Moneda non sarebbe stata sgombrata per le undici, sarebbe stata attaccata da carri armati ed aerei da combattimento. Ad Allende venne anche offerto di abbandonare il Paese, ma il presidente declinó l’offerta cosí che alle dieci i primi carri armati fecero ingresso nella piazza del palazzo. Quindici minuti dopo Allende dava l’ultimo messaggio alla nazione, attraverso la radio Magallanes, l’unica fedele al governo a non essere ancora stata oscurata:

¨Saró sempre con voi, almeno il mio ricordo sará quello di un uomo degno che fu leale ai lavoratori¨ 

domenica 8 settembre 2013

8 Settembre 1943


8 Settembre 1943, l'armistizio
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8 settembre 1943, una data fatidica per l'Italia. La data dell'annuncio dell'armistizio con gli Alleati e della fine dell'alleanza militare con la Germania, ma anche la data della dissoluzione dell'esercito italiano e della cattura di centinaia di migliaia di militari, a causa della mancanza di precise disposizioni da parte dei Comandi militari. La data dei primi episodi di Resistenza contro i tedeschi (a Roma, a Cefalonia, a Corfù, in Corsica, nell'isola di Lero), ma anche la data della frettolosa fuga del Re e dei membri del governo Badoglio a Brindisi (senza un piano di emergenza e senza disposizioni ai militari), che però servì ad assicurare la continuità dello Stato italiano nelle regioni liberate del Sud. C'è chi, come Galli Della Loggia, a proposito dell'8 settembre, ha parlato di "Morte della Patria", e chi, come il presidente Ciampi, ha replicato che quel giorno è morta una certa idea di Patria, quella fascista, e ne è nata un'altra, quella democratica.




http://www.storiaxxisecolo.it/Anpi/iosonoultimo.htm

«Ai ragazzi dico questo. Pensate le cose impensabili. Si può sopravvivere a una guerra. Si può saltare un cancello alto alto con delle lance acuminate in cima e resistere a un tempo che vuole scambiare la giovinezza con la fame e la morte. Si può scappare dai campi di concentramento in Germania usando un filo di ferro. Si può ritornare a casa quando tutto sembra distrutto e perduto e ricominciare da capo. E sapere, sul treno di ritorno, con le macerie che passano dai finestrini, che a casa ti stanno aspettando tua moglie e tua figlia».
Ferruccio Mazza, Ferrara, 1921, operaio

da "Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani" - Einaudi


A sessant'anni da Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana di Malvezzi e Pirelli, Einaudi propone una nuova emozionante antologia: la piú grande epopea della nostra storia raccontata dalle voci dei suoi ultimi protagonisti.
"Io sono l’ultimo. Lettere di partigiani italiani " è curato da Stefano Faure, Andrea Liparoto e Giacomo Papi.

Oltre cento lettere piene di amore, amicizia, di odio e violenza. Un indimenticabile racconto corale sul fascismo, la libertà e la democrazia. I partigiani, prima di tutto, erano giovani. Si innamoravano, scoprivano di avere paura e coraggio. 

In queste lettere, raccolte con la collaborazione dell'Anpi, i testimoni viventi della Resistenza raccontano le torture, le bombe, i rastrellamenti. Ma anche la nascita di un bambino, un bacio mai dato, il piacere di mangiare o ridere in classe del Duce.

Un racconto emozionante, vivo, collettivo che arriva dal passato per parlare al presente. Il ricordo della guerra di Liberazione diventa giudizio sull'Italia di oggi.

 Come ha scritto Paola Doriga su la Repubblica: “Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone”.

mercoledì 4 settembre 2013

4 settembre 1904 Buggerru




Nel 1904 primo sciopero lotte operaie Buggerru ricorda le vittime







Il primo sciopero delle lotte operaie risale al 4 settembre 1904, la data storica è stata ricordata a Buggerru, piccolo centro minerario sulle costa sud-occidentale della Sardegna, dove vennero uccisi quattro lavoratori dai soldati italiani mandati a reprimere una manifestazione di protesta per le dure condizioni di lavoro imposte dalla società mineraria che gestiva il sito. Oggi alla manifestazione, che ha visto la deposizione di una corona di alloro sulla lapide che ricorda il fatto, erano presenti oltre al sindaco ed agli amministratori locali, anche i rappresentanti dei sindacati. Sono stati ricordati i tragici fatti che hanno segnato la storia del paese e del movimento sindacale italiano, in un momento in cui la Sardegna e l'intera Italia vivono un difficile momento economico e sociale.



Era settembre del 1904 quanto a Buggerru avvenne un episodio "sconvolgente" per quei tempi: la presentazione di una "piattaforma rivendicativa" da parte degli operai che lavoravano nella locale miniera di proprietà di una società francese, la Societé Anonymes des Mines, e con un direttore turco. A sostegno di questa vertenza i minatori proclamarono il 4 settembre uno sciopero che fu stroncato dall'intervento dell'esercito. Alla fine, per terra (in quella che è stata poi intitolata la "Piazza dell'eccidio") restarono tre minatori morti e 11 feriti (uno di loro morì in ospedale dopo poco più di un mese). L'episodio varcò subito i confini dell'isola e il 16 settembre 1904 la Camera del Lavoro di Milano proclamò - sull'onda emotiva di un altro analogo evento avvenuto pochi giorni dopo a Castelluzzo, nel trapanese - il primo sciopero generale in Italia. In occasione del cinquantenario dei moti di Buggerru fu il leader storico della Cgil Di Vittorio a concludere la manifestazione commemorativa, sottolineando la scossa alle coscienze che diede quell' episodio drammatico. Un evento ricordato oggi da lavoratori, ex minatori, sindacalisti, amministratori locali che hanno partecipato, sotto la pioggia, alla cerimonia nella piccola piazza dove su un muro, vicino a un aiuola con al centro sculture in pietra dei caduti, vi è una targa ricordo con la scritta "Sardegna dolce madre taciturna, non mai sangue più puro e innocente di questo, ti bruciò il core".