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sabato 20 luglio 2013

19 luglio strage di Via D'Amelio





In memoria di Paolo Borsellino 

Nell’Italia dei malfattori 
e delle cricche si oltraggia 
la memoria dei servitori dello Stato 
che hanno pagato con la vita 
la dedizione al bene comune. 
Nella Repubblica dei dossier 
e dei complotti le canaglie di sempre 
tramano per sovvertire la democrazia 
delle persone oneste che si indignano. 
Oggi i professionisti dell’antimafia 
si appellano alla legalità con un giustizialismo feroce 
per regolare i conti con l’avversario politico. 
Qualche sciacallo si confonderà tra la gente comune 
in via D’Amelio, dove diciotto anni fa 
un uomo giusto e la sua scorta sono stati massacrati 
dalla mafia e dagli omissis delle istituzioni.
          Nicola Vacca         

domenica 29 luglio 2012

ROCCO CHINNICI UCCISO IL 29 LUGLIO 1983



Roma, 29-07-2012
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha ricordato il ventinovesimo anniversario dell'attentato in cui, il 29 luglio 1983, persero la vita il giudice Rocco Chinnici, gli addetti alla sua sicurezza, maresciallo Mario Trapassi e appuntato Salvatore Bartolotta, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Il Capo dello Sato ha inviato un messaggio alla figlia Caterina e ai famigliari di tutte le vittime.
"Il ricordo di Chinnici-scrive Napolitano- magistrato di grande valore e coraggio, richiama il lavoro paziente e la lungimirante scelta di una strategia moderna di investigazione per combattere con efficacia il fenomeno mafioso nelle sue radici più profonde, nei suoi interessi economici e nei suoi legami internazionali. Il primato della legalità, per il quale magistrati come Rocco Chinnici hanno perso la vita, resta patrimonio collettivo e baluardo essenziale per una convivenza civile libera dal ricatto della criminalità organizzata".

giovedì 19 luglio 2012

19 LUGLIO 1992 STRAGE DI VIA D'AMELIO






La strage di via d'Amelio fu un attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermoin cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta. L'attentato segue di due mesi la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.[1]
L'esplosione, avvenuta in via Mariano D'Amelio dove viveva la madre di Borsellino e dalla quale il giudice quella domenica si era recato in visita, avvenne per mezzo di una Fiat 126 contenente circa 100 chilogrammi di tritolo.[2][3]
Secondo gli agenti di scorta, via d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.
Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li MuliWalter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto è Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni. La bomba venne radiocomandata a distanza ma non è mai stata definita l'organizzazione della strage, nonostante il giudice fosse a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato a Palermo appositamente per essere utilizzato contro di lui. Si sospetta che il detonatore che ha provocato l'esplosione sia stato azionato dal Castello Utveggio.[4]
Dopo l'attentato, l'"agenda rossa" di Borsellino, agenda che il giudice portava sempre con sé e dove annotava i dati delle indagini, non venne ritrovata. Sul luogo dell'attentato giunse immediatamente il deputato ed ex-giudice Giuseppe Ayala che abitava nelle vicinanze[5].






Roma, 20 lug. - (Adnkronos) - L'iniziativa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha sollevato davanti alla Corte Costituzionale il conflitto d'attribuzione di poteri rispetto alla Procura di Palermo, "e' uno schiaffo a tutto il Paese, proprio nel momento in cui la verita' ci sembra piu' vicina". E' quanto afferma, intervistata da 'Repubblica', Rita Borsellino che spiega: "E' una cosa che abbiamo dovuto subire senza capire e quando le cose non si capiscono sono difficili da accettare. Noi non capiamo, la gente non capisce e inevitabilmente perde fiducia nelle istituzioni e questo per me e' inaccettabile, perche' Paolo e' morto proprio per la sua estrema fedelta' a queste istituzioni".
A proposito del fratello, Paolo Borsellino assassinato dalla mafia esattamente venti anni fa, Rita osserva: "Paolo ha cominciato a morire qualche giorno dopo la strage di Capaci, quando evidentemente ha cominciato a capire che le istituzioni in cui credeva erano altro, che lo avevano tradito; quando deve aver saputo, aver compreso, che le istituzioni in cui credeva gli si sono rivoltate contro. Io adesso pretendo verita' e giustizia: Paolo e' stato ucciso troppe volte, non permettero' che venga ucciso un'altra volta".
Rita Borsellino crede che "si riuscira' a raggiungere la verita'. Ho assoluta fiducia nei magistrati di Palermo e di Caltanissetta e sono convinta che la ricerca della verita' non possa essere fermata da niente e da nessuno: sarebbe anacronistico. Noi vogliamo sapere, qualcuno ci deve dire chi, come e perche' ha voluto quelle stragi, a chi tornavano utili e perche' in quel momento storico. Ma - aggiunge - io credo che non puo' esistere una verita' storica senza una verita' giudiziaria: che ci fossero stati in questi anni depistaggi, ignobili silenzi, omissioni, che fossero state fatte scelte sbagliate lo avevamo capito e detto in tanti; ma solo la verita' giudiziaria puo' dirci se le ricostruzioni storiche sono attendibili o meno".

UN SITO INTERESSANTE:
PER APPROFONDIRE VAI ALLE ETICHETTE:

lunedì 23 maggio 2011

OGGI: GIORNATA DEDICATA AI GIUDICI UCCISI DALLA MAFIA




 "La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.
Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che
si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni"

Giovanni Falcone
http://digilander.libero.it/inmemoria/lotta_alla_mafia.htm 


"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

La strage di Capaci (23 maggio 1992)

TUTTA LA CRONACA DELLA STRAGE  nel seguente link
http://digilander.libero.it/inmemoria/strage_capaci.htm


GIOVANNI FALCONE

Nato a Palermo  il 20 maggio 1939  Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961. Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni.
A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione.
Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura.
Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".

Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto che costituì  il cosiddetto "pool antimafia", sul modello della strategia seguita precedentemente per la lotta al fenomeno del terrorismo politico.

Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.

Si può considerare una svolta, soprattutto per la conoscenza della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
Due stretti collaboratori di Falcone e Borsellino,  i funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati.

Si giunse così alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, dei 475 imputati, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasei giorni di riunione in camera di consiglio.

Hanno inizio i primi fatti negativi che intervennero a creare difficoltà all’azione svolta da Giovanni Falcone ed i suoi collaboratori: nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè tutti gli atti.

Sopraggiunse poi un nuovo episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia: in seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti ("blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinviò le carte sostenendo che i reati non erano di sua competenza  e  la Cassazione, all’inizio del 1988, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando in pratica la stessa esistenza di una struttura come il POOL ANTIMAFIA che potesse operare indipendentemente dal territorio locale delle organizzazioni criminose. Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare.
Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio.
In autunno Meli gli rivolse l'accusa di favoritismi e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore.
I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.

Borsellino ebbe a ricordare: 
"La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno".

Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.

Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello dove fu trovata una bomba inesplosa destinata a Falcone; a proposito del quale Falcone affermò :
"Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi"
Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri di aver montato un falso attentato.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo.
Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro.
Nel corso dell'anno viene incriminato per calunnia il "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima.(che in seguito fu trovato morto e si rivelò legato alla mafia e anello di congiunzione tra la mafia ed il potere politico).

Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco – Falcone accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero.
Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine, con la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure e l’istituzione nel novembre del '91 della Direzione nazionale antimafia. Nella sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92., Falcone affermò:
"Io credo che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".
La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura. Quando ancora non  si era giunti ad una decisione definitiva, sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio.

Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro.

All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”. 
Giovanni Falcone 

 GIOVANNI BORSELLINO

Borsellino nasce a Palermo il 19/1/1940.
Dopo avere frequentato il Liceo classico "Meli" si iscrive alla facoltà di giurisprudenza di Palermo. All’Università, nel 1959 Borsellino si iscrive all’organizzazione FUAN Fanalino e viene eletto come rappresentante studentesco. In questi anni l’attività politica lo prende molto e riesce a conciliare politica e studio senza grossi problemi.
Il 27 giugno 1962, all'età di appena 22 anni, Borsellino si laurea con 110 e lode e, pochi giorni dopo, subisce la perdita del padre. Ora è affidato a lui il compito di provvedere alla famiglia. Si impegna con l’ordine dei farmacisti a tenere la farmacia del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia di sua sorella. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per superare il concorso in magistratura. Ci riesce nel 1963.
Nel 1967 ha il primo incarico direttivo, Pretore a Mazara del Vallo nel periodo del dopo terremoto.
Il 23 dicembre del 1968 Borsellino si sposa, continua a lavorare a Mazara facendo avanti e indietro da Palermo, anche più volte al giorno.
Nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora fianco a fianco con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.
Nel 1975 Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo e a luglio entra all’Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia e da questo momento comincia il suo impegno senza sosta per sconfiggere l’organizzazione mafiosa.
Nel 1980 arriva l’arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono.
La scorta costringe il giudice e la sua famiglia a convivere con un nuovo sentimento: la paura. E’ così che Borsellino ne parla e la affronta:
"La paura è normale che ci sia, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, sennò diventa un ostacolo che ti impedisce di andare avanti."

Borsellino entra a far parte del Pool antimafia, che  comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile lavorano uno a fianco all’altro, sotto la guida di Rocco Chinnici.

Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.
Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia.

I magistrati del pool pretendono l’intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.
Borsellino lavora senza sosta, firma provvedimenti, indaga, ascolta con dedizione e responsabilità. Per questo Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei confronti suoi e di Giovanni Falcone
L’encomio richiesto, non è mai arrivato.

Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un’autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita e il vuoto si fa sentire molto. Borsellino con molta preoccupazione commenta:
"La mafia ha capito tutto: è Chinnici la testa che dirige il Pool".

A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell’incessante lavoro raggiungendo i primi risultati.
Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Buscetta, Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi.

Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana  e l’elenco dei morti è destinato ad aumentare.
Il clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. Ma l’opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono costruiti.
Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore Capo.
 Il 19.12.1986 Paolo Borsellino prende servizio a Marsala dove per cinque anni guiderà una delle Procure più impegnate sul fronte della lotta alla criminalità organizzata.
Al centro (Palermo) Falcone e a Marsala Borsellino in modo da scoprire tutti i collegamenti esistenti tra la mafia di Palermo e quella della provincia. Nel corso di questo quinquennio, denso di scottanti inchieste giudiziarie e numerose soddisfazioni personali, Paolo Borsellino è dapprima nominato Segretario provinciale della corrente di Magistratura Indipendente, e, successivamente, Presidente nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati.
Vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina, lavorano tanto e con passione.
Ma il clima comincia a cambiare. Il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l’opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere.
Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del Pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo aspettavano la nomina di Falcone al suo posto,presto, però, si rende conto che il CSM (Consiglio superiore della magistratura) non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il Pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria guerra, parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di Palermo; sui giornali, in televisione nei convegni, continua a lanciare l’allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare.

Il 14 settembre si pronuncia il CSM Falcone perde e Antonino Meli, per anzianità, prende il posto che doveva essere suo.

Cominciano a parlare i pentiti e le indagini su connessioni tra mafia e politica a prendere forma. Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. Anche i giudici, però, dovranno essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto possa essere provato. E’ un’opera lunga ma i risultati non tarderanno ad arrivare.

Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano forti ed incessanti. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane.
 Comincia, intanto, il dibattito sull’istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l’istituzione della Superprocura. Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale.
Paolo Borsellino, pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto.
Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, e riprendono gli attacchi al magistrato .

 Borsellino dice: “I rapporti tra mafia e politica? Sono convinto che ci siano. E ne sono convinto non per gli esempi processuali, che sono pochissimi, ma per un assunto logico: è l’essenza stessa della mafia che costringe l’organizzazione a cercare il contatto con il mondo politico. ...è maturata nello stato e nei politici la volontà di recidere questi legami con la mafia? A questa volontà del mondo politico non ho mai creduto".
Intanto a Roma viene finalmente istituita la Superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno , Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d’accordo sulla sua partenza da Palermo.

Nel Maggio 1992 finalmente Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l’elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo Falcone viene ucciso insieme alla moglie, a Capaci; la mafia sa che in quel posto il giudice Falcone era troppo pericoloso.
Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale e lui è morto tra le sue braccia.

Gli viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma Borsellino rifiuta. Resta a Palermo, nella procura dei veleni per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto, che il suo momento è vicino.

Ad un mese dalla morte dell’Amico Falcone, parla di lui:
"Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione....per amore. La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. ..Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera...dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo".

Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio 1992 alle 7 di mattina Giammanco gli comunica telefonicamente che finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare Mutolo.
Lo stesso giorno Borsellino va nella casa del mare, a Villagrazia, con la scorta. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico.
Con l’esplosione dell’autobomba sotto la casa, in via D’Amelio, muore con tutta la scorta. E’ il 19 luglio del 1992.
Secondo gli agenti di scorta, via d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.
Dopo l'attentato, l'"agenda rossa" di Borsellino, agenda che il giudice portava sempre con sè e dove annotava i dati delle indagini, non venne ritrovata.
Oltre a Paolo Borsellino morirono gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
Borsellino parlava spesso della morte un po’ per scherzarci sopra un po’ per ricordarsi sempre che non è poi così lontana:
"Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto".

Ha visto morire molte persone, uomini di valore morale ed intellettuale e sa benissimo di non essere esente da una fine simile:
"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento...Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno".

martedì 7 aprile 2009

la siciliana ribelle...RITA ATRIA


                                                                          
                                                                      TEMA
La morte del giudice Falcone ripropone in termini drammatici il problema della mafia. Il candidato esprima le sue idee sul fenomeno e sui possibili rimedi per eliminare tale piaga.


SVOLGIMENTO
La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone.

Per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire.

Con lui è morta l'immagine dell'uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare.

Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.

Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un'immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perché tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai.

Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi.

Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c'e chi ha paura come Contorno, che accusa la giustizia di dargli poca protezione.

Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un'altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.

L'unica speranza è non arrendersi mai. Finché giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti.

L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore.

Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.



Rita Atria
Erice, 5 giugno 1992




"Rita, non t'immischiare, non fare fesserie" le aveva detto ripetutamente la madre, ma, Rita aveva incontrato Paolo Borsellino, un uomo buono che le sorride dolcemente, e lei parla, parla…racconta fatti. Fa nomi. Indica persone, compreso l'ex sindaco democristiano Culicchia, che ha gestito e governato il dopo terremoto.

"Fimmina lingua longa e amica degli sbirri" disse qualcuno intenzionalmente, e così al suo funerale, di tutto il paese, non andò nessuno.


Non andò neppure sua madre, che, disamorata, fredda e distaccata, l'
aveva ripudiata e minacciata di morte perché quella figlia così poco allineata, per niente assoggettata, le procurava stizza e preoccupazione.


Si recherà al cimitero parecchi mesi più tardi, e con un martello, dopo aver spaccato il marmo tombale, rompe pure la fotografia della figlia, una foto di Rita appena adolescente.





Ha preferito morire per vivere.









Il 26 luglio 1992, Rita si toglie la vita lanciandosi dal settimo piano di via Amelia.
Una settimana esatta dalla morte dello "zio" Paolo, nella stessa ora.
Piera Aiello, cognata e amica


Il giudice Borsellino













PARTANNA



LA STORIA DI RITA

Figlia di un piccolo boss di quartiere facente capo agli Accardo, Rita Atria è nata e cresciuta a Partanna, piccolo comune del Belice, una vasta zona divenuta famosa perché distrutta dal terremoto. Un territorio in cui, in quel periodo, si dice circolasse denaro proveniente dal narcotraffico, e di cui Rita non sopporta le brutture, le vigliaccherie, la tristezza. L'ignavia delle donne.

"Una donna sa sempre cosa sta combinando suo marito o suo figlio" ha spiegato Piera Aiello moglie di Nicola Atria, fratello di Rita, e lei condivide con convinzione. Sensibile all'inverosimile, eppur ostinata, caparbia, fin dall'adolescenza dimostra di essere molto dura ed autonoma. A casa sua, faide, ragionamenti, strategie, vecchi rancori, interessi di ogni tipo, erano all'ordine del giorno, perché, suo padre, don Vito Atria, ufficialmente pastore di mestiere, era un uomo di rispetto che si occupava di qualsiasi problema; per tutti trovava soluzioni; fra tutti, metteva pace, "…per questioni di principio e di prestigio…- sosteneva Rita - senza ricavarne particolari vantaggi economici…" tranne quello di rubare bestiame tranquillamente ed avere buoni rapporti con tutti quelli che contavano.


Cionostante, il 18 novembre dell'85, don Vito Atria, non avendo capito che il tempo è cambiato, e che la droga impone un cambio generazionale, è stato ucciso. Rita innanzi a quel cadavere crivellato di colpi, fra gli urli e gli impegni di rappresaglia dei famigliari, anche se appena dodicenne, dentro di sé, comincia ad rimestare vendetta. Ma la morte del padre le lascia un vuoto. Rita, allora, riversa tutto il suo affetto e la sua devozione sul fratello Nicola. Ma Nicola era un "pesce piccolo" che col giro della droga, aveva fatto i soldi e conquistato potere. Girava sempre armato e con una grossa moto.

Quello con il fratello diventa un rapporto molto intenso, fatto di tenerezza, amicizia, complicità, confidenze. E' Nicola, infatti, che le dice delle persone coinvolte nell'omicidio del padre, del movente; chi comanda in paese, le gerarchie, cosa si muove, chi tira le fila… trasformando così una ragazzina di diciassette anni, in custode di segreti più grandi di lei.


Tutto ciò non le impedisce di innamorarsi e fidanzarsi con Calogero, un giovane del suo paese. Fino al 24 giugno del 91, il giorno in cui anche suo fratello Nicola viene ucciso e sua cognata Piera Aiello che da sempre aveva contestato a quel marito le frequentazioni e i suoi affari, collabora con la giustizia e fa arrestare un sacco di persone. Calogero interrompe il fidanzamento con Rita perché cognata di una pentita e sua madre Giovanna va in escandescenze.


Dopo il trasferimento in località segreta di Piera e dei suoi figli, Rita a Partanna è veramente sola: rinnegata dal fidanzato e dalla mamma, non sa con chi parlare, con chi scambiare due parole. Sottomettersi come sua madre o ribellarsi?

All'inizio di novembre, ad appena diciassette anni, decide di denunciare il sistema mafioso del suo paese e vendicare così l'assassinio del padre e del fratello.

Incontra il giudice Paolo Borsellino, un uomo buono che per lei sarà come un padre, la proteggerà e la sosterrà nella ricerca di giustizia; tenterà qualche approccio per farla riappacificare con la madre.

La ragazzina inizia così una vita clandestina a Roma. Sotto falso nome, per mesi e mesi non vedrà nessuno, e soprattutto non vedrà mai più sua madre. L'unico conforto è il giudice.

Ma arriva l'estate del '92 e ammazzano Borsellino, Rita non ce la fa ad andare avanti. Una settimana dopo si uccide
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Graziella Proto




SPETTACOLI & CULTURA
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Arriva nelle sale il film di Marco Amenta, ispirato alla vera, tragica storia della Atria
Figlia di criminali, collaboratrice di Borsellino, si suicidò 7 giorni dopo la sua morte

Storia di Rita, "La siciliana ribelle"
che a 17 anni osò sfidare la mafia

Parla il regista:

"Mostro gli uomini d'onore così come sono, senza romanticismo"


Storia di Rita, "La siciliana ribelle" che a 17 anni osò sfidare la mafia
Veronica D'Agostino nel film

il suo desiderio non è più la vendetta, ma la giustizia.


ROMA - Nell'infinita mattanza di mafia, nel mare di dolore che Cosa Nostra ha provocato in Sicilia, la storia di Rita Atria resta una delle più tristi, più commoventi, più tenere. Quella di una ragazzina che ad appena 17 anni decide di denunciare gli assassini di padre e fratello, entrambi uomini d'onore. E che instaura un rapporto forte col giudice Paolo Borsellino. L'epilogo, però, è tragico: lei riesce a far condannare molti degli uomini del clan, ma si suicida sette giorni dopo la strage di via d'Amelio. Visto che, morto il magistrato, le resta solo l'odio dei suoi compaesani e perfino di sua madre. Così furiosa con la figlia da arrivare a profanare la sua tomba a martellate.

E adesso questa vicenda di coraggio e di lotta, di giovinezza tradita e di sangue, approda sul grande schermo.
Con un film che alla vera figura di Rita Atria è solo liberamente ispirato. Si chiama La Siciliana ribelle, è già passato con successo all'ultimo Festival di Roma, ed è diretto da un autore emergente dalla forte personalità: il palermitano Marco Amenta, che si era fatto notare per la sua bella docufiction su Bernardo Provenzano, Il fantasma di Corleone. E che alla Atria aveva già dedicato un documentario, dal titolo simile - Diario di una siciliana ribelle.

La pellicola di finzione che sta per uscire nelle nostre sale, distribuita dall'Istituto Luce, è ambientata in un paese siciliano immaginario, dove vive una bambina, Rita Mancuso (Miriana Fajia), adorata dal papà, mafioso locale (Marcello Mazzarella). L'uomo però viene ucciso sotto gli occhi della figlia; e alcuni anni dopo - nel 1991, quando Rita (Veronica D'Agostino) ha ormai 17 anni - viene ammazzato anche suo fratello Carmelo (Carmelo Galati).

Assetata di vendetta, decisa a farla pagare al mandante dei due omicidi (il boss Salvo Rimi, interpretato da Mario Pupella), decide di andare a parlare con un magistrato palermitano (l'attore francese Gerard Jugnot). A lui, e solo a lui, la ragazza consegna i suoi diari, in cui ha annotato tutte le attività criminali che si svolgono nel suo paese.
Comincia così la sua collaborazione con la giustizia:
si trasferisce a Roma sotto falso nome, inizia una storia d'amore con un ragazzo "normale" (Primo Reggiani).

All'inizio, Rita è mossa solo da una furia cieca verso chi ha massacrato i suoi familiari, ma non mette affatto in discussione la mafia: per lei, il papà e il fratello sono degli eroi. Poi però, anche grazie al suo rapporto con giudice, la sua ottica cambia:

come dirà in aula, al processo che vede alla sbarra tutti i criminali del suo Paese, il suo desiderio non è più la vendetta, ma la giustizia. Ma poi il giudice suo amico viene fatto saltare in aria col tritolo: e a lei non resta che un gesto estremo di sfida, di lotta...

Il tutto in un film solido, con una bella interpretazione della protagonista Veronica D'Agostino. Attrice già vista in Respiro di Emanuele Crialese, e che - per una di quelle strane coincidenze della vita - ha interpretato la figlia di Borsellino, nella fiction televisiva sul magistrato. Meno felice, invece, la scelta di affidare un personaggio carismatico come il magistrato a Gerard Jugnot; ma il film è una coproduzione italo-francese, e dunque la presenza di un attore d'oltralpe tra gli interpreti principali era d'obbligo.

Altra caratteristica: la sua rappresentazione molto cruda e realistica di Cosa Nostra. Che Amenta oggi, in conferenza stampa, rivendica:
"Sono palermitano, ho lavorato sia come fotoreporter che come regista di documentari, ho fotografato morti ammazzati, ho incontrato i figli di Riina, ho conosciuto magistrati e poliziotti. Perciò qui non mi sono rifatto all'iconografia classica del cinema mafiologico, ma alla realtà concreta. Mostrando, come ha già fatto Gomorra, come nella criminalità organizzata non ci sia nessun romanticismo alla Padrino".

Ma Amenta sembra avercela soprattutto con alcune fiction italiane. "Fenomeni come gli amici del boss Matteo Messina Denaro o Riina su Facebook - attacca - mostrano come la rappresentazione della mafia, ad esempio in tv, può essere dannosa. Anche solo per il fatto di far essere i mafiosi protagonisti: il pubblico tende a identificarsi col personaggio che sullo schermo compare più tempo. Nel caso di personaggi inventati va pure bene, ma se sono reali, con nome e cognome, la cosa è deleteria".

Ultima annotazione: il film è stato visto ed è piaciuto alla moglie di Borsellino, mentre i parenti rimasti vivi della Atria - la cognata e la nipote, anche loro collaboratrici di giustizia - hanno fatto sapere di non apprezzare l'idea di trasformare la storia in un film. "Le invito a confrontarci pubblicamente - conclude Amenta - ho cambiato nomi e situazioni proprio per tutelare la loro privacy".

(25 febbraio 2009)


un commento
Sicuramente bel film. Però secondo me un siciliano potrebbe sentirsi un po’offeso da certi adattamenti del film e luoghi comuni. Anche se la trama è forte di significati serve rispetto per chi ha fatto si che la sua morte abbia dato inizio a uno scontro tra mafia e giustizia ad armi pari. Perchè senza dubbi prima di ciò la parità non c'era...

cgp risponde
Un siciliano che conosce i problemi della mafia in Sicilia perchè dovrebbe sentirsi offeso? Nascondere la verità ed i problemi del proprio paese per apparire migliori di quello che si è mi sembra un atteggiamento molto sbagliato e molto vicino alla mentalità basata sull'omertà. Inoltre è un modo per fingere di non vedere e quindi non impegnarsi nella lotta per un mondo migliore