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lunedì 27 gennaio 2014

giorno della memoria





C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald

servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald

erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono

c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

(Joyce Lussu)




sabato 25 gennaio 2014

27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA - LEVI : I SOMMERSI E I SALVATI


SINTESI DELL’OPERA

PREFAZIONE
Sia le vittime che gli oppressori  avevano viva la consapevolezza dell'enormità, e quindi della non credibilità, di quanto avveniva nei Lager . “ i militi delle S.S. si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: «In qualunque modo questa guerra finisca, la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi; nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Noi distruggeremo le prove insieme con voi. E quando anche qualche prova dovesse rimanere, e qualcuno di voi sopravvivere, la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti: dirà che sono esagerazioni della propaganda alleata, e crederà a noi, che negheremo tutto, e non a voi.»”  Molte delle prove materiali degli stermini di massa furono soppresse, o si cercò di sopprimerle: nell'autunno del 1944 i nazisti fecero saltare le camere a gas e i crematori di Auschwitz,  Il ghetto di Varsavia, fu raso al suolo, tutti gli archivi dei Lager sono stati bruciati negli ultimi giorni di guerra tanto che ancora oggi non si ha la conferma del numero esatto delle vittime (quattro o sei od otto milioni); dopo la svolta di Stalingrado  si decise di eliminare i cadaveri che erano stati accatastati nelle fosse comuni: gli stessi prigionieri furono costretti a disseppellire quei resti ed a bruciarli su roghi all'aperto. I comandi S.S. ed i servizi di sicurezza fecero in modo che nessun testimone sopravvivesse. Ma qualcuno ha pure avuto la fortuna e la forza di sopravvivere, ed è rimasto per testimoniare, così come sono rimaste le rovine dei campi.
I principali  testimoni sono gli stessi nazisti, molti dei quali hanno negato di sapere. Non si saprà mai quanti, nell'apparato nazista, non sapessero nulla o sapessero qualcosa, ma fingessero d'ignorare. Comunque sia è certo che la mancata diffusione della verità sui Lager costituisce una delle maggiori colpe collettive del popolo tedesco, e la più aperta dimostrazione della viltà a cui il terrore hitleriano lo aveva ridotto.  Molti sono i potenziali testimoni «civili» : società industriali, aziende agricole, fabbriche di armamenti, che  traevano profitto dalla mano d'opera pressoché gratuita fornita dai campi, o che rifornivano i Lager  di legname, materiali per costruzione, il tessuto per l'uniforme a righe dei prigionieri, i vegetali essiccati per la zuppa, eccetera. Gli stessi forni crematori , l’acido cianidrico che fu impiegato nelle camere a gas di Auschwitz: erano forniti da ditte che dovevano sapere, o almeno avere forti sospetti, ma essi furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno,  in alcuni casi dalla fanatica obbedienza nazista.
Il materiale più consistente per la ricostruzione della verità sui campi è costituito dalle memorie dei superstiti, ma esse vanno lette con occhio critico: nelle loro condizioni disumane , era raro che i prigionieri potessero acquisire una visione d'insieme del loro universo, spaesati ed ignari di tutto ciò che li circondava. Così erano la maggioranza dei prigionieri «normali», dei non privilegiati, e, di questi, pochissimi sono scampati alla morte. Solo chi otteneva qualche privilegio riusciva a sopravvivere: “la storia dei Lager è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo”. Chi lo ha fatto non è tornato, o la sofferenza ha paralizzato la sua capacità di osservazione. I migliori storici dei Lager sono dunque emersi fra i pochissimi che hanno avuto l'abilità e la fortuna di raggiungere un osservatorio privilegiato, e tra questi in particolare i prigionieri politici, i più adatti e capaci di valutare e di interpretare i fatti a cui assistevano.
La memoria degli eventi accaduti sta diventando una memoria “stilizzata”, cioè semplificata e rarefatta dal tempo trascorso. Ormai i testimoni diretti sono rimasti in pochi e gli stessi reduci tendono a ridurre tutto a cerimonie commemorative fatte di retorica e belle parole. Ma solo mantenendo viva la memoria si può evitare che quelle violenze ritornino.

CAP. I   La memoria dell'offesa 
"La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace". Con quest'affermazione l'autore apre la parte relativa alle responsabilità del terribile evento-Auschwitz. L'offesa subita da lui e da molte migliaia di uomini è insanabile, ma ciò non vuol dire che i responsabili comprendano la gravità delle loro azioni. Le "scuse" più frequenti, seppure espresse con formulazioni diverse, sono più o meno le stesse: l'ho fatto perché sono stato costretto o comandato, o per l'educazione impartitami, o per l'ambiente in cui sono cresciuto. Si tratta non solo di menzogne, ma di un autoinganno che consente al colpevole di lavarsi dei propri crimini. A favorire tale verità di comodo interviene poi anche il tempo, perché più si allontanano gli eventi, più risulta semplice negare il passato. La pressione che uno stato totalitario può esercitare sull'individuo è paurosa. Le sue armi sono sostanzialmente tre: "la propaganda, la censura opposta al pluralismo delle informazioni, il terrore". Tutto ciò non può comunque giustificare e ancor meno cancellare le colpe commesse: è infatti palese in chi si giustifica l’esagerazione e quindi la manipolazione (volontaria o inconscia) del ricordo.
 Levi cita le dichiarazioni di  Eichmann al processo di Gerusalemme, e l’autobiografia di Rudolf Höss (il penultimo comandante di Auschwitz, l'inventore delle camere ad acido cianidrico). Nelle affermazioni di questi uomini dalle gravissime responsabilità, è palese l'esagerazione, ed ancor più la manomissione del ricordo. Entrambi erano nati ed erano stati educati molto prima che il Reich diventasse veramente «totalitario», e la loro adesione era stata una scelta, dettata più da opportunismo che da entusiasmo. La rielaborazione del loro passato è stata opera posteriore: così forti di fronte al dolore altrui, quando il destino li ha messi davanti ai giudici, davanti alla morte che hanno meritato, si sono costruiti un passato di comodo ed hanno finito per credervi.
Allo stesso tempo l’autore riconosce anche in chi ha subito ingiustizie e offese la tendenza a sorvolare sugli episodi più dolorosi, puntando l’attenzione su tregue, intermezzi insoliti o momenti di respiro, certamente non col bisogno di discolparsi: a scopo di difesa, la realtà può essere distorta non solo col ricordo, ma nell’atto stesso in cui si verifica, rifiutando una verità insopportabile e costruendosene un’altra.


CAP II  La zona grigia 
Per comprendere  è spesso necessario semplificare. Oggi chi legge la storia dei Lager sente il bisogno di dividere nettamente il male dal bene: qui i giusti, là i reprobi. Ma quella realtà non è riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.  "L’ingresso in lager era un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il noi perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno."  Il nuovo arrivato doveva essere demolito subito, affinché non diventasse un esempio. Su questo punto le S.S. basavano tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci.  Tuttavia, al rituale d'ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario: i prigionieri semplici ed i privilegiati. C’erano gli “anziani” (bastava essere nel Lager due o tre mesi per essere anziano) : il «nuovo» ("Zugang") veniva assurdamente  invidiato , veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli. Ma c’era soprattutto il prigioniero-funzionario, quello che invece di prenderti per mano, tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando, e ti percuote; ti vuole domare, vuole spegnere in te la dignità che lui ha perduta; ma se tenti una reazione, per una legge non scritta ma ferrea, il "zurückschlagen", il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione intollerabile: altri funzionari accorrono a difesa dell'ordine minacciato, e il “nuovo” colpevole viene percosso con rabbia e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione, difende e protegge il privilegio. (“Un partigiano, scaraventato in un Lager di lavoro, era stato malmenato durante la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore: accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato  immergendogli la testa nel mastello della zuppa stessa.”)
L'ascesa dei privilegiati, non solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno immancabile. Dove esiste un potere esercitato da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera. All’interno del lager i prigionieri, costretti in condizioni limite, inevitabilmente sono portati a sottostare alla logica del luogo in cui si trovano, dove per sopravvivere è necessario scendere a compromessi anche con la propria umanità: la "zona grigia" è la classe "ibrida" dei prigionieri-funzionari, un'area indefinibile, che insieme separa e congiunge i due campi dei padroni e dei servi. Tra questi erano i Kapò, coloro che occupavano posizioni di comando: i capi delle squadre di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, i prigionieri che svolgevano attività presso gli uffici amministrativi del campo, la Sezione Politica, il Servizio del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi hanno raccolto informazioni segrete e sono poi diventati gli storici dei rispettivi Lager; alcuni con astuzia e coraggio hanno potuto aiutare concretamente i loro compagni in molti modi. Erano però liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno.
Chi diventava Kapo? rei comuni tratti dalle carceri, prigionieri politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze; più tardi, anche ebrei, che speravano di sfuggire alla «soluzione finale». Ma molti, aspiravano al potere spontaneamente, come i sadici ; lo chiedevano i frustrati, ed anche questo è un aspetto che riproduce nel microcosmo del Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all'autorità gerarchica, conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile. Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Un caso-limite di collaborazione è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio: chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!) per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perché potesse essere invidiato. Con questa denominazione , «Squadra Speciale», veniva indicato dalle S.S. il gruppo di prigionieri a cui era affidata la gestione dei crematori. Si doveva ancora una volta dimostrare che gli ebrei, "sotto-razza", si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se stessi.

CAP. III  La vergogna 
"Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per la loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo".  Il sentimento  della vergogna riguarda tutti coloro che non sono stati "sommersi", ma che una volta riconquistata la libertà, non hanno provato gioia ma angoscia e vergogna per essersi "salvati", fino al punto da essere spesso indotti al suicidio (come lo stesso Levi poco dopo la pubblicazione di questo saggio). Il pensiero del suicidio  non interveniva durante la prigionia per tre motivi: la condizione bestiale che non faceva ragionare, il continuo lavoro che non lasciava tempo e le sofferenze della reclusione viste già come una punizione sufficiente . Invece dopo la liberazione  riaffiorava la vergogna, l'inevitabile senso di colpa per non aver fatto nulla, o non abbastanza, contro il sistema del Lager, o per soccorrere i compagni più deboli, per essere stati egoisti, e solo grazie a questo essersi appunto salvati. I «salvati» del Lager non erano i migliori, i “Graziati”, i latori di un messaggio, ma esattamente il contrario: sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della «zona grigia», le spie. Chi tra i salvati si sentiva innocente, era comunque intruppato fra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti a se stesso e agli altri. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.” “E c'è un'altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. C'è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani. Ma chi è stato nei Lager non ha potuto non vedere; “i giusti fra loro hanno provato rimorso,vergogna, dolore, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.”

CAP. IV   Comunicare 
Secondo una teoria, l'«incomunicabilità» sarebbe  un aspetto della condizione umana, in particolare nel modo di vivere della società industriale. Niente di più falso e pericoloso, secondo Levi: comunicare si può e si deve, è un modo utile e facile di contribuire alla pace altrui e propria. “Rifiutare di comunicare è una colpa; per la comunicazione, ed in specie per quella sua forma altamente evoluta e nobile che è il linguaggio, siamo biologicamente e socialmente predisposti”. Nel Lager anche sotto l'aspetto della comunicazione,  l'esperienza dei reduci, in particolare italiani, jugoslavi e greci, è stata drammatica: gli ordini venivano dati prima con calma, poi ripetuti in tono rabbioso, infine urlati e accompagnati da calci e pugni "come si farebbe a un sordo, o meglio con un animale domestico, più sensibile al tono che al contenuto." A Mauthausen il nerbo di gomma si chiamava «der Dolmetscher», l'interprete.
Ai giovani nazisti era stato martellato in testa che esisteva al mondo una sola civiltà, quella tedesca. Perciò, chi non capiva né parlava il tedesco era un barbaro; se si ostinava a cercare di esprimersi nella sua “non-lingua”, bisognava farlo tacere a botte e rimetterlo al suo posto, a tirare, portare e spingere, poiché non era un "Mensch", un essere umano.
 I primi giorni di prigionia non possono essere che ricordati come "un film sfuocato e frenetico, pieno di fracasso e di furia e privo di significato: un tramestio di personaggi senza nome né volto annegati in un continuo assordante rumore di fondo, su cui tuttavia la parola umana non affiorava". Nel Lager senza informazione non si vive . Senza comunicare non si può sopravvivere. Chi non capisce il tedesco, intendendo con tedesco quella sorta di lingua parallela propria dei lager e solo vagamente somigliante a quello originario, rischia di "annegare nel mare tempestoso del non-capire". Ed il non-parlare ha effetti devastanti sull'individuo, perché "insieme alla lingua ti si secca il pensiero" e si realizza la crudele volontà di rendere l'uomo una bestia. C’era un tentativo di comunicazione anche con il mondo esterno al lager, disperatamente cercato, che dava a molti una sorta di speranza; si cercavano notizie dai prigionieri nuovi, si leggevano brandelli di vecchi giornali trovati casualmente e, sebbene fosse vietata la corrispondenza, venne da alcuni (tra i quali lo stesso Levi, che riconosce di dovere anche a questo la sua sopravvivenza) trovato il modo per comunicare con i familiari.

CAP. V   Violenza inutile 
"Il titolo di questo capitolo può apparire provocatorio o addirittura offensivo: esiste una violenza utile? Purtroppo sì. La morte, anche non provocata, anche la più clemente, è una violenza, ma è tristemente utile: un mondo di immortali non sarebbe concepibile né vivibile. Anche l’assassinio ha uno scopo: chi uccide sa perché lo fa."  Non così la violenza disumana e ridondante del Lager. La sequenza di umiliazioni e offese gratuite inizia già dal metodo di deportazione: enormi carri merci, tuttavia non abbastanza grandi per il numero di persone stipate in essi per numerosi giorni senza cibo, acqua o una latrina. Il prigioniero, una volta entrato nelle fredde stanze del Lager,  veniva denudato, privato delle scarpe e di tutti gli oggetti personali, subiva  il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, questa violenza risultava offensiva perchè collettiva e  inutilmente ripetuta. Un uomo nudo e scalzo è umiliato e inerme. La stessa impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, un dettaglio solo apparentemente  marginale per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola misera razione di zuppa.
La vita concentrazionaria ricalcava la  versione militare tedesca con regole ferree quanto insulse, come i 5 bottoni obbligatori alla divisa e la marcia cadenzata. I prigionieri venivano usati come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili che venivano risparmiati agli animali perché troppo dolorosi. Vi è poi l’invenzione auschwitziana  del tatuaggio, operazione, in sé, non tanto dolorosa, quanto umiliante : "Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome." La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa. Era anche un ritorno barbarico: il tatuaggio, infatti, è vietato dalla legge mosaica. Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed inflitto come una tortura e che poteva portare alla morte. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l'esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l'empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane dopo la morte.

CAP. VI  L'intellettuale ad Auschwitz 
In questo capitolo l'autore analizza l'esperienza dell'uomo colto alle prese con la realtà concentrazionaria. A tal proposito si rifà esplicitamente all'opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer, alias Jean Améry (Un intellettuale ad Auschwitz). Améry fu prigioniero in diverse prigioni naziste, ma le sue osservazioni si limitano ad Auschwitz: "I confini dello spirito, il non-immaginabile erano là."- Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio?-, si domanda Levi. Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l'uomo colto stava in Lager molto peggio dell'incolto. Gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l'allenamento, oltretutto, era tormentato più pesantemente da un acuto senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l'uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Améry, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca, perché era un filologo amante della sua lingua. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso del nostro autore, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma di sicuro moralmente: "Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.[...]. mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso."

CAP. VII   Stereotipi 
Sono da sfatare gli stereotipi di “prigionia- libertà” e “oppressione- ribellione”. Nei campi non c’erano persone che si sentissero lese in un diritto fondamentale come la libertà e quindi fossero automaticamente pronte ad organizzarsi per ribellarsi ed evadere. Erano persone umiliate, deboli, annullate, senza un retroterra nel quale rifugiarsi, senza più alcun contatto col mondo esterno. La fuga era punita immancabilmente non solo con la morte ma con torture atroci per i rei e per i compagni anche se estranei al fatto. Inoltre la storia dimostra che le ribellioni vittoriose hanno avuto sempre dei capi che possiedono forza morale e fisica, nessuno schiavo ha sconfitto il padrone; nei Lager   la ribellione era impossibile, e alcune comunque vi furono. Altro stereotipo: l’idea di “patria”. Gli ebrei non fuggirono prima della deportazione in massa, non abbandonarono le loro case, la loro città, la loro vita di sempre, perché quella era la loro “patria”: era per loro un legame molto più forte in quei tempi, probabilmente, soprattutto in Germania, di quanto non lo sia ora, ed erano disposti a tutto pur di rimanere nella propria patria; certo non prevedevano cosa sarebbe successo, tutti avevano sottovalutato la gravità dell’antisemitismo nazista. Anche oggi gli allarmi ecologici, per esempio, non bastano a far cambiare abitudini di vita alla gente, e ciò dovrebbe farci  capire che vivere i fenomeni dal di dentro è diverso dall’esserne spettatori esterni una volta che tutto è passato da tempo.   



CAP. VIII  Lettere di tedeschi 
L'ultimo capitolo è riservato dall'autore ad alcune lettere da lui ricevute in seguito alla traduzione tedesca di Se questo è un uomo. Racconta la sua iniziale diffidenza nella proposta di un’ edizione rivolta ai responsabili delle sue sofferenze, per paura che la sua opera venisse cambiata o ridotta, timore svanito dopo uno scambio epistolare con l’editore. Prosegue poi liquidando la lettera di due coniugi di Amburgo che giudica "nazisti non fanatici ma opportunisti, pentitisi quando era opportuno pentirsi, stupidi quanto basta per farmi credere alla loro versione semplificata della storia moderna", infine con alcune altre lettere di giovani che hanno invece sollevato domande e questioni in modo più mirato e meditato e di Hety S. di Wiesbaden che molto lo aveva colpito con l’espressione di una giovane donna tedesca che aveva vissuto in Germania non consenziente all’ideologia ed ai crimini nazisti.

CONCLUSIONI
Il mondo è profondamente mutato, l'Europa non è più il centro del pianeta, gli imperi coloniali hanno ceduto alla pressione dei popoli d'Asia e d'Africa assetati d'indipendenza, la Germania è diventata «rispettabile» e di fatto detiene i destini dell'Europa. Parlare  ai giovani dei lager nazisti è sempre più difficile; essi sono assillati dai problemi d'oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l'esaurimento delle risorse, l'esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi. Si affaccia all'età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull'onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge. Per i reduci è un dovere continuare a parlare, ma lo percepiscono insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. “Dobbiamo essere ascoltati.
Siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.E' avvenuto contro ogni previsione. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. La violenza, «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato.(...) Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo”.
Pochi paesi possono essere immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.
Agli stereotipi passati in rassegna nel settimo capitolo bisogna aggiungerne uno. I giovani chiedono, tanto più spesso e tanto più insistentemente quanto più quel tempo si allontana, chi erano, come erano fatti gli «aguzzini» dei Lager. Il termine fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d'origine. Invece erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: “salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male. Erano, in massima parte, gregari e funzionari rozzi e diligenti: alcuni fanaticamente convinti del verbo nazista, molti indifferenti, o paurosi di punizioni, o desiderosi di fare carriera, o troppo obbedienti. Tutti avevano subito la terrificante diseducazione fornita ed imposta dalla scuola quale era stata voluta da Hitler e dai suoi collaboratori.” Persone “normali” divenute “mostri” solo perché obbedienti ad un’educazione sbagliata, a regole imposte a cui non hanno saputo reagire criticamente. “Ed è altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi, che hanno accettato all'inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le «belle parole» del caporale Hitler, lo hanno seguito finché la fortuna e la mancanza di scrupoli lo hanno favorito, sono stati travolti dalla sua rovina, funestati da lutti, miseria e rimorsi, e riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico”.

mercoledì 30 gennaio 2013

MARISA OMBRA staffetta



Marisa Ombra

Nata ad Asti il 30 aprile 1925, vice Presidente nazionale dell'ANPI.
Di famiglia operaia antifascista, inizia l’attività clandestina collaborando alla preparazione  degli scioperi del marzo ’43. Dopo l’8 settembre, diventa staffetta nelle Brigate  partigiane garibaldine e allo stesso tempo  partecipa alla costruzione  dei Gruppi di Difesa della donna. 


 Dopo la Liberazione, sceglie di dedicare la sua vita alle lotte per l’emancipazione e la liberazione della donna, operando in particolare nell’Udi, presiedendo la Cooperativa Libera Stampa editrice della pubblicazione “Noi donne”, lavorando alla costruzione dell’Archivio nazionale dell’Udi e alla Associazione nazionale Archivi Udi.
Nel 1987 ha pubblicato, con Tilde Capomazza,  “8 marzo, Storie, miti, riti della Giornata Internazionale della Donna”. Nel 2009 pubblica il testo autobiografico “La bella politica”. E’ in uscita “Libere sempre”.
Insignita nel 2006  del titolo Grande  Ufficiale della Repubblica.

domenica 27 gennaio 2013

27 GENNAIO IL GIORNO DELLA MEMORIA

27 GENNAIO IL GIORNO DELLA MEMORIA

27 GENNAIO IL GIORNO DELLA MEMORIA

27 GENNAIO IL GIORNO DELLA MEMORIA

27 gennaio IL GIORNO DELLA MEMORIA

sabato 7 gennaio 2012

PRIMO LEVI


Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da una ricca famiglia ebrea di tradizioni intellettuali. 
Nel 1941 si laurea in chimica nonostante l'ostacolo delle leggi razziali, grazie all'aiuto di un docente. 
Dopo l'8 settembre, la disfatta dell'esercito italiano e l'occupazione nazista dell'Italia, Levi aderisce a una formazione partigiana di "Giustizia e Libertà", ma viene arrestato dalla milizia fascista.
Consegnato ai tedeschi, viene deportato ad Auschwitz nel febbraio del 1944. Fortunosamente sopravvissuto al Lager, viene liberato nel gennaio del 1945 dall'Armata Rossa e, per quasi un anno, è al seguito delle truppe sovietiche. Soltanto nell'ottobre del 1945 riesce a tornare a casa.
Nel 1947 pubblica "Se questo è un uomo", che non ottiene grande successo: l'Italia sembra non essere ancora sensibile alla tragedia dell'Olocausto.
"La tregua" esce nel 1963.
Il terzo libro esplicitamente dedicato alla questione ebraica è "Se non ora, quando?", edito nel 1982, che ripercorre la storia di un gruppo di ebrei combattenti, da partigiani, al fianco dei sovietici.
Scrive anche una serie di racconti.
Nel 1986 il saggio "I sommersi e i salvati" riprende nel titolo un capitolo centrale di "Se questo è un uomo" ed è un’analisi del fenomeno del Lager.  
Muore suicida nel 1987.

martedì 1 febbraio 2011

il giorno della memoria - la parola ai ragazzi della III A el

 Il 27 gennaio è il giorno della memoria, in cui la nazione ricorda le sofferenze dei perseguitati e quindi per non ricadere in quegli sbagli.
Shoah in ebraico significa annientamento, sterminio. Queste due parole identificano benissimo il periodo delle persecuzioni degli ebrei.Queste persecuzioni sono la prova che l'uomo può essere crudele e freddo nell'annientare una persona, senza provare rimorso. Per i nazifascisti gli ebrei dovevano essere trattati come bestie, però non dimentichiamoci che questi avvenimenti si ripetono ogni giorno in Africa e in altre parti del mondo. Quindi secondo me stiamo facendo lo stesso sbaglio: di essere indifferenti al maltrattamento degli esseri umani. Siamo tutti ipocriti, perchè non si può essere indifferenti davanti ai genocidi.

Francesco D.

il giorno della memoria - la parola ai ragazzi della III A el

Molte persone persero la vita per una sola colpa: non appartenere alla "razza ariana". Vennero rapiti dalla propria patria e dalle loro case per essere portati, in condizioni pietose, in un campo di concentramento dove con una selezione accurata veniva deciso se ucciderli subito oppure prima sfruttarli per costruire carriarmari e altri macchinari da guerra, mentre gli altri prigionieri venivano portati nelle docce a gas e nei forni.
Secondo me non si dovrebbe mai dimenticare ciò che è successo, perchè anche in futuro tutti dovranno sapere che gesti orribili può compiere l'uomo e per far sì che non succeda la stessa cosa oppure peggiore; l'uomo non è più uomo nel momento in cui gli vengono rinnegati quei diritti, quelle cose che lo possono distinguere dalla massa e quella capacità di esprimere a voce i propri pensieri, questo vuol dire essere uomo e chi viene privato di queste opportunità non ha nessuno scopo nella vita, infatti la loro vita non era più decisa da loro ma da chi aveva violato i loro diritti senza pensare alle conseguenze.

Piero P.

il giorno della memoria - la parola ai ragazzi della III A el

Gli ebrei: un popolo dimenticato da tutti, odiato, umiliato perchè ritenuto inferiore, impuro. Vennero perseguitati dal 1933 al 1945; dopo averli catturati e arrestati venivano deportati come animali, ammassati nei vagoni, per arrivare nei campi di sterminio nei quali venivano divisi e selezionati. Uomini, donne, bambini, handiccappati, neri, zingari ecc... venivano sterminati nelle camere a gas e fucilati (ma le camere a gas erano più usate perchè economiche rispetto alle armi da fuoco).
Inglesi e Sovietici nel 1945 liberarono i prigionieri nei campi di concentramento.
Ogni anno viene celebrato il giorno della memoria per non dimenticare mai le pene che tante persone hanno sofferto ingiustamente anche a causa dell'indifferenza delle nazioni e delle popolazioni che non hanno reagito contro il nazismo.

Gabriele F.

il giorno della memoria - la parola ai ragazzi della III A el

Penso che la Shoah sia il più grande genocidio della Storia. E' la pura realizzazione dello squallore nazista. Non solo erano squallidi e razzisti, ma anche temerari: temerari,sì, per aver osato uccidere così tante persone, oltrettutto innocenti. Usavano qualsiasi metodo pur di farli sparire dalla faccia della terra. L'indignazione verso tale sterminio è tanto e più di tanto. E' la testimonianza che l'odio e la cattiveria umana non ha limiti. Negare la Shoah è da ignoranti, perchè si hanno concrete prove dell'esistenza dello sterminio definito il più brutale e più grande in tutta la nostra storia. Giudicare qualcuno per il colore della pelle, il sesso, i gusti sessuale, per i problemi fisico- psicologici, per la religione, è inammissibile. Tutti sianmo uguali e tutti abbiamo un cuore che batte, abbiamo bisogno dell'aria pulita per vivere, non inquinata dal razzismo. Essere puniti da menti malate per essere ritenuti diversi è inaccettabile.

Marco P.

mercoledì 26 gennaio 2011

27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA

"Shoah" è un termine ebraico che significa "annientamento", "sterminio".
Esso si riferisce ad una delle più vergognose vicende della storia umana, quando i regimi dittatoriali nazi-fascisti, poco più di sessant'anni fa, stabilirono, attraverso leggi razziali, di far arrestare tutti gli Ebrei e di rinchiuderli nei campi di lavoro forzato e di sterminio, per eliminare del tutto la loro "razza", ritenuta inferiore.
La stessa sorte toccò agli zingari, agli slavi, agli handicappati, ai neri, e a tutti coloro che, secondo i nazisti e i fascisti, non appartenevano alla razza bianca ariana, considerata superiore e pura.



Il "GIORNO DELLA MEMORIA" che viene celebrato ogni 27 gennaio, nella nazione e nelle scuole, serve proprio a non dimenticare le sofferenze di allora, per saper scegliere di evitare nuove sofferenze oggi, ad altri popoli e ad altre persone, in qualsiasi parte del mondo.

http://www.lagirandola.it/lg_primopiano.asp?idSpec=21

La Shoah non è provocata da odio, da furente vendetta o da altre accese passioni, ma nasce a freddo, a tavolino, ed è realizzata su scala industriale secondo le modalità della catena di montaggio. Non è un caso che viene concepita nel paese più industrializzato d’Europa, la Germania. Il modulo di comando e di montaggio parte dai supremi capi (Hitler, Himmler, Heydrich, Muller) e arriva all’ultimo membro dell’Einsatz commando, di solito ebreo (ultima nefandezza nazista), incaricato della incinerazione dei cadaveri. Si segmenta in uffici e in ordini burocratici e si snoda dal ghetto ai trasporti ferroviari, ai campi di raccolta, alle selezioni, alle finte docce (camere a gas) e ai forni crematori.

attraverso i documenti dell'epoca
Tra il 1933 e il 1945, in gran parte d’Europa gli ebrei vennero colpiti da una persecuzione durissima, culminata in eccidi di massa e in uccisioni nelle camere a gas. Alle vittime vennero dapprima negati quasi tutti i diritti civili e poi il diritto stesso alla vita.
In Italia la persecuzione si sviluppò nelle due fasi del 1938-1943, con le leggi antiebraiche emanate dal governo fascista del Regno d’Italia, e del 1943-1945, con gli arresti e le deportazioni decisi e attuati dalla Repubblica sociale italiana e dall’occupante tedesco.
Questa Mostra racconta, attraverso i documenti dell’epoca, la persecuzione avvenuta in Italia, mettendo in luce sia la storia complessiva, sia le vicissitudini dei singoli.
E’ una Mostra da visitare e da studiare per conoscere, per comprendere, per conservare memoria delle vittime.
http://www.museoshoah.it/home.asp

…Emersero invece nella luce dei fanali due drappelli di strani individui. Camminavano inquadrati, per tre, con un curioso passo impacciato, il capo spenzolato in avanti e le braccia rigide. In capo avevano un buffo berrettino, ed erano vestiti di una lunga palandrana a righe, che anche di notte e di lontano si indovinava sudicia e stracciata. Descrissero un ampio cerchio attorno a noi, in modo da non avvicinarci, e, in silenzio, si diedero ad armeggiare coi nostri bagagli, e a salire e scendere dai vagoni vuoti.
Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle. Ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così.

(Primo Levi
Se questo è un uomo

venerdì 12 febbraio 2010

Commenti alla lettura della poesia "Se questo è un uomo" di Primo Levi


Primo Levi
Se questo è un uomo


Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.


E' stato uno dei più bui tragici e vergognosi momenti della storia dell'uomo: uomini giudicati, umiliati e uccisi o per il colore della pelle o per la loro etnia e religione; la verità è che quelli che avrebbero meritato una punizione sono proprio quelli che considerano diverse e inferiori persone che nella vita di tutti i giorni sono uguali a noi. Primo Levi dice proprio la cosa giusta: dobbiamo ricordare perchè non dobbiamo ripetere quell'errore
Roberto F


Penso che tutte le razze umane siano uguali e non si debbano creare distinzioni.
Gli ebrei venivano considerati una razza inferiore e resa schiava.
Penso che sia un comportamento crudele anche perchè venivano portati dentro i campi di concentramento ignari di quel che li aspettava perchè veniva loro detto che andavano a condurre una vita migliore.
Secondo me questo è un atto di vigliaccheria e crudeltà perchè privavano gli ebrei della  loro identità e li trattavano come animali.
Venivano spogliati di ogni cosa e gli venivano tagliati i capelli proprio come gli animali.
Giovanni


Non riesco ad esprimere un pensiero, perchè ai nostri tempi è una cosa totalmente assurda ed impensabile emarginare e uccidere,solo perchè un ragazzo ha la pelle diversa dalla mia o pensa in un modo diverso, non è un buon motivo per escluderlo o togliergli la vita. Se tutti pensassero così ci sarebbero miliardi di razze, perchè non esiste alcuna persona uguale ad un'altra.
Giampaolo



Oggi abbiamo parlato di questi argomenti: le leggi razziali di Mussolini: lo scopo era di eliminare la razza ebrea perchè la razza italiana era considerata una razza ariana e quindi superiore- la poesia di Primo Levi: la poesia dice che nei Lager i nazisti trattavano le "razze inferiori" come animali togliendo loro la dignità di esseri umani
Roberto M.

Le parole di Primo Levi non colpiscono solo per ciò che raccontano, ma soprattutto per il modo in cui vengono usate; la freddezza di queste parole, il coraggio di ricordare e descrivere tanta crudeltà, e l'ultima raccomandazione, l'ultimo "ordine", quello di non dimenticare, espresso con parole molto dure, quasi come una maledizione. Parole dure che però possono essere meglio viste come una richiesta, una preghiera, di un uomo distrutto che non riuscirà mai a dimenticare il passato e invita tutti a fare altrettanto.
Sergio

Credo che ciò che è accaduto in quel periodo sia veramente oltraggioso per l'essere umano e Primo Levi nel suo libro ha cercato di farci capire come sono andate veramente le cose.
Avendo visto personalmente anche i luoghi dove è accaduta la tragedia, mi sono reso conto che le brutalità dell'animo umano, da parte dei nazisti contro gli ebrei non può essere scordata
Marco

Primo Levi in questa poesia cerca di far capire a tutti quello che lui e gli altri deportati hanno passato, far capire che solo perchè di razza diversa definita inferiore si finiva a lavorare giorno dopo giorno in condizioni disperate, far capire cosa provava un deportato all'interno di un campo di sterminio. Inoltre quasi obbliga a ricordarci e a ricordare che quello che è successo è stata un'atrocità, un errore dell'uomo.
Peccato che molti uomini portino avanti questi ideali che costarono la vita a milioni di persone
Roberto C



Lo sterminio degli ebrei è una cosa inconcepibile, non ha un filo di logica, è solo una follia, una cosa che nella mente umana non può essere concepita [....]. Gente in guerra ne è morta tanta, ma sono morti a causa della guerra, non della follia, sono morti per difendersi o lottando per ottenere qualcosa; non si può morire per il solo fatto di esistere.
Simone S

Queste cose ingiuste non dovrebbero accadere più. Primo Levi ha indubbiamente ragione riguardo la situazione degli ebrei in quel periodo e non lo biasimo per gli ultimi tre versi della sua poesia perchè è davvero importante avere sempre questa tragedia in mente.
La legge di Mussolini è pietosa. E' praticamnte inutile far finire gli studi universitari agli ebrei quando poi viene negata ogni possibilità di lavoro.
Verso gli ebrei hanno tenuto un comportamento non solo ingiusto ma anche sadico.
Simone P

Per me è veramente difficile credere a ciò che è successo. Come si può far questo ad un essere umano? Come si può togliere la dignità ad una persona solo perchè essa non è bianca o è ebrea? La cosa che mi ha colpito è proprio questo: il perchè è stato fatto; dentro di me ci sono tante domande che non trovano soluzione e mai la troveranno. Non oso immaginare ciò che ha provato Primo Levi, ma sicuramente è stato terribile vedere i  propri cari morire o amici che vanno verso le docce e non tornano più. Il suicidio è un peccato ma dopo tutto quello che ha passato sono sicuro che Dio lo ha perdonato.
Giancarlo



"Se questo è un uomo" è un libro scritto da Primo Levi nel 1947, nel quale l'autore parla di come si viveva nei campi di concentramento, visto che lui c'è stato. Però anche se è riuscito a sopravvivere nei campi di concentramento egli stesso si suicidò perchè non riiusciva più a vivere per causa delle crudeltà che aveva passato.
In una poesia da lui stesso scritta si leggono alcune crudeltà che ha vissuto, come: lavorare nel fango, non conoscere la pace, lottare per mezzo pane. Le donne senza capelli, senza nome, senza forza di ricordare, con occhi vuoti.
Angelo


 

Nella poesia di Primo Lei mi ha colpito molto la rabbia, lo sconforto, il dolore che aveva dentro vedendo anche le persone a lui più care perdere la vita, le umiliazioni, la fatica di persone come tutte le altre che per distinzioni di pensiero dovevano rimetterci tutto; oggetti, persone care e soprattutto la vita, il bene innegabile a chiunque.
Valeriano


E' stato un periodo veramente significativo non solo per le persone che hanno subito quelle ingiustizie, ma anche per le persone di oggi, perchè è per il ricordo di tutti quei maltrattamenti del passato nei confronti degli ebrei che al giorno d'oggi non avvengono più atti di razzismo.
Mirko



Primo Levi

Primo Levi nacque a Torino il 31 luglio del 1919. La sua giovinezza fu caratterizzata da studi regolari e profonde letture. Appartenne ad una famiglia ebraica, si laureò in chimica nel 1941, ottenendo il massimo dei voti. Il suo diploma reca la menzione "di razza ebraica". Levi entrò nel Partito d'Azione clandestino. Il 25 luglio del 1943 cadde il governo fascista Tuttavia, le forze armate tedesche occuparono il nord e centro Italia. Levi si unì ad un gruppo partigiano operante in Val d'Aosta, ma venne arrestato. Fu poi deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, dove vi rimase dal febbraio 1944 al gennaio 1945. Per tutta la durata della permanenza nel Lager, Levi riuscì a non ammalarsi, eccezion fatta per la scarlattina venutagli proprio quando nel gennaio 1945 i tedeschi, sotto 1'incombere delle truppe russe, evacuarono il campo, abbandonando gli ammalati al loro destino. Nel giugno iniziò il viaggio di rimpatrio che durò circa 5 mesi. Una volta a Torino trovò lavoro presso una fabbrica di vernici. Intanto, nacque "Se questo è un uomo". A settembre del 1947 sposò Lucia Morpurgo, da cui ebbe due figli: Lisa, Lorenza e Renzo. Levi presentò il dattiloscritto alla casa editrice Einaudi, che lo rifiutò. Il testo fu invece pubblicato dall'editore De Silvani di Torino. Il successo, all'inizio, fu scarso. Le cose cambiarono quando il libro uscì nella collana dei"Saggi" Enaudi. Nel 1963 , la stessa Casa Editrice, pubblicò La tregua. Nel 1978, Primo Levi, diede vita a La chiave a stella, vincitore del premio Strega. Nell'aprile del 1982 uscì Se non ora, quando?, con immediato successo. Primo Levi fu anche impegnato in attività giornalistiche. Nell'aprile del 1986 pubblicò I sommersi e i salvati, ritornando così sulla traumatica esperienza dei Lager. Morì a Torino l'11 aprile del 1987.


"Se questo è un uomo" è la poesia che fa da preludio all'omonimo libro. Qui, Primo Levi, racconta con estrema forza la dura esperienza vissuta nei Lager. In "Se questo è un uomo" vengono raccontate le dure regole dei campi di sterminio. "Considerate se questo è un uomo/Che lavora nel fango/Che non conosce pace/Che lotta per un pezzo di pane/Che muore per un sì o per un no", ed i versi diventano ancora più forti se paragonati alla normalità descritta dal Nostro: "Voi che vivete sicuri/Nelle vostre tiepide case,/voi che trovate tornando a sera/Il cibo caldo e visi amici" È una poesia che offre anche uno spaccato di storia, facendo luce sui quello che avveniva nei Lager. Profonda è la riflessione di Primo Levi, nel guardare alla condizione delle donne: "Considerate se questa è una donna,/Senza capelli e senza nome/Senza più forza di ricordare/Vuoti gli occhi e freddo il grembo/Come una rana d'inverno." Il Nostro invita poi a riflettere, anzi, a "meditare" affinché non venga dimenticato quello che è stato. Per Primo Levi è necessario che ciò che di assurdo qualcuno ha commesso, non cada nell'oblio : "Vi raccomando, queste parole/ scolpitele nel vostro cuore".

mercoledì 27 gennaio 2010

27 GENNAIO LA MEMORIA

                                                                                Nella parola Shoah, voce biblica che significa “catastrofe, disastro”, è implicito che quanto è accaduto non ha alcun significato religioso, contrariamente a ciò che richiama il termine olocausto, spesso usato, che rinvia a un’idea di sacrificio di espiazione. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso.





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REGIO DECRETO LEGGE
5 settembre 1938 - XVI, n. 1390

Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
VITTORIO EMANUELE
III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE
RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA
Visto l’art. 3, n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l’educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;
Abbiamo decretato e decretiamo;
Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.
Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.
Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.
Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.
Ordiniamo
che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI
                                 
Vittorio Emanuele,
Mussolini, Di Revel, Ciano, Solmi, Lantini